Brunìn, un velvese in Alto Adige

Brunìn è uno dei vecchi di Velva ed è un uomo che odora di cuoio e di storia, esattamente come un mio caro amico, Sergio il Genovese, suo coevo: uno che sulla storia c’è saltato a cavallo e, nonostante tutto, non ne è stato disarcionato.

Brunìn

Ed è questo che mi colpisce: la dedizione e il dovere degli uni, la ribellione e la consapevolezza degli altri:

“Della guerra mi ricordo quando fu bombardata la chiesa, su al santuario: la chiesa intatta ma le case intorno distrutte.”

“Ma chi bombardò la chiesa? I tedeschi o gli Alleati?”

“Non lo so, avevo sei anni. Sapevamo che quella era la guerra e sapevamo che i Tedeschi erano i cattivi. Anche quando mi mandarono al militare in Alto Adige, dopo la guerra, dovevamo proteggere i tralicci dai Tedeschi e pensavamo che forse la guerra non era proprio finita. Ma non ci spiegavano, sapevamo soltanto che questi Tedeschi volevano fare esplodere i tralicci e noi lo si doveva evitare”.

Traliccio fatto saltare dai Tedeschi

Rifletto un attimo e mi chiedo se sia il caso di dirglielo:

“Ma adesso lo sa perché?”

“No. So solo che c’era qualche pasticcio dello Stato.”

Appunto quella storia, io la so dai libri e dal Genovese e mi ritrovo a pensare a queste due vite diverse in due luoghi diversi che comunque mi conducono a tradurre in parole scritte memorie che altrimenti andrebbero perdute.

Era l’epoca del dopoguerra, di Odessa, dei colpi di Stato evitati, delle trame segrete, dell’irredentismo altoatesino.

Come si sentivano gli Italiani dell’Alto Adige? Italiani o Tedeschi? L’accordo De Gasperi-Gruber aveva in qualche modo protetto la minoranza tedesca ma ciò non impedì lo svilupparsi di correnti ideologiche anti-italiane: “Un legame troppo stretto con gli italiani ha effetti mortali per il nostro popolo” disse Silvius Magnago, esponente della Sudtiroler Volkspartei che, non a caso, optò poi per la cittadinanza tedesca.

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Silvius Magnago

Il Genovese, a differenza del Brunìn, ha chiarissima la situazione altoatesina e così la descrive nel suo libro La destra e la strategia della tensione

Un tacito accordo aveva permesso che la comunità di lingua italiana controllasse l’industria e il pubblico impiego mentre la comunità di lingua tedesca controllava l’agricoltura e il turismo. Ciò favorì indubbiamente lo sviluppo della regione ma determinò una totale chiusura culturale e politica.

Sergio Pessot, il Genovese

 Nel 1955 l’Austria ottiene la piena liberazione dalle forze di occupazione, la S.V.P. viene guidata da estremisti etnici per essa la minoranza etnica degli Alto Atesini nella regione Trentino-Alto Adige considera la condizione della minoranza inaccettabile.

Dal quel momento si intensificano le manifestazioni tendenti alla secessione dall’Italia, soltanto il Msi cerca di opporsi ma la consistenza di quell’ organizzazione nella regione era insignificante.

La situazione di profonda ostilità portò alla formazione di Befreiungsauschus Sudtirol denominato BAS dando vita ad un’organizzazione clandestina che, sul piano organizzativo, era articolata in numerose cellule locali che operavano autonomamente. Inizialmente la loro azione era limitata alla propaganda anti-italiana con distribuzione di volantini tendenti al secessionismo.

Dalla propaganda si passa all’intimidazione nei confronti della popolazione di lingua italiana e agli attentati a scopo dimostrativo.

Sono sgomenta per la capacità, tutta italiana, di mandare in guerra o in missione i giovani senza spiegarne le motivazioni profonde, utilizzarli come marionette senza neppure degnarsi di raccontare per che cosa si debba combattere, la cecità di pretendere l’abnegazione senza fornirne la giustificazione, il considerare il popolo carne da macello.

Giovani che giocano alla guerra: Velva, con i suoi portici e le sue vie deserte accende e stimola la fantasia dei ragazzi

Il Brunìn aveva il diritto di sapere quale guerra stesse combattendo e invece nessuno glielo aveva raccontato! Era, senza averne coscienza, uno degli uomini necessari in una fase molto delicata della nostra storia nazionale.

Velva

Incontro Brunìn presso la locanda Veleura. sorseggio un caffé mentre lui beve un bicchiere d’acqua; gli occhi, intelligenti e franchi, riparati dalla visiera di un berretto del tutto simile a quelli degli adolescenti di oggi ma senza il logo della Jordan.

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Berretto Jordan

“Lo sa, era un rudere questo qui. Mariolina e Ruggero (i proprietari della Locanda Veleura) l’hanno reso un gioiello e adesso ci viene gente. Mi faceva male vedere quel rudere, quella desolazione da paese abbandonato.”

L’idea di aprire la locanda in un paese come Velva, privo persino di un negozio di alimentari, è stata davvero coraggiosa; in questo momento la locanda è sempre piena, l’idea di Ruggero è quella di mantenere questo ritmo anche nei mesi invernali in cui Velva diviene un eremo.

Interno della Locanda Veleura

In effetti Ruggero, dopo aver lavorato per anni in Ruanda, ha deciso di tornare in Italia e, pur essendo originario di Riva Trigoso, ha eletto Velva come sua residenza: “Mia moglie si è innamorata subito di questo posto, eppure è di Benevento. Ma sa cosa c’è qui? Un’atmosfera magica: di notte si possono udire i lupi che si richiamano da una vallata all’altra, si parlano sotto le stelle e si comprende la potenza della natura.”

Mariolina e Ruggero nella loro locanda

“Anche se- aggiunge Mariolina in uno dei rari momenti in cui non è indaffarata nel locale- quando sorge la nebbia su quel monte, proprio dove ci sono i ripetitori, il Pos si ferma!”

Esterno della locanda Veleura

“Ce ne fossero giovani così! Intraprendenti e vivi. Adesso dovrebbe aprire anche l’Antonella, quella di Pino Gino…il vero problema però sono i terreni.”

“Ma il Comune non li può distribuire?”

“No, perché non sono del Comune, sono di proprietari che neanche più sanno di averceli, e così la natura se li mangia. Ma se i terreni non sono curati, Velva è destinata a morire perché le alluvioni faranno franare tutto.”

Brunìn schiude gli occhi come un gatto accarezzato dal sole, poi aggiunge:

“Sa, qui a Velva eravamo più di cinquecento anime e le classi arrivavano fino alla quinta.”

Gli chiedo se vi fosse una maestra per ogni classe.

“Le maestre erano due: una si occupava di prima, seconda e terza, l’altra della quarta e della quinta.”

“E quanti eravate in classe?”

“Eravamo dieci per classe”.

“In che lingua parlavate?”

“A scuola in italiano, per forza! Ma per il resto ci si esprimeva in dialetto, mica si aveva voglia di parlare in italiano, non era naturale.”

“E lei, Brunìn, è nato qui?”

” No, prima stavo giù, mio padre lavorava nella finanza. Io sono del ’39 e avevo un fratello di quattro anni più giovane. Quando ero ancora un bimbo di sette anni mia madre è mancata…mio padre ha lasciato la finanza, è diventato contadino e si è risposato. E ha scelto di fare il contadino.”

“Si comprò un terreno?”

“No, i proprietari terrieri erano i Del Re, noi eravamo mezzadri.”

“Ma come funzionava? Pagavate un affitto?”

” I Del Re non mi fanno pagare neppure adesso, ho il terreno in comodato d’uso. All’epoca coltivavamo e dividevamo a metà la roba: patate, fagioli, zucchini, melanzane. Ma soprattutto ci sfamavamo con la raccolta delle castagne, più faticose erano le olive e il fieno, da tagliare.”

I Del Re. Ho letto le lettere che Martino e Domenico Del re si scrissero durante la Grande Guerra, il modo in cui cercarono di aiutare le donne rimaste in paese, ne ho tratto l’immagine di una famiglia dai sentimenti nobili e alla quale i mezzadri erano fortemente legati.

Questo libro merita una recensione a parte e sarà tema di un prossimo articolo.

Immagino Brunìn giovane, contadino, me lo vedo forte e abbronzato, perso nei suoi infiniti pensieri; me lo figuro zappare, curare il terreno e la domanda mi sorge spontanea, senza filtri:

“E come facevate per l’acqua?”

“C’era una valletta con una sorgente, l’acqua finiva in una vasca e noi la usavamo. “

In seguito Velva si spopolò, i giovani erano attratti dalle promesse delle fabbriche e della vicina costa.

Anche il nostro Brunìn a vent’anni, pur senza mai abbandonare i terreni, si lascia sedurre dalla possibilità di uno stipendio: “Cominciai col lavorare nell’edilizia, poi in una salteria, infine alla FIT, un’acciaieria.

Facevamo i turni: arrivava il rottame, lo si buttava dentro i forni e si facevano dei lingotti che brillavano e venivano consegnati nella tuberia di Sestri Levante.”

“Vede qualche speranza per Velva?”

Il rissêu della Chiesa di S.Martino di Velva | i mosaici del ...
Pavimentazione della piazza a L , centro storico: attualmente il risseu è in stato di degrado

“E’ curioso: ci sono parecchi stranieri che, appena possono, lasciano il nord e vengono a svernare qui. Mi riferisco a Svedesi,Inglesi, Francesi. Comprano addirittura le case e le rimettono a posto. Siamo internazionali ma il turismo italiano ci ignora. Forse il Coronavirus farà riscoprire le nostre campagne, una cosa brutta per una cosa bella…chi lo sa.”

E’ tempo di andare: l’aria è impregnata di pensieri, le parole sono olive verdi tra le mie mani, parole donate in un giorno d’estate.

Rosa Johanna Pintus

3 thoughts on “Brunìn, un velvese in Alto Adige

  1. Articolo bellissimo! Sono orgogliosamente di Velva ma per lavoro e matrimomio mi sono trasferita a Casarza Ligure, ma prima o poi tornerò alle nostre radici. A Velva abbiamo la casa paterna quindi mi sento comunque privilegiata.

  2. Magica Velva,ci passavo le estati da ragazzo ,dai nonni.Amico di Brunin e del compianto fratello Mario.Quando vado a Velva ogni pietra mi parla.

  3. Grazie Brunin per questi ricordi , io sono nata dalla chiesa di Velva in una nottata di neve, tanti ricordi , il paese era abitato pulito , ci conoscevamo tutti , grazie a voi , un grande augurio per credere in questo progetto ❤️Salutate Brunin

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