Dall’eroe al reietto: il docente ai tempi del Coronavirus

In questo periodo, tra docenti, si è avuto modo  di dialogare e confrontarsi  sulle problematiche e sulle questioni più spinose relative all’opportunità /obbligo surrettizio vaccinale legato alla nostra professione. 

L’esperienza della Dad 

Abbiamo vissuto due anni scolastici molto difficili. Il primo, interrottosi bruscamente a metà febbraio 2020,  ci ha visto trasformarci in docenti on line, senza nessuna preparazione e nessuna strategia comune o possibilità di pianificare degli strumenti di lavoro condivisi  perché prigionieri del lockdown, ognuno murato in casa propria, dietro uno  schermo, per chi aveva la fortuna di averlo.

In tale occasione ci siamo reinventati, abbiamo studiato come poterci organizzare al meglio le lezioni, abbiamo inseguito ragazzi demotivati e supportato coloro che non avevano la strumentazione o la possibilità di seguire la didattica on line , diventando “prestigiatori”, maghi dell’etere, soffrendo per la mancanza di un contatto in presenza e adattandoci a sostituire la nostra didattica , a mettere in discussione il modo di gestire la nostra lezione, per trovare nuove alchimie che ci permettessero di non lasciare indietro nessuno, ognuno chiuso nello spazio privato della propria abitazione, con i propri mezzi, la propria attitudine a padroneggiare il mezzo informatico, la propria individuale motivazione.

Eravamo insegnanti che lavoravano, e siamo stati considerati eroi. 

L’esperienza della bi-zona
Durante il secondo anno scolastico in emergenza abbiamo lavorato in presenza a fasi alterne, iniziato in presenza, poi a distanza, poi di nuovo finalmente in presenza, trovando un motivo per andare avanti nei sorrisi dei ragazzi, celati sotto le mascherine, districandoci tra normative di sicurezza e barcamenandoci tra gel , mascherine, finestre aperte, distanziamento, ingressi scaglionati, ricreazione a turni e accessi al bagno monitorati al limite della violazione della privacy, ma ce l’abbiamo fatta. 

Ce l’abbiamo fatta grazie agli sforzi che ognuno di noi ha compiuto, ritrovandosi a coniugare l’emergenza  con  i problemi storici, e ormai archeologici, che gravano sulle spalle della scuola da anni, come le classi pollaio, la carenza di organico, la mancanza di spazi, problemi che, a causa dell’urgenza con la quale si è manifestato il fenomeno della pandemia,  non sono stati risolti, ma con cui abbiamo convissuto nell’emergenza, e, nella speranza che, a sangue freddo, il Ministero sarebbe intervenuto in nostro aiuto. 

Siamo stati “eroi”, anche se non ci siamo sottoposti al trattamento sanitario dell’inoculazione. Questa scelta ha pesato su ognuno di noi nei rapporti con i colleghi, oltre che nei rapporti interpersonali in genere, siamo stati considerati dei buoni insegnanti “nonostante “ non avessimo aderito alla nuova religione di massa, come se la mancata accettazione del farmaco miracoloso fosse una pecca , una macchia che incrinasse la nostra correttezza morale , inconciliabile con il nostro essere stati, appunto, buoni insegnanti. 

Il terzo anno di pandemia

Adesso, per il nuovo anno scolastico, senza che sia stato materialmente fatto nulla per eradicare i problemi storici e incancreniti della scuola, impone ai docenti il marchio verde come garanzia di sicurezza, una sorta di bollino blu della banana Chiquita che garantisca la nostra “idoneità” a ciò che è definito “erogazione del servizio in presenza”, giacché dal lessico della neo lingua è sparita anche la parola insegnamento, sostituta da una perifrasi che appiattisce e sterilizza tutto ciò che di passionale e empatico c’è nel mestiere del docente. Il marchio verde certifica la sicurezza e consente al Ministro di enunciare che la distanza interpersonale di un metro tra gli studenti va mantenuta, ma, dove non è possibile, si potrà derogare. In un’aula atta a contenere 15 persone ne potranno essere stipate 30, tanto la sicurezza è garantita dal fatto che il docente sia provvisto del marchio verde, che si configura come un elemento palesemente distrattivo, il mancato possesso del quale permetterà di innescare quel processo di caccia all’untore e di ricerca del capro espiatorio che tanto piace ai media, in virtù del qual sarà identificato un “colpevole”, e mentre tutti penseranno a rincorrere, acciuffare e processare il “colpevole”, nessuno penserà più alle classi pollaio, alle aule sovraffollate, alla mancanza di spazi, alla carenza di organico etc. 

L’etichetta del no vax 

L’etichetta di “no vax”, che viene appiccicata addosso a chiunque osi esprimere dei dubbi su questo trattamento sperimentale di massa, non ci piace, come non piace a nessuno, ma le generalizzazioni consentono all’interlocutore di non affrontare il problema nelle sue specificità, e sono immensamente comode quando vengono trattati argomenti che non si vogliono approfondire.

Abbiamo letto, abbiamo raccolto testimonianze , abbiamo cercato fonti, abbiamo studiato, ci fidiamo dei premi Nobel e degli scienziati che dicono cose provate da studi e fonti e le documentano, fornendo bibliografie precise e circostanziate, non siamo persone prive di cultura o analfabeti funzionali, non siamo sorci da rinchiudere  e neppure irresponsabili o individui dalla condotta dissoluta, non siamo talebani, non siamo violenti, non siamo irresponsabili, non siamo contagiosi, né più né meno di chi abbia ricevuto il trattamento sanitario, rivendichiamo il diritto a essere curati con le terapie domiciliari che ci sono, ma che non sono riconosciute dal Ministero della Salute e che i medici non plagiati dal sistema praticano quasi clandestinamente. Non raccogliamo le provocazioni che quotidianamente ci vengono lanciate dal media di regime al solo fine di provocare reazioni poco urbane che consentirebbero al sistema di screditarci e inchiodarci, guardiamo la tv con lo spirito critico e riusciamo a mantenere un atteggiamento super partes  nonostante la propaganda martellante, i cui meccanismi ricordano certe cose brutte del passato che mai avrebbero dovuto ripetersi, inneggi all’odio sociale e alla violenza. 

Ognuno ha le sue motivazioni per non avere aderito alla campagna salvifica realizzata attraverso il nuovo farmaco,  c’è chi ha motivi seri di salute e, non venendo comunque esentato,  teme di avere conseguenze gravi,  chi accetta genericamente i vaccini e magari si sottopone ogni anno a  quello dell’influenza e non desidera fare da cavia a questo vaccino ogm (questa è la denominazione corretta, secondo la dottoressa Bolgan) , chi ha un’amica o una  collega deceduta a causa di questo vaccino, con tanto di correlazione accertata, e i casi non mancano, chi è semplicemente perplesso e di fronte a una violenza mediatica così forte decide di rifiutare il trattamento, chi accetterebbe anche la somministrazione di questo farmaco ma magari un po’ più in là, quando l’uso ne fosse stato consolidato dal tempo e quando i morti da vaccino “senza nessuna correlazione” saranno stati azzerati. 

Per questo, senza che nessuna azione malvagia sia stata da noi compiuta, siamo stati repentinamente considerati “untori”, “cattivi maestri”, un cancro sociale da estirpare dal sacro mondo della scuola inoculata, sanificata, depurata e purificata, addirittura indegni di accedere al posto di lavoro perché sprovvisti del lasciapassare governativo con il quale lo Stato ci restituirebbe il diritto al lavoro in cambio della cessione della sovranità sul  corpo di ognuno di noi, senza, ovviamente, assumersi la responsabilità in caso di decesso o danni permanenti. 

Conclusioni

Quali che siano le motivazioni, a fronte del fatto che per un anno scolastico ci siamo recati al lavoro senza essere stati inoculati, e, rispettando le precauzioni di distanziamento e mascherine abbiamo convissuto con una pandemia  che colpisce in maniera sintomatica  una minima parte della popolazione e che, se curata per tempo, con le opportune cure domiciliari, che vengono ancora negate al solo scopo di generare paura con la quale poter tenere la popolazione sotto scacco, non è letale, aggiungendo che , come hanno affermato virologi accreditati dal main stream e persino alcune viro  star televisive, la trasmissibilità del virus è uguale sia per i vaccinati che per i non vaccinati, e dunque il vaccino non ferma la circolazione del virus, ma aiuta a non contrarre la malattia in forma grave, anche se i dati che arrivano da Israele, ove è partita la somministrazione della terza dose e ove si sta studiando (notizia di poche ore fa) la possibilità di realizzarne una quarta, sembrano mettere in dubbio anche questo aspetto, ci opponiamo fermamente all’utilizzo del green pass, il cui nome corretto in italiano è lasciapassare governativo per avere accesso al posto di lavoro, e ci opponiamo fermamente, con tutta l’anima, all’idea della scuola trasformata in presidio sanitario permanente, finalizzato a creare un vaccinatoio senza fine che colpirà, senza esclusione di colpi, docenti, personale della scuola, ragazzi e bambini, uno dopo l’altro.

E ci opponiamo fermamente all’idea che la scuola, che è per antonomasia luogo di inclusione, diventi un luogo per accedere al quale si debba esibire un lasciapassare, il possesso del quale non divide il mondo in vincitori e vinti, come le persone plagiate dal mainstream credono,  ma vede sconfitta,  umiliata e mutilata la collettività intera, degli insegnanti, dei lavoratori,  dei cittadini, degli esseri umani in genere.

Cristina Tolmino  

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