Esselunga in città: cosa fatta capo ha

Articolo di Sergio Famulari
A seguito del consiglio comunale svoltosi , è stato dato il via libera al secondo progetto Esselunga, dopo quella di via  Piave, in città, a Genova.
Pesanti gli scontri tra maggioranza ed opposizione sulla opportunità o meno di questa nuova apertura che, a detta del presidente del Civ di Sampierdarena, rappresenterà:

“ Un ulteriore grave schiaffo alla sopravvivenza di molte attività commerciali, non solo di Sampierdarena, ma anche delle alture e del ponente”.

Con toni analoghi si è espresso anche il presidente di Confesercenti che ha parlato di chiaro e sicuro “decadimento della qualità della vita”, oltre che di promesse disattese dall’attuale Giunta che si era spesa politicamente proprio sulla protezione delle attività piccole ed a conduzione familiare.

L’ingresso nelle passate amministrazioni di Coop e in queste attuali di Esselunga, possono essere considerate un unicum politico, nuove risorse e nuova imprenditoria, è evidente, sono sempre ben accetti;  ma il quesito è quali sono i prezzi che si pagano, e chi li paga?

Personalmente negli anni ho notato che questi forti gruppi della grande distribuzione si sono fatti carico di garantire la continuità e l’attuazione di momenti culturali e ricreativi che altrimenti rischiavano di andare perduti, quindi un punto a favore,  e poi?

Dal punto di vista urbanistico quali sono le reali virtuose ricadute pratiche a favore del quartiere o dei quartieri che più di tutti verranno impattati dall’arrivo di quest’ultimo grande colosso ( 3200 mq)?

In quanti dovranno letteralmente “ chiudere bottega”?

Interroghiamoci, speranzosi che la ragionevolezza e l’equilibrio prevalgano.

Sergio Famulari 

Giovàri: una voce che accarezza

Torino- Timido e scontroso ma deciso; si rivela a dosi, una delle interviste più difficili perché Giovari, Giovàri per la precisione, non è uno che parla o che scherza, è uno che scrive e musica versi, anche i miei, ed è così che i nostri destini si incrociano: in un film e come in un film.

Già, perché ci troviamo impegnati sullo stesso set, a lavorare come ossessi su un soggetto del regista Marco Bracco: lui con la musica e io con le parole. Lunghi incontri su Google meet all’ombra del Covid: città diverse, empatia impossibile attraverso uno schermo e tempi risicati per conoscerci.

Sulla musica, per esempio, abbiamo idee radicalmente diverse: io che amo rap e trap, lui che risponde con tracce melodiche perché, pur essendo giovane, non si riconosce nella musica gridata dalla maggior parte dei suoi colleghi e preferisce il fingerpicking, una tecnica che vuole le dita direttamente sulle corde della chitarra, senza il plettro:

La musica giovane non si riduce al rap, al trap, alla rabbia gridata in 4/4. Musica che proviene dal cemento ma che spesso non riesce ad andare oltre: i 4/4 possono accarezzare ed esprimere la protesta senza grida.

Giovari

Poi avviene il miracolo: Giovanni Arichetta musica e canta i versi che io ho scritto e quei versi diventano altro: “Ah! Ecco”, penso, “così arrivano a tutti.” E forse il rapporto tra un paroliere e un musicista è una sorta di danza latina in cui conduce chi possiede la chitarra.

Al di là del film, che racconteremo un’altra volta e al di là di me, Giovàri ha da poco terminato il singolo Senza Barriere: un brano melodico, già presente su Spotify.

L’intervista, come dicevo, procede a fatica: per deformazione professionale (sono una docente amante della maieutica) so che Giovari è più di ciò che racconta, che per capirlo occorre prima fare un viaggio dentro di lui e poi tradurre in linguaggio verbale ciò che lui è, e non so neppure se ne ho colto lo spirito. Decido allora di ascoltare le sue canzoni, di spiare il suo profilo Instagram, e lì sorride perché suona: non solo la chitarra ma anche il pianoforte.

La sua musica è fisica, sensuale e le sue canzoni rivelano l’immagine di un maschio sano, in grado di cavalcare la passione erotica con occhi d’amore, di piangere forse ma mai di insultare o uccidere la donna: un buon punto di partenza se si pensa che siamo passati dall'”Ehi, bambola” all'”Ehi, bitch”, che manco vuol dire puttana ma proprio cagna! Non dimentichiamocelo l’ospite di Sanremo osannato da Amadeus e non stupiamoci se l’Italia uccide le donne.

Gli chiedo quando si sia accorto della sua passione per la musica:

Dopo una delusione amorosa, chiuso in cameretta con la mia chitarra, ho scritto la mia prima canzone, più come uno sfogo, una sorta di liberazione, in realtà non per farne proprio una canzone. Ho però così trovato il modo per stare meglio e ho continuato a farlo perché ogni volta che ne sentivo la necessità i pensieri divenivano parole e poi strofe accompagnate e aiutate dalla musica di sottofondo.

Si tratta di una rivelazione sulla via di Damasco perché Giovari era combattuto da un’altra passione: quella per il calcio.

In poco tempo, incoraggiato dai suoi familiari, Giovari ha capito che ciò che scriveva e musicava era anche orecchiabile.

Così ho cominciato a studiare canto, a continuare gli studi di chitarra che già da anni avevo intrapreso. La necessità di sfogarsi ha fatto venir fuori tutto ciò. Una grandissima passione per la musica che pian pian sta diventando una professione.

Una gestualità forte e marcata è presente anche in questo artista poiché il bisogno di comunicare e di essere compresi è la linfa che nutre i performer; tuttavia in Giovari il gesto non riduce la musica a mera ancella e la voce diviene canto.

La rabbia si può esprimere a carezze, non necessariamente a pugni o attraverso kick ripetitivi, dissing e sintetizzatori. Ci vuole rispetto anche nella rabbia però…siamo nel 2020 dove la ricerca di un mondo senza barriere è all’ordine del giorno.

La musica, anche se non più da protagonista, tiene sempre il passo coi tempi ma spesso questo è un compromesso inaccettabile ed è meglio rallentare, riflettere, ponderare:

Ma non riesco a stare a tempo,

questo cuore è troppo lento.

Ghiaccio, Giovari

Gli chiedo in che senso la musica non sia più protagonista e perché la veda piuttosto come un accessorio.

In quest’era di consumismo si producono quintali di musica usa e getta e troppo spesso non contano le note ma l’outfit su cui poi l’artista guadagna. Se pur vi è qualcosa di buono, qualche verso geniale nei testi, questo viene spremuto fino alla fine e svuotato. Il ciclo vitale di queste canzoni è breve, diventano vecchie in un attimo, obsolete.

In effetti, i pezzi che hanno preceduto il XXI secolo sono tutt’ora hit:

Eravamo abituati ad ascoltare un pezzo anche per anni, ora basta un’estate per dimenticarlo. Non è però questa la natura dell’arte: nasce per rimanere, altrimenti non è arte.

Giovàri ha ragione: è arte ciò che rimane anche se è molto difficile essere stabili in una società liquida.

Rosa Johanna Pintus

Il fantastico golpe del ’21: ecce homo Fati

Lo sguardo freddo e il silenzio, la mancanza di empatia e un saluto “di dovere” perché proprio non lo si poteva evitare. Un’immagine brutta, quella del neopresidente acclamato che mette a tacere la moglie, in malo modo. Un’immagine bella, quella di Giuseppe Conte che si stupisce per l’applauso ricevuto ma condivide la sua commozione con la moglie.

Infine lui, colui che al solo nominarlo mi viene la tachicardia, lui che ha prima aiutato e poi tradito nella maniera peggiore: il rinascimentale, il Saudita, il rospo che si vuole gonfiare e diventare bue.

Che teatrino triste, squallido, tragico ci tocca osservare in questa Italia che dovrebbe festeggiare i settecento anni dalla morte del Sommo Poeta.

Questi due anni sono stati un incubo per tutti e Conte ci ha fatto persino arrabbiare per i suoi decreti ma era un uomo: di cuore, di carne.

Non so se lo avete notato, sono tornati quelli di prima e in pompa magna:

qual è la vision? A me sfugge. Non mi sfugge invece la mission: il potere deve essere maschio. Infatti tra i nove ministri senza portafoglio cinque sono donne.

Oggi ci troviamo con un Governo “che farà bene”: non si sa cosa farà ma già è intoccabile, algido, lontano.

Niente Social, niente sorrisi, probabilmente niente felpe né selfie. Tutto sterile, meglio che con la mascherina: pecunia non olet e il banchetto del magna magna è allestito per chi ci sta.

Mi sento fragile come un cristallo rotto, probabilmente è un problema mio quello di non riuscire a comprendere perché i governi italiani cadano a comando. Questo governicchio così raffazzonato ha tutta l’aria del golpe:

Renzi parla con Draghi e poi tace.

Renzi a un certo punto impazzisce e ritira le sue…ancelle.

Il Parlamento si finge scosso e il vomitevole reality si svolge mentre gli Italiani sono tenuti in pugno dalla pandemia.

Il Governo Conte cade ma non si possono indire elezioni perché c’è la pandemia.

Mattarella pone Draghi, mai eletto ma solo acclamato e invocato, come Presidente del Consiglio e lo Spread diminuisce.

Ecce homo, ecce golpe.

Rosa Johanna Pintus

Covid V Scuola tre a zero, perché?

Covid contro Scuola e vince il Covid 19 per tre a zero. Una sconfitta bruciante per i giocatori della Scuola, capitanata dalla Ministra che, in ogni modo, ha cercato di tener duro. Ma la squadra non ha retto agli attacchi degli avversari esterni ed interni: in primis una marea di giocatori indegni che ha implorato fino all’ultimo di chiudere le scuole con toni simili all’ammutinamento del Bounty.

La Ministra, a dire il vero, ci ha messo del suo, offrendo assist decisivi agli autogoal perché incompresa nelle sue performances migliori (una perla in mano ai porci!).

La squadra del Covid guardava incredula ciò che capitava nel campo avversario: l’incapacità del Governo di governare i propri governatori, ad esempio! Il Covid, essendo madrelingua cinese ma volenteroso nell’apprendimento dell’italiano, ha per un momento pensato che governo e governatori, avendo la medesima radice nel nome, fossero concordi; a questo si deve il suo tergiversare estivo, al timore di trovarsi di fronte una sorta di ordinata e coordinata testuggine romana, altrimenti ci avrebbe fatto tutti fuori prima.

Invece di coordinato non c’era proprio nulla: non gli ospedali, privi ancora di percorsi adeguati e di medici specializzati, non le Regioni, non lo Stato, non i Trasporti, non la Scuola.

La Ministra in realtà, con mente geniale e divergente, aveva intuito che uno dei maggiori problemi sarebbe stato quello dei trasporti e avrebbe ovviato al problema con i famosi e criticati banchi a rotelle, ultima ratio-nonostante le buche di Roma e dell’Italia intera- per consentire ai ragazzi un mezzo di trasporto a prova di furto (si sa che fine fanno in Italia monopattini e biciclette).

Ma ha pestato il piede sbagliato perché, mentre lei implorava il Commissario eletto di velocizzare l’acquisto dei suddetti banchi, il Governo intendeva calmare gli animi disillusi e il ventre affamato e scarno degli Italiani con il bonus biciclette, in netta concorrenza con la proposta del banco a rotelle.

Non credendo ai propri occhi per tanto facile bordello e osservando l’accesa sensualità dell’ala destra in campo, impegnata in selfie, formaggette e discoteche, il capitano del Covid 19, pur trovandosi in Sardegna, si è sentito sul Rubicone: “Alea iacta est” ha dichiarato ai prodi e facilmente ha assediato l’italica virtute che si pavoneggiava fiera e bella.

La Ministra, l’unica che, nel delirio di onnipotenza governativo-collettiva, aveva chiara la vision , ha gridato: “Non toccatemi la Scuola!” il Governo però, osservando la mission, e cioè la carenza di insegnanti che ha colpito persino il pargolo del Premier, ha smesso di riconoscerla come caposquadra.

Così, nel marasma totale, il virus si è diffuso e non per i droplet; tre sono stati gli alleati Covid e i traditor di patria: incompetenza, vanità e paura.

Paura non del Covid ma della cultura che avrebbe potuto rivelare in breve come l’incompetenza, in Italia, regni sovrana.

Ecco il senso profondo dell’epurazione dei nuovi sovversivi: le ballerine, gli attori, gli studenti, i prèsidi ispirati, gli insegnanti volenterosi, i nonni.

Ecco il senso profondo della chiusura delle scuole di danza, dei teatri, dei cinema, dei vecchi che sono narrazione di un passato democratico.

Ecco il senso profondo di una Dad forzata per gli adolescenti che hanno diritto all’istruzione, considerato che poi saranno loro a pagare i nostri debiti.

Apriamo le scuole e chiudiamo i parchi! Niente, nessuno mi sente.

E non posso che concludere con le parole del carme che più amo, il Bruto Minore di Leopardi, che esprime i miei pensieri meglio di quanto possa fare io:

In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia
.

“Io non sono nessuno” memorie dalla Val Petronio

“Io non sono nessuno”, la frase irrompe nel giardino di Mario mentre la pronipote gioca sotto gli alberi. “Davvero non ci potevo credere che quella ragazza non mi riconoscesse quando noi, umili contadini, avevamo accolto in paese lei e tutti gli sfollati di Sestri; e così , quando mi ha chiesto chi fossi e perché pensavo di poter lavorare lì, le ho detto: chi sono? Io non sono nessuno”. Le sue parole sono secche perché parlare di ingratitudine brucia la gola, asciuga il palato: “Volevo solo poter fare il cameriere e lei fingeva di non conoscermi…Ma vede, la guerra era finita e i ricchi tornavano ad essere ricchi, i contadini riprendevano a fare i contadini perché la vita è così: scorre, e chi si è visto si è visto.”

Gli chiedo perché non avesse ricordato a quella ragazza chi fosse, in guerra erano bambini e ora si ritrovavano adulti, forse davvero ella non riusciva ad associare il suo volto a quel periodo. “No, guardi…non quando vedi le bombe scendere su luoghi che conosci, non quando hai paura insieme.” Poi riprende fiato: “Certo, non avevo studiato; io sono originario di Zuccarella e sono figlio di mezzadri. Da bambino stavo con le pecore e i campi erano pieni di grano e di ulivi; ci giravo scalzo per quei campi, li tenevamo puliti e Velva aveva un altro aspetto. Anche durante la guerra, coi fascisti che avevano qui gli accampamenti, c’era da mangiare.”

“Com’erano i fascisti qui a Velva? “Tremendi ma umani”. “Come, scusi?” Sono stupita da quest’involontario ossimoro e mi chiedo che cosa Mario intenda dire.

“Le camicie nere erano delle vere e proprie bande e ci facevano paura. Io sono del Trentasette e mi sono vissuto la guerra da bambino. La guerra, quella vera, non era l’unica; i Sestresi erano sfollati per i bombardamenti ma sulle alture c’era la guerra civile, quella dei partigiani.

Così le camicie nere prendevano i contadini, gli facevano scavare la fossa e dicevano che ce li avrebbero buttati dentro. Che poi parliamo di contadini vecchi e di ragazzini: gli uomini erano arruolati. Alla fine, nonostante il terrore che provavamo ogni volta, soltanto poche persone sono state realmente gettate nella fossa, in genere lasciavano andare tutti.”

“Sì, però…”

“Anche i partigiani erano tremendi. Ci spaventavano ancora di più. I fascisti li vedevi, sapevi dov’erano. Dicevano che quella fossa era già lì nel caso avessimo deciso di aiutare i partigiani: il duce voleva dare la pensione ai contadini e i padroni non volevano, i partigiani preferivano i padroni.”

” Ma no, molti partigiani erano socialisti!” esclamo.

“Comunque sia, quelli di allora erano meglio di quelli di adesso.” conclude Mario.

Guardo lui ed Elia, sua moglie, e so che questo articolo mi prenderà del tempo, che non mi sarà chiaro né cosa scrivere né come scriverlo. Perché Mario ed Elia, quelli che stanno parlando con me adesso, sono gli stessi che conobbi bambina: immutati. Vederli nel ruolo di bisnonni attivi e giovanili mi fa un certo effetto. Elia poi mi riporta alla me bambina che andava a comprare in quel negozio che c’era a Velva e che non c’è più, non perché vi fosse la volontà di chiudere ma perché, tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio, Velva è morta di abbandono.

Elia è più giovane di Mario: è nata l’anno della Costituzione: “Sono vecchia ma non così vecchia da potermi essere goduta il primo voto delle donne, mannaggia!” I capelli ancora neri e lunghi, il volto dalle rughe appena accennate.

Ed è sua moglie, perché poi Mario è riuscito a lavorare negli alberghi e ha incontrato la sua dolce metà: “L’ho conosciuta al Miramare che ero già un uomo: avevo lavorato in diversi alberghi e persino in distilleria perché, qui in zona, c’era la White Rock, la fabbrica di birra.”

Mario è un uomo affascinante e diretto, sicuramente concreto, ed Elia si innamora; la coppia sceglie di vivere a Velva ed Elia si apre quello che diventerà lo storico negozio di quest’angolo tra gli Appennini. I primi anni il negozio vende bene, è un emporio che risponde a tutte le esigenze; appena i figli crescono, decidono di aiutare la madre: “Io non amavo il negozio”, ammette Mario, “mi pareva un lavoro da donne.” Invece Ugo, il figlio, ama lavorare in questo negozietto: “Ugo partiva con la sua Vespa e andava a far consegne in ogni dove mentre mia Gabriella mi aiutava al banco”. Poi, triste, Elia aggiunge: “C’erano tre negozi qui, e vendevamo tutti.” Poi il dramma inarrestabile: “Nel ’99 Velva si è spopolata; non di colpo, certo, ma nel ’99 abbiamo capito che non potevamo più competere con i supermercati. Chiudere il negozio è stato come dare l’ultima pugnalata a Velva.”

Elia aggiunge che durante il lockdown si è resa conto di come sia cambiata la mentalità della gente: “I corrieri portavano i pacchi anche quassù ma senza avere alcuna relazione con i clienti, altro che Ugo!”

“Certo,” ammette Valeria, la nipote, “però, durante il lockdown, qui siamo riusciti a vivere e molte famiglie hanno riscoperto il piacere di relazionarsi in una comunità piccola ma lontana dalle ansie che pervadono il mondo.”

“Dunque” sorrido “se mai ci sarà un nuovo lockdown, verrò qui a esplorare i sentieri di Velva.”

Ed è agosto quando pronuncio questa frase: ero sicura che non ci sarebbero stati altri lockdown.

Curioso, questo articolo avrebbe dovuto essere pubblicato su PoliticaCultura nel mese di settembre ma, banalmente, non trovavo più le foto di quella mattina così particolare.

Oggi, mentre setacciavo la cartella d’immagini, all’alba di una nuova e inevitabile chiusura, è spuntato il volto di Mario al quale mando i miei più vivi saluti; un caso, un monito, non lo so ma, da un po’ di giorni, Velva sembra chiamarmi col suo silenzio, la sua bellezza, la sua speranza.

Rosa J.Pintus

Amelia, la mezzadra di Mereta

Amelia era una mezzadra, la sua famiglia lavorava i terreni di Mereta per conto dei Delle Re. I padroni in quel tempo erano molti e il territorio di Velva era diviso tra più famiglie: De Martini, Navone, Felice, Delle Re e Del Re.

Vi era poi il caso, del tutto particolare, della Scia Maria, una donna molto indipendente che possedeva e gestiva i terreni come se fosse un uomo.

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I campi assegnati alla famiglia di Amelia si trovavano in località Mereta, dove noi siamo soliti scendere e salire da quelle corriere che ci portano al mare:

“Il fiume Mereta consentiva alla mia famiglia di bagnare la terra; i padroni ci avevano dato una casa composta da tre camere; mia mamma pretese anche la cucina e riuscì ad ottenerla , così restò fuori soltanto il gabinetto”.

Lavorare in una mezzadria significava, per la famiglia, consegnare la parte migliore del raccolto al signore di turno.

Amelia confessa di non aver mai lavorato i campi poiché, a dodici anni, le era stato assegnato il compito di badare al fratellino e di portarlo al terreno per l’allattamento; ha imparato presto a gestire il piccolo Giorgio perché la mamma lavorava nei campi:

“Non dovevamo badare soltanto alla terra: c’erano le galline, di cui potevamo vendere le uova, le mucche, le pecore. Insomma, c’era un gran daffare.”

Amelia quindi cresce in fretta e impara le restrizioni della vita, le pretese assurde dei padroni, le ingiustizie della vita:

“Loro volevano la roba migliore, un giorno la cuoca ha detto a mia mamma di tenersene da parte un po’ perché molta di quella verdura veniva in realtà buttata via.”

Ancora oggi fatica ad accettarlo:

“Non aveva senso, gli altri signori non si comportavano così. “

Già signorina, Amelia scopre l’amore; si tratta di un amore inaspettato, da fiaba e con tanto di ostacoli e peripezie:

” Giovanni Bertolone, detto Baby, aveva le scarpe. Noi andavamo in giro scalzi, le scarpe le usava soltanto qualcuno nei giorni di festa, ma lui le aveva sempre perché era figlio di benestanti.”

La ragazzina è molto bella e ha gli occhi accesi di chi non teme la vita; Giovanni la nota subito , sempre più spesso si reca alla casa sul fiume e porta con sé un grammofono; Amelia e la sorella ballano e la madre è convinta che Giovanni stia corteggiando la più grande delle figlie:

“Era un grammofono a corda ma per noi era una novità assoluta e la domenica diventava un giorno atteso. Ma vi fu una domenica diversa dalle altre…”.

Piove. Amelia si reca a messa nella chiesa del centro storico di Velva e non ha l’ombrello. Corre allora a ripararsi sotto il portico e Giovanni la segue per offrirle riparo.

Amelia non vuole, si scansa; Giovanni insiste e le dichiara il suo amore.

“A questo punto io fuggo confusa, non so cosa fare e in più i miei genitori decidono di allontanarmi da Velva, mi mandano a Genova! Lui prova a venire a trovarmi ma non è facile. Ai miei lui non piace perché è molto più grande di me e io non ho neppure diciassette anni.”

Appena torna a Mereta, Amelia scrive una lettera d’amore a Baby; lui si consulta con un amico carabiniere che gli consiglia di rapirla.

“Metti tre stracci in una borsa,”le scrive lui, “stasera vengo a prenderti.”

Amelia si prepara, sa che i suoi genitori non le perdoneranno questa follia, sa che diverrà probabilmente una ragazza chiacchierata:

“Attendo la sera, sono in ansia. Sto facendo la cosa giusta? E dove andremo?”

The Promised Neverland- 𝓕𝓪𝓶𝓮 𝓭𝓲 𝓵𝓲𝓫𝓮𝓻𝓽𝓪' - Capitolo 24 -Fuga  romantica- - Wattpad

Baby era stato partigiano e organizzare una fuga romantica è senz’altro più semplice che combattere contro i Tedeschi; eppure, quando lancia la pietra alla finestra di Amelia, le sue mani tremano.

Lei si affaccia e lui, che si era portato dietro una lunga scala, la aiuta a scendere:

“C’era la luna piena, tutto era molto romantico. Per alcuni giorni fummo ospitati da famiglie di partigiani, infine andammo da Don Costa per sposarci.”

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Ma Don Costa non li può sposare perché Amelia è minorenne e il padre di Amelia non vuole sentire ragioni, chissà perché poi! Eppure Baby è di buona famiglia!

Baby è figlio di un’italiana e di un inglese.

“I Bertolone in origine avevano la licenza di condurre la diligenza per la posta ma” racconta Mirella,figlia di Amelia, “il bisnonno aveva venduto la licenza agli Spagnoli.”

Così parte della famiglia decide di emigrare in Inghilterra e di dedicarsi a un’arte ancora sconosciuta a Manchester: l’arte del gelato.

“In realtà sono state le donne a fare la fortuna della nostra famiglia perché, da subito, si sono mostrate determinate e attente.

La prima terra in cui si trovarono a vivere fu quella di Isle of Man; qui la nostra antenata cominciò col vendere gelati e finì per comprare case.”

I Bertolone non si fermarono ad Isle of Man ma arrivarono a Blackpole.

“Da Blackpole le mie ave, e parlo dell’Ottocento, trasportavano gelati fino a Manchester; si narra che tornassero indietro con sacchi pieni di soldi da consegnare in banca”.

Allora perché Baby non piace? Forse Amelia è troppo giovane?

Don Costa decide di andare a parlare con i genitori di Amelia, è deciso, sa che i due innamorati stanno facendo la cosa giusta.

Alla fine il permesso è concesso e, con la nascita di Mirella, il matrimonio viene accettato.

“Mi dispiace però” dice Amelia “constatare che a Velva i terreni non sono più curati. Questo avviene quando i padroni sono in contrasto coi mezzadri. Sarebbe bastato concedere qualcosa in più perché le persone non fuggissero…ma non tutti i padroni sono uguali.”

In questo video potete ascoltare il racconto proprio dalla signora Amelia che ci ha donato la sua storia e la sua voce.

Un minierasmus a Velva: la didattica dell’Aktive Schule

Velva è un paese particolare che ospita stranieri già dagli anni Ottanta.

Ricordo, all’epoca venivano i Francesi delle Vacances Vivantes, col loro pullman e i loro capelli biondi. Ci si innamorava e ci si lasciava nello spazio di quei venti giorni, pur senza capirsi pienamente che tanto non importava.

Negli anni Novanta cominciarono a venire i Tedeschi e gli Inglesi, ma delle incredibili relazioni con l’Inghilterra vi parlerò nel prossimo articolo.

Io all’epoca non parlavo inglese, neppure mio fratello e il mio amico che, però, attraverso la chitarra riuscirono a creare relazioni cantando testi di cui non comprendevano il significato.

Erano ancora gli anni in cui ci si ostinava a insegnare la grammatica delle lingue straniere esattamente come si insegna la grammatica latina: attraverso nozioni utili a tradurre ma non a parlare.

Poi è cambiato il modo di insegnare, dando maggiore importanza al lessico, e le persone hanno cominciato a capirsi.

E io ho cominciato a parlare anziché limitarmi a leggere e scrivere.

E’ curioso, nonostante le mie perplessità sugli insegnamenti che mi venivano forniti, sono diventata una docente.

-Chissà perché proprio tu;- mi disse una volta mio fratello- tu che volevi incendiare il liceo con tutti i professori dentro.

Quando ci ripenso mi rendo conto di ciò che ero: avevo lanciato un libro all’insegnante di filosofia accusandola di non capirne il contenuto, ero scappata dalla finestra della scuola per evitare un’interrogazione ma non ero pazza; ho continuato a seguire gli studi classici in università, laureandomi prima di terminare il quarto anno.

Erano quella scuola e quella didattica che mi esasperavano, mi parevano sterili e violente.

Credo di essere sopravvissuta solo perché riuscivo a tradurre il greco senza usare il vocabolario: avevo capito che il lessico era l’unica vera possibilità per vincere.

Prendevo anche dei nove ma mi chiedevo se quella del terrore fosse l’unica metodologia di insegnamento.

Forse per questo sono diventata una docente: per distruggere Alcatraz.

Seduta sui gradini della chiesa di Velva mi accorgo che i miei figli giocano con una bambina tedesca; tra giochi e liti determinati dalle barriere linguistiche e superati dal sorriso.

In quest’occasione conosco Irina, il cui nome-se lo riporto alla radice greca-significa pace; tra noi due si crea subito il desiderio di comunicare e, tra un caffé con ghiaccio e un’occhiata ai bimbi, scopriamo di essere entrambe docenti.

Irina però non insegna in una scuola tradizionale. insegna all’Aktive Schule Peters Hausen.

  • La Active School Petershausen è una scuola aperta tutto il giorno. Ai bambini viene offerta la colazione e il pranzo. I piatti sono preparati con ingredienti e cibi prevalentemente biologici e / o regionali.
  • I bambini imparano gli uni dagli altri in gruppi di anni misti.
  • I bambini imparano in un’atmosfera rilassata secondo le loro capacità e il loro ritmo senza dividere le lezioni in 45 minuti.
  • L’insegnante è il progettista dell’ambiente di apprendimento e assume il ruolo di aiutante e compagno nell’ulteriore sviluppo del processo di apprendimento del bambino. Un gruppo di apprendimento è supervisionato da due guide di apprendimento.
  • Sotto la stretta supervisione della guida all’apprendimento, i bambini sviluppano le loro conoscenze in modo indipendente, senza la pressione dei voti, attraverso un’auto-riflessione regolare.
  • Le lingue inglese e spagnolo sono coinvolgenti già dal 1 ° grado.
  • La “giornata all’aperto” settimanale risveglia nei bambini una consapevolezza duratura della nostra natura e dell’ambiente.

Si tratta di una scuola che potrebbe essere paragonata alla nostra “scuola parentale”, il sistema educativo si basa principalmente sul metodo Montessori senza escludere il metodo Steiner che, anche qui da noi, si sta diffondendo.

Irina mi spiega che è stato molto difficile lasciar approdare questo sistema in Baviera poiché la regione è estremamente conservatrice.

Per questo motivo gli allievi dell’Aktive Schule affrontano, ogni due anni, un esame nel quale vengono valutate competenze e conoscenze.

I bambini vengono divisi in base all’età in due gruppi e i più grandi aiutano i più piccoli.

Quando viene data una consegna, che gli insegnanti chiamano progetto, ogni gruppo lo sviluppa attraverso le proprie armi cognitive e le proprie competenze: si lavora nel tempo-scuola, il tempo-famiglia è sacro.

Accade così di lavorare sull’Impero Romano attraverso disegni, testi o Power Point e il lavoro si termina nei locali scolastici, poi c’è il tempo del gioco e della scoperta che ha lo stesso valore.

Nell’Aktive Schule i bambini studiano inglese e spagnolo con docenti madrelingua, le altre materie con insegnanti tedeschi.

Le chiedo come sia possibile insegnare matematica senza una lavagna e una disciplina ben stabilita.

“Ci sono diversi metodi per risolvere un problema, noi li descriviamo e poi ciascuno sceglie il suo. Certo, la lezione frontale c’è perché per alcune materie è necessaria, ma è molto breve rispetto a quella della scuola tradizionale e i bambini non ascoltano passivamente, si industriano per giungere a una soluzione.”

Irina ritiene questo metodo vincente:

“I nostri studenti non imparano solo un metodo di studio ma si costruiscono un metro per analizzare la realtà: si parte dalla conoscenza del sé, dal dare un nome alle proprie emozioni, magari cercando di descriverle.

Il docente non si fa chiamare professore, è piuttosto una guida che facilita l’apprendimento e osserva il ritmo del gruppo: un lernbegleiter.

Sono gli studenti, ad esempio, a decidere il nome della loro classe mentre il docente aiuta a risolvere ed analizzare gli eventuali conflitti.”

Irina ci tiene a precisare che gli studenti non sono tenuti nella bambagia e che è molto faticoso insegnare ad imparare, è più facile imporre la conoscenza.

Tuttavia la scuola tradizionale, da lei frequentata, le pareva aggressiva e assurda.

Per questo ha deciso di laurearsi in scienze pedagogiche e…Velva chiude il cerchio.

Beato Pareto: un legame profondo tra Val Polcevera e Val Petronio

Si narra che Beato Pareto, al secolo Benedetto, contadino del Monte Figogna, stesse tagliando il fieno in attesa che la moglie gli portasse il pranzo.

Carla e Giovanna dell’Associazione Veleura mi hanno trascinata qui, stasera, proprio mentre ero nell’atto di addentare la salsiccia alla brace:

“Tu che sei sempre a scrivere, dai, forza, mangi dopo!”

In effetti ci sono anche Cristina , Giorgio, John, la Veleura al completo. E’ che, essendo appena giunta da Pra’, dopo lunghissimo viaggio con mascherina ed Elena Ferrante al seguito, sono proprio stravolta.

Entro, fortunatamente c’è ancora posto. M’incuriosisco, ascolto, scrivo.

Erano le dieci del mattino, una mattinata limpida di quelle in cui la rugiada sembra non voler lasciare il posto al sole e correva l’Annus Domini 1490; Pareto alzò lo sguardo stanco ma pieno di irruente energia verso il cielo nell’atto consueto di asciugarsi il sudore con il braccio. Nell’altro braccio, ben saldo, teneva il falcetto.

Fatico non poco a restare in un mondo di realtà, sono già lì: sul Monte Figogna.

In quel momento l’aria, l’erba, il sole parvero fermarsi, come sospese in un sogno di bambino, e il Beato vide dirigersi verso di lui una donna che non era la moglie. La donna era di una bellezza straordinaria-non che la moglie non lo fosse e lui, intendiamoci, l’amava moltissimo- ma, ecco, il nostro Benedetto si accorse che quei capelli, quegli occhi, quei lineamenti, quegli abiti non erano cosa comune. E poi…quell’improvviso silenzio, quasi adorante, da parte delle libellule, delle api, delle mosche, in genere ripugnanti e noiose, era nel contempo innaturale e fragile.

Vedo Benedetto che lascia cadere il falcetto e il cappello.

“Benedetto, non temere, io sono la regina dei cieli, la madre di quel Gesù che è morto per salvare l’umanità”

Il Beato, inginocchiandosi, si portò la mano al cuore e disse:

“Ma io, Signora, sono un uomo semplice, un contadino, un ignorante…cosa posso fare io per…”

“Benedetto, corri al paese, convinci gli uomini a edificare una cappella qui, proprio sotto la volta del cielo” e scomparve nella stessa luce splendente che l’aveva annunciata.

Il paese era Livellato e fu lì che, dimenticando il falcetto e il cappello, Pareto corse con una foga che fece tremare tutti i sassi del Figogna.

La moglie, vedendoselo piombare in casa, gli disse:

“Che è? Stai male? Sei pallido come un cencio!”

“Ah! Sapessi…sapessi…ho visto la Madonna!”

“Cosa? Eh sì che Maria adesso parla coi contadini! Eh già, non ha altro da fare!”

“Ho visto la Madonna. Era di una bellezza elegante e gentile nello stesso tempo, mi ha parlato, dice che dobbiamo costruirle una cappella.”

Il primo santuario non fu però eretto dalla generazione di Benedetto Pareto ma da quella dei suoi figli Bartolomeo e Pasquale.

La storia che vi ho appena raccontato, l’ho avuta sempre sotto gli occhi, narrata da un grande scultore ligure, Antonio Canepa, ma non ne ero cosciente e forse nessuno, tra noi della comunità di Velva, ne era veramente a conoscenza, pur pregando spesso al Santuario di NS Signora della Guardia davanti alla statua lignea del Canepa.

Ieri sera però è salito al santuario di Velva un gruppo molto particolare che, in questi tempi di Covid, sta girando la Liguria nel tentativo di raccontarci ciò che non vediamo più.

E’ paradossale: viviamo in una società di immagini ma non siamo in grado di coglierne il senso profondo e così ieri l’Associazione Liguria delle Arti è venuta a raccontarci la nostra chiesa e la storia di Beato Pareto.

In effetti, trovandomi di fronte a Pino Petruzzelli, regista del Teatro Stabile e non storico dell’arte, mi sono chiesta: “Ma che ci azzecca questo con Antonio Canepa che è uno scultore?”

Merano applaude Petruzzelli-Godio - Bolzano - Alto Adige

Eppure, mi dico, è proprio lui, con la sua barba argentea, i suoi riccioli…e quasi quasi avevo la tentazione di toccargli la barba, per verificare che fosse davvero lui qui, proprio qui, a Velva!

A dire il vero, la storica dell’arte c’era ed era la giovane Irene Fava la quale, appunto, ci ha tradotto quell’immagine mistica che noi fedeli guardavamo sì con devozione ma non con attenzione.

Seduta in quella panca mi sono lasciata trasportare dalle sue parole e dalle poesie lette da Petruzzelli e dalla musica dell’organo magistralmente suonato dal maestro Fabrizio Fancello.

Ci azzecca, penso, perché l’arte non è a scompartimenti, è performante ed è totalizzante.

Petruzzelli, senza mezze misure, sembra cogliere il nostro stato d’animo: “La Liguria ha un patrimonio che è diffuso ovunque ma non lo sappiamo.”

Dal 1490, il tempo dell’apparizione di Maria, veniamo catapultati al 1890, anno in cui Antonio Canepa, originario di Rapallo e della Val Tigullio, scolpì quest’opera per il santuario di Velva.

L’edificio, progettato dall’architetto Maurizio Dufour e commissionato da Monsignor Vincenzo Persoglio in un’epoca in cui il culto della Madonna acquisiva maggiore importanza, ha resistito persino al bombardamento del 1944.

Apprendiamo così che il gruppo scultoreo di Antonio Canepa , esposto in primis a Genova nella Basilica di Santa Maria delle Vigne, piacque molto e fu conteso.

Perché quell’opera, che rappresentava un contadino della Val Polcevera, doveva onorare la Val Petronio?

Antonio Canepa si trovò così a replicare l’opera non solo per il Santuario del Monte Figogna ma addirittura per il Vaticano!

Già, perché Papa Benedetto XV era rimasto affascinato da quella mano di Beato Pareto, una mano portata al cuore e pronta ad accogliere Maria così semplicemente in nome della fede e dell’innocenza.

Attenzione, non parliamo di un uomo qualunque: Benedetto XV è stato strenuo oppositore della Prima Guerra Mondiale e gridò contro la strage degli innocenti in trincea, chissà che non ci sia stato lo zampino di Beato Pareto in questa sua guerra contro la guerra.

Esistono infine altre due statue che vengono tratte dal prototipo che noi conserviamo a Velva, in America Latina: ricordiamocelo, l’Italia-ora meta di migrazioni-fu terra di emigrazione.

La serata volge al termine, ascoltiamo le note dell’organo del santuario, uno strumento del 1923. Gualco, Bossi e Boellmann dialogano attraverso le dita del maestro d’organo che ci dona quest’arte arricchendoci di sapere.

Ora so come funziona un organo e ne leggo il suo rapporto ambiguo tra mondanità e invocazione intima, tra il desiderio di ammaliare i giovani e stabilire confini ecclesiastici.

Le pareti del santuario prendono vita tra poesia e musica:dalla Suite Gotique emergono i versi di Rossi e di Caproni che si susseguono travolgendomi lo spirito; ma è su “Il lavoro del contadino”, scritto proprio da Petruzzelli, che mi commuovo:

“Papà, io vado a vedere il concerto di Madonna a Torino” questo l’incipit che ci racconta Antonella e suo padre, le vigne storte della Val Petronio, la dedizione, la modernità, la fatica :

“Due pensieri che si fondono in un vino” termina il regista (perché alla fine è proprio lui, anche se non gli ho tirato la barba!).

Il brano è fresco, veloce eppure intenso ed emotivamente forte; gli eroi, secondo l’autore, sono i contadini che restano, che hanno il coraggio di rimanere indipendentemente dalle magnifiche sorti progressive che, come abbiamo visto, si sono frantumate per un virus.

Gli eroi sono Giorgio, Cristina, mio zio Michele che si spacca la schiena nel Pastene anche se ormai è diversamente giovane, Antonella.

Forse perché Antonella- pur non conoscendomi- ha tante volte sponsorizzato i miei piccoli eventi letterari, forse perché l’azienda Pino Gino è ormai parte integrante di questo territorio aspro, talvolta ostile, che va addomesticato continuamente dall’uomo.

E qui sta il profondo legame tra la Val Polcevera, di cui è originaria la nostra storica dell’arte, e la Val Petronio: un legame fatto di nervi contorti come ulivi e radici che si cercano come amanti sotto una terra percorsa da diversi rivi: il Polcevera, il Petronio, il Vara.

E il Golfo del Tigullio nel suo azzurro turgido e sereno.

Argento e oscurità, fatica e dono.

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Ma noi ce ne dimentichiamo, noi della città in particolare.

Dobbiamo ri-conoscere i segni della terra, dell’arte, della musica, della danza in tutta la sua forza vitale e rituale, dobbiamo porci in ascolto e tacere. Il territorio può essere un’immensa ricchezza.

Ed è proprio come nella leggenda che ci ha narrato il nostro Don Cyriaque:

“In un villaggio, in Africa, i ragazzi giocavano con le pietre; arrivarono gli Irlandesi e chiesero quelle pietre, in cambio avrebbero costruito fabbriche di birra. I ragazzi, stupiti, accettarono lo scambio pensando che si trattasse di un affarone.

Quelle pietre erano diamanti.”

La favola insegna che vale la pena di conoscere e conservare il nostro territorio: bellissimo nel nostro Appennino che spaventava i viaggiatori e che mi ha visto bambina, splendente nel manto blu del nostro mare che mi ha reso ragazza, dolorosamente bello nella periferia che mi ha fatto donna.

E ancora una volta capisco che la nostra associazione, Veleura, non è sola: deve solo trovare la spinta per partire, riqualificare il paese, in particolare il piazzale a L del nostro centro storico che rischia di morire nell’incuria e nell’indifferenza perché, trovare i fondi per i lavori, in un paese di poche anime, è impossibile.

Stato della Chiesa e della Piazza di Velva. L’edificio è del Seicento.

Rosa Johanna Pintus

Sandwich: la jeanseria che ci diede un nostro brand

Sandwich non è soltanto una jeanseria ma rappresenta, per le generazioni del ponente genovese, il rito di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.

I ragazzini, specie tra la prima e la seconda media, hanno sempre mostrato con orgoglio i capi acquistati da Sandwich e andare da Pino significa dimostrare al gruppo dei pari di essere finalmente cresciuti.

“Mamma, non è possibile che chiuda Sandwich proprio adesso!” mi dice Vanessa, la mia figliuola xxs, alla quale sono riuscita a comprare un paio di jeans ma non i costumi che avrebbe desiderato perché, il suo corpo, è ancora in fase di sviluppo.

Mio figlio invece si è servito alla grande in questo store perché Pra’ adolescente veste Boy London.

La più piccola invece non commenta, ci rimane semplicemente male perché per lei Sandwich non ci sarà.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

M’intristisce questa chiusura, il mio primo ricordo di Sandwich è legato a un vestitino rosso che comprai diciannovenne per andare in discoteca con Giovanni Lunardon e Fabrizio Benente, come me studenti di archeologia. Benché avessi già diciannove anni, per me quel vestito significava Libertà. Ero finalmente uscita dal liceo classico, dallo studio matto e disperatissimo che aveva caratterizzato i miei ultimi cinque anni di vita (praticamente un’adolescenza negata) e riuscivo finalmente a unire studio e divertimento.

Sandwich rappresentava tutto questo e molto di più.

Perché il negozio, che adesso si trova in una bella Aurelia pavimentata ad arte, affonda le sue radici nella Pra’ degli anni Ottanta, quella Pra’ sui cui muri vi era scritto: “L’eroina uccide lentamente ma noi non abbiamo alcuna fretta”.

La Fascia di Rispetto non era neppure ipotizzata, i ragazzi ancora non conoscevano il Parkour e l’atrio di Sandwich era su un marciapiedino stretto stretto vicino alla fermata dell’Uno.

E ci si andava, che si provenisse da Pra’, dal Cep o da Voltri perché Giuseppe Fasolino aveva avuto una grande intuizione: creare una sorta di brand popolare che univa uno stile cool a prezzi accessibili per il proletariato ponentino, un Genoa Western Brand.

Bagnara per noi era inaccessibile e, forse, non rispecchiava neppure i nostri gusti; Sandwich era diverso: potevi guardare, sentire i tessuti, chiedere il prezzo e alla fine ti arrivava sempre lo sconto.

Il fenomeno Sandwich è andato ben oltre il concetto di negozio, è diventato un vero e proprio brand che ha dettato la moda a generazioni e ha diffuso marchi che prima non erano così noti.

La chiusura di questo negozio storico, immutato eppure giovane in una Pra’ che mutava, ci lascia un gusto amaro tra le labbra, forse quella lacrima che non siamo riusciti a trattenere nella stesura di questo articolo.

Rosa Johanna Pintus

Brunìn, un velvese in Alto Adige

Brunìn è uno dei vecchi di Velva ed è un uomo che odora di cuoio e di storia, esattamente come un mio caro amico, Sergio il Genovese, suo coevo: uno che sulla storia c’è saltato a cavallo e, nonostante tutto, non ne è stato disarcionato.

Brunìn

Ed è questo che mi colpisce: la dedizione e il dovere degli uni, la ribellione e la consapevolezza degli altri:

“Della guerra mi ricordo quando fu bombardata la chiesa, su al santuario: la chiesa intatta ma le case intorno distrutte.”

“Ma chi bombardò la chiesa? I tedeschi o gli Alleati?”

“Non lo so, avevo sei anni. Sapevamo che quella era la guerra e sapevamo che i Tedeschi erano i cattivi. Anche quando mi mandarono al militare in Alto Adige, dopo la guerra, dovevamo proteggere i tralicci dai Tedeschi e pensavamo che forse la guerra non era proprio finita. Ma non ci spiegavano, sapevamo soltanto che questi Tedeschi volevano fare esplodere i tralicci e noi lo si doveva evitare”.

Traliccio fatto saltare dai Tedeschi

Rifletto un attimo e mi chiedo se sia il caso di dirglielo:

“Ma adesso lo sa perché?”

“No. So solo che c’era qualche pasticcio dello Stato.”

Appunto quella storia, io la so dai libri e dal Genovese e mi ritrovo a pensare a queste due vite diverse in due luoghi diversi che comunque mi conducono a tradurre in parole scritte memorie che altrimenti andrebbero perdute.

Era l’epoca del dopoguerra, di Odessa, dei colpi di Stato evitati, delle trame segrete, dell’irredentismo altoatesino.

Come si sentivano gli Italiani dell’Alto Adige? Italiani o Tedeschi? L’accordo De Gasperi-Gruber aveva in qualche modo protetto la minoranza tedesca ma ciò non impedì lo svilupparsi di correnti ideologiche anti-italiane: “Un legame troppo stretto con gli italiani ha effetti mortali per il nostro popolo” disse Silvius Magnago, esponente della Sudtiroler Volkspartei che, non a caso, optò poi per la cittadinanza tedesca.

Risultati immagini per Silvius Magnago
Silvius Magnago

Il Genovese, a differenza del Brunìn, ha chiarissima la situazione altoatesina e così la descrive nel suo libro La destra e la strategia della tensione

Un tacito accordo aveva permesso che la comunità di lingua italiana controllasse l’industria e il pubblico impiego mentre la comunità di lingua tedesca controllava l’agricoltura e il turismo. Ciò favorì indubbiamente lo sviluppo della regione ma determinò una totale chiusura culturale e politica.

Sergio Pessot, il Genovese

 Nel 1955 l’Austria ottiene la piena liberazione dalle forze di occupazione, la S.V.P. viene guidata da estremisti etnici per essa la minoranza etnica degli Alto Atesini nella regione Trentino-Alto Adige considera la condizione della minoranza inaccettabile.

Dal quel momento si intensificano le manifestazioni tendenti alla secessione dall’Italia, soltanto il Msi cerca di opporsi ma la consistenza di quell’ organizzazione nella regione era insignificante.

La situazione di profonda ostilità portò alla formazione di Befreiungsauschus Sudtirol denominato BAS dando vita ad un’organizzazione clandestina che, sul piano organizzativo, era articolata in numerose cellule locali che operavano autonomamente. Inizialmente la loro azione era limitata alla propaganda anti-italiana con distribuzione di volantini tendenti al secessionismo.

Dalla propaganda si passa all’intimidazione nei confronti della popolazione di lingua italiana e agli attentati a scopo dimostrativo.

Sono sgomenta per la capacità, tutta italiana, di mandare in guerra o in missione i giovani senza spiegarne le motivazioni profonde, utilizzarli come marionette senza neppure degnarsi di raccontare per che cosa si debba combattere, la cecità di pretendere l’abnegazione senza fornirne la giustificazione, il considerare il popolo carne da macello.

Giovani che giocano alla guerra: Velva, con i suoi portici e le sue vie deserte accende e stimola la fantasia dei ragazzi

Il Brunìn aveva il diritto di sapere quale guerra stesse combattendo e invece nessuno glielo aveva raccontato! Era, senza averne coscienza, uno degli uomini necessari in una fase molto delicata della nostra storia nazionale.

Velva

Incontro Brunìn presso la locanda Veleura. sorseggio un caffé mentre lui beve un bicchiere d’acqua; gli occhi, intelligenti e franchi, riparati dalla visiera di un berretto del tutto simile a quelli degli adolescenti di oggi ma senza il logo della Jordan.

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Berretto Jordan

“Lo sa, era un rudere questo qui. Mariolina e Ruggero (i proprietari della Locanda Veleura) l’hanno reso un gioiello e adesso ci viene gente. Mi faceva male vedere quel rudere, quella desolazione da paese abbandonato.”

L’idea di aprire la locanda in un paese come Velva, privo persino di un negozio di alimentari, è stata davvero coraggiosa; in questo momento la locanda è sempre piena, l’idea di Ruggero è quella di mantenere questo ritmo anche nei mesi invernali in cui Velva diviene un eremo.

Interno della Locanda Veleura

In effetti Ruggero, dopo aver lavorato per anni in Ruanda, ha deciso di tornare in Italia e, pur essendo originario di Riva Trigoso, ha eletto Velva come sua residenza: “Mia moglie si è innamorata subito di questo posto, eppure è di Benevento. Ma sa cosa c’è qui? Un’atmosfera magica: di notte si possono udire i lupi che si richiamano da una vallata all’altra, si parlano sotto le stelle e si comprende la potenza della natura.”

Mariolina e Ruggero nella loro locanda

“Anche se- aggiunge Mariolina in uno dei rari momenti in cui non è indaffarata nel locale- quando sorge la nebbia su quel monte, proprio dove ci sono i ripetitori, il Pos si ferma!”

Esterno della locanda Veleura

“Ce ne fossero giovani così! Intraprendenti e vivi. Adesso dovrebbe aprire anche l’Antonella, quella di Pino Gino…il vero problema però sono i terreni.”

“Ma il Comune non li può distribuire?”

“No, perché non sono del Comune, sono di proprietari che neanche più sanno di averceli, e così la natura se li mangia. Ma se i terreni non sono curati, Velva è destinata a morire perché le alluvioni faranno franare tutto.”

Brunìn schiude gli occhi come un gatto accarezzato dal sole, poi aggiunge:

“Sa, qui a Velva eravamo più di cinquecento anime e le classi arrivavano fino alla quinta.”

Gli chiedo se vi fosse una maestra per ogni classe.

“Le maestre erano due: una si occupava di prima, seconda e terza, l’altra della quarta e della quinta.”

“E quanti eravate in classe?”

“Eravamo dieci per classe”.

“In che lingua parlavate?”

“A scuola in italiano, per forza! Ma per il resto ci si esprimeva in dialetto, mica si aveva voglia di parlare in italiano, non era naturale.”

“E lei, Brunìn, è nato qui?”

” No, prima stavo giù, mio padre lavorava nella finanza. Io sono del ’39 e avevo un fratello di quattro anni più giovane. Quando ero ancora un bimbo di sette anni mia madre è mancata…mio padre ha lasciato la finanza, è diventato contadino e si è risposato. E ha scelto di fare il contadino.”

“Si comprò un terreno?”

“No, i proprietari terrieri erano i Del Re, noi eravamo mezzadri.”

“Ma come funzionava? Pagavate un affitto?”

” I Del Re non mi fanno pagare neppure adesso, ho il terreno in comodato d’uso. All’epoca coltivavamo e dividevamo a metà la roba: patate, fagioli, zucchini, melanzane. Ma soprattutto ci sfamavamo con la raccolta delle castagne, più faticose erano le olive e il fieno, da tagliare.”

I Del Re. Ho letto le lettere che Martino e Domenico Del re si scrissero durante la Grande Guerra, il modo in cui cercarono di aiutare le donne rimaste in paese, ne ho tratto l’immagine di una famiglia dai sentimenti nobili e alla quale i mezzadri erano fortemente legati.

Questo libro merita una recensione a parte e sarà tema di un prossimo articolo.

Immagino Brunìn giovane, contadino, me lo vedo forte e abbronzato, perso nei suoi infiniti pensieri; me lo figuro zappare, curare il terreno e la domanda mi sorge spontanea, senza filtri:

“E come facevate per l’acqua?”

“C’era una valletta con una sorgente, l’acqua finiva in una vasca e noi la usavamo. “

In seguito Velva si spopolò, i giovani erano attratti dalle promesse delle fabbriche e della vicina costa.

Anche il nostro Brunìn a vent’anni, pur senza mai abbandonare i terreni, si lascia sedurre dalla possibilità di uno stipendio: “Cominciai col lavorare nell’edilizia, poi in una salteria, infine alla FIT, un’acciaieria.

Facevamo i turni: arrivava il rottame, lo si buttava dentro i forni e si facevano dei lingotti che brillavano e venivano consegnati nella tuberia di Sestri Levante.”

“Vede qualche speranza per Velva?”

Il rissêu della Chiesa di S.Martino di Velva | i mosaici del ...
Pavimentazione della piazza a L , centro storico: attualmente il risseu è in stato di degrado

“E’ curioso: ci sono parecchi stranieri che, appena possono, lasciano il nord e vengono a svernare qui. Mi riferisco a Svedesi,Inglesi, Francesi. Comprano addirittura le case e le rimettono a posto. Siamo internazionali ma il turismo italiano ci ignora. Forse il Coronavirus farà riscoprire le nostre campagne, una cosa brutta per una cosa bella…chi lo sa.”

E’ tempo di andare: l’aria è impregnata di pensieri, le parole sono olive verdi tra le mie mani, parole donate in un giorno d’estate.

Rosa Johanna Pintus