Quel che resta del Sessantotto

L’8 Marzo di Librida

L’8 marzo, presso lo spazio Librida, si è svolto il recital “Ciò che resta del Sessantotto”.

L’evento, coordinato dall’attrice siciliana Mariapia Altamore, ha visto in scena quattro donne: l’attrice Donatella Rizoglio, la scrittrice Alessandra Giordano, la violinista Alice Nappi e Mariapia Altamore.

Particolare lo spazio in cui la performance ha avuto luogo: una saletta vicino a Porta Soprana, sede dell’associazione, che ospita una collettiva sulla figura della donna.

Mariapia Altamore

 

 

Mariapia si racconta a politicacultura.com:

R- Da dove nasce l’esigenza di questo recital?

M-Da lontano; dalla certezza che, nonostante queste sporadiche manifestazioni, la donna è ancora troppo fragile per poter affermare i propri diritti.

R-Ti riferisci a qualche episodio in particolare o fai un discorso generale?

M- I discorsi generali non mi sono mai piaciuti, diventano generici e perdono spessore. Ho cominciato a lavorare nel 1979, agganciavo i treni; era un lavoro pesante, davvero maschile. I colleghi usavano il polso per sganciare i treni mentre io dovevo far leva su tutto il corpo. Ebbene, mi guardavano, quasi in attesa di una mia richiesta di aiuto e con un atteggiamento indisponente, come a dire: l’hai voluta la bicicletta? Ora pedala. Però io ero consapevole che quell’agganciare treni era un passo verso l’indipendenza, verso il diritto. E non avrei mai detto una frase come quella di Alessandra.

R-Alessandra (Giordano) cosa ha detto?

M-Ha detto: “Riesco ad essere qui perché mio marito mi aiuta con i bambini”. Ecco, finché pensiamo che il marito ci aiuti, mostriamo il nostro tallone di Achille.

R- Quale?

M-Il senso di colpa. Intere generazioni di donne, anche in gamba, ritengono che l’accudimento della famiglia sia un loro compito. Anche se lavorano tutto il giorno.

R-E quindi?

M-E quindi il marito di Alessandra fa ciò che è normale in una squadra: oggi io, domani tu. Come è giusto che sia. Una donna non dovrebbe dire: mi tieni i bambini? Dovrebbe semplicemente dire: oggi non ci sono, ci pensi tu?

Una differenza sottile

R-Si tratta di una differenza sottile.

M-Non è una differenza sottile: le parole racchiudono un mondo. Specie se utilizzate da chi vive di parole: ci leggi dentro tutto un sistema educativo, un codice morale.

R-Cosa pensi delle battaglie del Sessantotto? Hanno avuto effetti duraturi?

M-E’ una bella domanda; risponderei…ni!

R-Ni?

M-Le battaglie sono come onde: salgono, scendono, si arenano, ritornano. Nello spettacolo ho curato la prima parte, ho gridato le donne della Dacia Maraini; se guardo l’attualità vedo il baratro. Alessandra, che ha curato la seconda parte, vede pure lei il baratro. Così mi ha chiamato e mi ha detto: parlo della Rivoluzione dei Gelsomini.

R- Di cosa si tratta?

M-Del Sessantotto attuale: le rivendicazioni delle donne arabe.

R-Se dovessi spiegare a una ragazzina, proprio a una di quelle finite nel baratro, quali sono gli step del femminismo, cosa le racconteresti?

M-Partirei dal 1946. Le donne finalmente votano e quello è il punto di partenza della riscossa italiana: gli art.3-29-31 e 37 della Costituzione del ’48 sanciscono la parità tra uomo e donna. Nel 1950 viene varata la legge sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri; nel 1958 la Legge Merlin finalmente stabilisce la chiusura delle case di tolleranza.

Non molte lo sanno ma nel 1959 viene istituito il Corpo di Polizia femminile: la strada sembrava spianata. Il matrimonio non è più ammesso come causa di licenziamento e l’adulterio da parte della donna non è più considerato un reato punibile dalla legge. Siamo nel 1963, è triste osservare che adesso, nel 2017, il marito che uccide la moglie adultera viene giustificato dall’opinione pubblica!

Una protesta giovane

R-Quindi la consapevolezza parte da prima del Sessantotto?

M-Sì. Il Sessantotto però è molto importante: siamo nel pieno della protesta giovanile e maschi e femmine combattono insieme. Non è un caso che nel Settanta e nel Settantotto si conseguano due importanti conquiste: il divorzio e l’aborto. Tuttavia la strada è ancora lunga.

R-A cosa ti riferisci?

M-Mi riferisco alle norme sulla violenza sessuale: fino al 1996, quindi nonostante il Sessantotto, lo stupro era un reato contro la morale e non contro la persona. 1996! Questo è agghiacciante.

R-Quali sono le forme di violenza che l’uomo utilizza contro la donna e perché lo fa?

M-Dunque…partiamo dal perchè. Fragilità, prepotenza, desiderio di avere una mamma e non una donna, esigenza di avere accanto una serva, egoismo e non so che altro. Di fatto si parte dalla violenza evidente, quella che lascia segni visibili, all’atteggiamento del gaslighter. Quest’ultimo annulla in maniera sapiente l’autostima della donna, la spoglia di se stessa e della sua femminilità.

R-Ecco, tu questa sensazione l’hai riportata in versi. Hai paragonato la donna a una mandorla spezzata da colpi di pietra: prima viene frantumata la parte esterna, la corazza, poi i colpi arrivano dentro e la riducono in pezzi piccolissimi. Me la leggi quella tua poesia?

Comu ‘na mennula scacciata

mi sentu corpa di pe

tra

dati forti pi rumpiri u virdi

e poi atri cchiù forti

pi rumpiri u dintra

all’ultimu corpu

a mennula si sfa

a pezza nichi.

Accussì mi sentu…

Rosa Johanna Pintus

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