Le paranze e gli sdraiati: medesima incomunicabilità, diverso conflitto

Caos e incomunicabilità

C’è qualcosa che accomuna “La paranza dei bambini” di Saviano e “Gli sdraiati” di Serra: l’incomunicabilità tra due mondi.

Se per il primo il conflitto si gioca su un campo di battaglia molto pericoloso, in una Forcella devastata dal crimine, per il secondo l’arena è una casa borghese:

Raccogliere da terra, e piegare, i tuoi vestiti buttati ovunque, quelle felpe che paiono indossate da un corpo fatto di soli gomiti, bozzute anche nelle parti che non hanno ragione di esserlo, e per giunta farcite della maglietta che sfili in un solo colpo insieme a qualunque indumento sovrastante. La parte superiore del tuo vestiario è tutt’una, un multistrato che si compone vestendosi ma non si divide svestendosi. Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra. Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa.

Serra

Una casa alla quale il padre tiene moltissimo, un ordine costruito e stabilito per non impazzire che diviene caos ingestibile, la metafora perfetta dell’animo di un padre che si rifugia in una perfezione compensativa per non crollare.

Tema, quello di un caos senza coordinate, affrontato anche da Saviano:

Bambini li chiamavano e bambini erano veramente. E come chi ancora non ha iniziato a vivere, non avevano paura di niente, consideravano i vecchi già morti, già seppelliti, già finiti. L’unica arma che avevano era la ferinità che i cuccioli d’uomo ancora conservano. Animaletti che agiscono d’istinto. Mostrano i denti e ringhiano, tanto basta a far cacare sotto chi gli sta di fronte.
Diventare mostruosi, solo così chi ancora incuteva timore e rispetto li avrebbe presi in considerazione. Bambini sì, ma con le palle. Creare scompiglio e regnare su quello: disordine e caos per un regno senza coordinate.

Saviano

Giovani ai margini

Se il libro di Serra descrive il punto di vista dell’adulto, la sua ossessione interiore, Francesca Archibugi nell’omonimo film fa un passo in più: sintetizza la paura di Serra in una vicenda reale, non mentale né virtuale. Tito è il tipico adolescente figlio di una separazione: non ha la forza né la voglia di combattere. Come il Nicolas della Paranza,  Tito non conosce il  futuro, vuole soltanto vivere in pace. Nicolas invece ha intenzione di prenderselo questo futuro, e di sfidare i vecchi che tiranneggiano i giovani.

Paradossalmente Nicolas, eroe negativo, potrebbe rappresentare il figlio ideale del protagonista dell’Archibugi: Nicolas è sempre in posizione verticale, anche quando gli viene imposto di chinare il capo.

Eppure sia Nicolas sia Tito sembrano destinati a vivere ai margini:

Ho visto un futuro quasi medievale: i giovani, in minoranza, umiliati, vengono cacciati ai margini della società da questa orda di vecchi assetati di potere, di privilegi e… i giovani organizzarsi in un esercito di liberazione…

Archibugi

Un’immagine tragica ed emblematica di un’Italia, la nostra, che sembra offrire alle nuove generazioni solo tre possibilità:

  • il crimine;
  • la fuga;
  • il rifugio in un’eterna adolescenza.

Un futuro che, comunque lo si veda, è ai margini.

Rosa Johanna Pintus

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