Fedra e la fragilità: essere straniera in terra d’altri

Una donna

La fragilità di Fedra è la somma di tre addendi: l’essere donna, l’essere straniera, l’essere madre.

Essere donna nella società ateniese significa essere un utero, tanto che nella Athenaion Politheia era un obbligo-e non un piacere- congiungersi carnalmente alla moglie. E queste mogli, recluse, di certo non erano felici: non erano considerate cittadine e non potevano andare a scuola; la scarsa cultura della donna portava l’uomo a preferire altre compagnie e molto spesso questo si accompagnava alla pollakè (concubina di casa), all’etèra (una sorta di geisha) o alla porné (prostituta di strada).

L’unico diritto della donna ateniese era quello di procreare e, una volta messo al mondo il neonato, conservare l’onore a qualsiasi costo; inoltre una legge attribuita a Solone (considerato all’epoca progressista) stabiliva che se una ragazza avesse intrattenuto rapporti sessuali prima del matrimonio, essa cessava di appartenere alla famiglia e poteva essere venduta dal suo stesso padre.

Per un’analisi più precisa vi consiglio l’articolo di Gabriella Giudici sulla condizione della donna nell’età classica.

Una straniera
Fedra non era soltanto una donna, era una straniera. Una cretese costretta a vivere nella reggia di Trezene; una donna costretta ad ospitare nel ventre lo stesso uomo che aveva sedotto e abbandonato sua sorella Arianna.

Dunque Fedra non sceglie di sposare Teseo, a differenza della sorella, ella non è attratta dall’eroe che uccise il Minotauro: ha quattordici anni, forse sedici, e fa ciò che deve.

E tutto filerebbe liscio ma…a Trezene Fedra s’innamora del ragazzo che più la detesta: Ippolito, figlio di Antiope e Teseo. Ippolito non ama nessuno, forse neanche se stesso; è un adolescente alla ricerca di sé, tutto sommato figlio di una famiglia moderna in cui il padre vive con un’altra donna.

E con insopportabili fratelli considerati dalla legge figli legittimi.

Lui invece è un bastardo che deve contrastare l’ancora sconosciuto complesso di Edipo.

Lo straniero
In realtà, a rigor di diritto, anche Ippolito è uno straniero. Nato dalla violenza di Teseo su Antiope, l’Amazzone; nato maschio e quindi consegnato al padre.

Si narra che le Amazzoni tenessero le sole femmine e che non si occupassero dell’educazione dei maschi: Ippolito non gode dunque dell’amore della madre e il padre non ha tempo di occuparsene.

Ama il padre perché deve; lo teme e lo odia.

Ippolito è un adolescente moderno e si trova in una società in cui i vecchi eroi hanno già fatto tutto.

A lui cosa rimane?

Non ha lo smartphone ma ha i suoi followers che lo seguono a caccia.

Non stupisce che caratteristica di Ippolito sia la misoginia, l’odio nei confronti delle donne:

La donna saputa, la odio! Non me ne capiti in casa una che pensi cose più grandi che a donna conviene. È proprio in queste donne intelligenti che Cipride ingenera la scelleratezza: mentre la donna semplice si sottrae alla follia per il suo poco senno. Bisognerebbe inoltre che alla donna non si avvicinassero ancelle, che le stessero accanto solo muti mostri di fiere, perché non possa rivolgere parola ad alcuno e nemmeno, a sua volta, ascoltare i discorsi delle altre. Ora invece, in casa, le scellerate meditano disegni scellerati e le ancelle li portano fuori.

Euripide
Euripide sarà pure stato, come ricorda Aristofane, figlio di un oste e di una verduriera ma la realtà la conosceva bene.

In realtà sembra che questa voce sia infondata, così come quella che lo vuole ucciso da una muta di cani; resta la sensazione che non fosse un personaggio amato dai contemporanei perché, pur non avendo preso parte all’arena politica, manifestava simpatie progressiste.

Di sicuro non era misogino, nonostante i due matrimoni finiti male.

Non è un caso che Fedra sia un personaggio estremamente umano ed estremamente fragile; cerca fino all’ultimo di proteggere il suo onore e non prova, nell’Incoronato, in alcun modo a sedurre Ippolito.

Da quando amore mi ferì, io cercai il modo di sopportarlo. E cominciai dunque da questo, dal tacere questo morbo e nasconderlo; poi cercai di sopportare nobilmente la mia demenza, vincendola con la virtù. Infine, poiché con questi mezzi non riuscivo a vincere Cipride, decisi di morire: il proposito migliore, nessuno lo negherà. E mi sia concesso di non restare nascosta, se agisco bene, e di non avere troppi testimoni, se agisco male. Sapevo che questa azione e questo male sono disonorevoli: e inoltre, essendo donna, non ignoravo di essere odiosa a tutti.

E che l’unico suo rifugio, prima di questa confessione, sia la pazzia.

Pazzia e fragilità
Prendetemi per le braccia, per le mie belle braccia, ancelle. Questo velo sul capo pesa, toglilo e scioglimi i capelli.

Lo sfinimento psicologico è evidente nella mancanza di controllo del corpo; io qui non riesco, per mancanza di caratteri, a mostrarvi il testo greco ma c’è un rincorrersi di imperativi al presente e all’aoristo che mima il delirio.

Il ritmo della follia è quello anapestico, cantato e gridato.

L’anziana nutrice cerca di interagire con la padrona ma non viene ascoltata, il dialogo non è reale: la nutrice rincorre i pensieri di Fedra.

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