Scuola: the year after, l’anno dopo i fuchi

Si avvicina l’inizio del nuovo anno scolastico, il terzo d.C. (dopo il Covid).

Il primo fu quello dei banchi a rotelle e del distanziamento di un metro, con dirigenti geometri, docenti che incollavano sensi unici adesivi, bidelli infermieri col termometro all’entrata.

Il secondo fu all’insegna dell’esclusione ma con l’obbligo, per i docenti, di corsi sull’inclusione, i presidi sceriffi, i bidelli poliziotti e il distanziamento di un metro “ove possibile”.

Il terzo è questo ma nulla si deduce all’orizzonte poiché ci sono le elezioni e il MI è un mistero eleusino.

Ci tengono buoni.

Ci sedano con show politici in cui compare l’immancabile Calenda e, siccome qui esisti se sei in TV, il centro esiste.

Ci va bene che la Gruber sia ancora in vacanza.

Ma, dicevo, sta per cominciare il nuovo anno scolastico, the year after dopo l’apocalisse, e io non provo nulla. Nulla.

I miei sentimenti e i miei entusiasmi sono stati congelati da una serie di docce fredde l’anno scorso. Da qui le manifestazioni, la TV, gli scioperi e la militanza con Italexit, quindi le critiche.

La TV è arrivata subito grazie a un articolo della Pedemonte, poi L’aria che tira.

La discussione con Paone, l’affondo di Costa che “mai vorrebbe per i suoi figli docenti così”.

Alunni e genitori mi studiano, mi osservano con curiosità, i colleghi con perplessità e sentimenti vari.

Ogni 48 ore presento il green pass da tampone e così fanno mio marito e il mio ex marito, spendiamo capitali in farmacia.

Anche i figli devono sottoporsi a tampone per prendere i mezzi e per andare in palestra: altri soldi.

Il Governo si illude che prima o poi capitoleremo, sa che siamo sottopagati. Come possono sopravvivere i sanitari? Come i docenti?

Resistiamo, è un fatto. Non ci ammaliamo di Covid, è un altro fatto.

Arrivano le leggi fascistissime, fascistissime in senso proprio: un parlamento che non legifera, un governo che decide.

La fascista è la Meloni?

Casa Pound è fascista?

Non posso più entrare a scuola, neppure con dieci tamponi al minuto.

Sui gruppi FB dei docenti c’è chi esulta, chi dice che era l’ora.

Bastardi, penso.

La supplente arriva presto, non sono necessaria, è brava ma ha un altro metodo di lavoro. Io non so neppure se riuscirò a tornare a scuola e, nel dubbio, cerco un altro lavoro che trovo perché dopo due anni di Dad, nel delicato passaggio tra la seconda e la terza superiore, i ragazzi annaspano.

Inizio a insegnare greco e latino privatamente e sbarco il lunario.

Le critiche sono ghiaia sulle ferite.

Quelle dell’entourage familiare più forti: “Vuoi essere al centro dell’attenzione”, “Fai i capricci”, “Vaccinati altrimenti lasci degli orfani”, “Vaccinati perché hai il dovere di mantenere i tuoi figli,” “Vaccinati perché i miei professori sanno che sei una no vax”, “Vaccinati perché non cambierai il Sistema”.

Resisto. Mio marito no. Il mio ex marito no. Per una volta concordi ci pensano loro: “Combatti: i soldi più o meno ci sono.” Guerriera grazie a due sponsor, direte voi.

Sicuramente più fortunata di altri: questa battaglia la combattono le donne perché gli uomini si sacrificano. E si sacrificano perché il loro stipendio è maggiore.

Le femministe lo possono riconoscere il sacrificio di quelli che definiscono semplici fuchi?

Le femministe dove sono? Oggi sono tutte “My body, my choise”, dov’erano l’anno scorso?

L’autodeterminazione di una madre per proteggere i figli da un vaccino ottenuto da feti uccisi non conta.

Meglio difendere l’aborto: il traffico dei feti rende soldi alle multinazionali.

Io credo sia meglio insegnare l’utilizzo del preservativo ma forse sono troppo antica.

Le stesse femministe guardano Juno, che non abortisce ma trova un’altra soluzione.

Che anno sarà questo?

Chi vivrà vedrà. Io ho imparato ad esser più dura e non farò sconti a scuola perché l’unica possibilità che hanno i nostri ragazzi per non divenire schiavi è quella di imparare a pensare in modo critico.

Alessandra Giordano

Fernanda Pivano. Ciao, signora Libertà, ci vediamo.

Ho aspettato oggi, 18 agosto, ricorrenza della tua morte, per pubblicare questo racconto che è la prima versione di un altro, quello pubblicato su “Protagoniste genovesi”, un’antologia che raccoglie biografie di donne genovesi illustri e pubblicata da De Ferraris.

A me fu affidata Fernanda Pivano con la quale avevo un conto in sospeso.

Il racconto pubblicato sul volume citato è diverso perché-come giustamente mi fecero notare le colleghe Simonetta Ronco (ideatrice dell’antologia) e Serafina Funaro- l’idea era quella di raccogliere biografie e non interpretazioni. Così “Ciao, signora Libertà, ci vediamo” è diventato “Fernanda Pivano, una donna di parola”, una trattazione lineare e maggiormente aderente alla figura di Fernanda. La versione primigenia però è rimasta e racconta tanto, di me più che di lei, dei terribili mesi trascorsi in casa e lontana dal lavoro in quanto no vax.

E credo sia giunto il momento di portarla alla luce per cui, se avete il piacere, buona lettura.

Una bellissima e giovane Fernanda

Ciao, signora Libertà, ci vediamo.

Ti ho conosciuta, Fernanda Pivano, attraverso gli occhi azzurri di Clemente  che era il mio ragazzo e avevamo vent’anni.

Vent’anni.

Tanti, pochi, abbastanza per immaginare un embrione di futuro, una bozza di sogno che seguisse la nostra inclinazione naturale: la scrittura.

Mentre i coetanei passavano la vita in Vico San Bernardo, a bere e a strafare in quel capolavoro di birreria che era il Moretti, ove l’arredamento trasudava storia, noi ci recavamo a Il Panino di Arenzano, lontani dalla folla e indifferenti alla gioia. Passavamo ore intenti a scrivere e a guardare – o meglio scrutare – film, cercando di comprendere la complessità della vita.

Non che non bevessimo, per carità, ma il bere era un accessorio da Bohème,  non la ricerca di una svago privo di significato, e attendevamo, come Nanni Moretti, l’alba sui prati di Pegli dalla parte sbagliata: si esisteva la notte e il giorno era un nulla; la vita era scrittura, carta, inchiostro .

Fu per questo che il vecchio Clem arrivò a fondare una rivista, Poca Luce, e fu in occasione di un’intervista che ti conobbe; si era infatti messo in testa di raccontare il debito che la letteratura italiana aveva nei confronti di quella americana e di come i nostri intellettuali, fossero essi perbenisti cattolici o irreprensibili comunisti, non riuscissero a coglierne la vera essenza:

<<Perché in Italia nessuno osa veramente.>>

<<Io credo invece che sia nostro dovere attingere ai classici e, del resto, ammettilo: che cos’è Spoon River se non un coro menadico?>>

Clemente, prima di incontrarti, si era inebriato dell’opera omnia di Charles Bukowski che io detestavo ma che tu avevi intervistato nel 1980 quando noi due avevamo sei anni e già scrivevamo. 

L’intervista, quella a Bukowski, fu pubblicata nel 1982 con il titolo Quel che importa è grattarmi sotto le ascelle ma, grazie alla longevità della pagina scritta, potemmo leggerla comodamente anni dopo e discuterne. A Bukowski io preferivo Hemingway perché era epico e bello, un eroe kalòs kai agathòs a cui, Fernanda, tu dicesti di no, l’unico no di cui ti rammaricasti.

Vedevi in Hemingway un uomo coraggioso ma lui si era accorto che la coraggiosa eri tu.

Vedesti la luce nel 1917 a Genova nascendo sotto il segno degli Americani, entrati nel conflitto mondiale da poco come una costellazione che illumina il buio.  Tu nascevi sotto la loro egida e l’Italia, che ancora non aveva visto Caporetto, non sapeva che tutto quel male avrebbe portato semi di bene.

Nell’inconsapevolezza dell’infanzia, l’America ti entrò nel sangue pur in una vittoria mutilata.

Furono arbitri, gli Americani, e Woodrow Wilson segnò i quattordici punti che avrebbero dovuto salvare l’Europa e furono tuoi. 

Imparasti l’inglese in famiglia, poi la Scuola Svizzera ove apprendesti il francese e il tedesco, quindi il liceo classico Massimo D’Azeglio a Torino e la vita fu un professore che non amava se stesso ma che seppe toccare il tuo cuore: Cesare Pavese.

Non amava se stesso mentre tu, allora ragazza, lo amavi; non amava se stesso ma, donna cresciuta, ti amò con dolcezza e senza speranza: le sue lettere ti raggiunsero a Mondovì, poiché lì ti trovavi durante i bombardamenti del 1942, e quel “Lei” indicava un’intima affinità elettiva.

Che scriveva Pavese?

 “E’ il momento in cui lei, se è in gamba, può acchiapparmi e bagnarmi il naso. Basta che lavori, studi, traduca e sforzi la testina. Diventerà celebre, scriverà libri, troverà la cattedra, sarà una luminare della filologia.”

Mi aiuta Ernesto Billò a ricostruire quel periodo, leggo avidamente il suo articolo semplice, intenso e chiaro: non è facile trovare tue notizie biografiche perché sembri ancora viva, ti rendono viva quei video youtube in cui parli e in cui scruti chi ascolta, e le notizie che riguardano la tua vita si ritrovano negli anfratti dei giornali locali, nelle tesi, nei teatri.

Pavese ed Einaudi: che vita! che Fato!

Nel 1943 traducesti, su incarico di Einaudi, Addio alle armi… 

In Italia c’è la guerra civile, non soltanto la guerra mondiale e Torino è occupata dalle truppe naziste. Le SS perquisiscono lo studio di Einaudi: c’è un contratto a tuo nome. I soldati ridono: una donnetta, non ci credono. Il romanzo proibito dal duce può essere stato tradotto solo da un uomo. Girano i tacchi, passi in discesa per le scale. Girano la chiave nell’auto, sono nella tua via, Fernanda!

Salgono. Fermano tuo fratello Franco, che li segue.

Hotel Nazionale: è lì che alloggiano.

Piangi, ti disperi, ti vesti di dignità. Decisa, vai a chiarire l’errore.

Hai ventisei anni e un bel volto; guardi i militari negli occhi:

<<Ho tradotto io quel romanzo. Ed è stato un onore.>>

<<Dove si trova Giulio Einaudi?>>

<<Non lo so.>>

Uno alza il tono, gli altri ti circondano di battute volgari che fingi di non capire:

<<Dove si trova Giulio Einaudi?>>

<<Non lo so.>> Il tuo è quasi un sussurro perché provi disgusto, rabbia e vorresti gridare.

Vieni arrestata, ti interrogano a lungo e tu sei stanca, devi fare la pipì, non osi dirlo. Alla fine ti lasciano andare ma ti confiscano i beni: non possiedi più nulla.

Tranne Hemingway che, nel 1948,  incontri a Cortina; ha saputo di te e ti prende per mano:

<<Tell me about the nazi…>>.

E tu tocchi il sole.

Bukowski è invece l’ombra di un gatto persiano ubriaco e così ti dice di Ernest:

<<Hemingway si tenga le sue guerre e il suo coraggio. Io ho altre cose che accadono a me e a tutti quelli intorno a me. Milioni di uomini e donne che impazziscono e vengono assassinati centimetro per centimetro ogni giorno. Quello era il mondo reale. Quella era la morte. Perché capitava a me, lo riconoscevo e troppo spesso qualcuno mi diceva, Bukowski tu sei licenziato.>>

Eppure Bukowski muore di leucemia a settantaquattro anni, Hemingway suicida nel 1961:

<<Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.>>

Da ventenne, mi chiedevo come tu avessi potuto essere amata da Hemingway, Pavese e Kerouac.

Indubbiamente eri affascinante, una donna eccezionale e insondabile come la balena bianca che avevi così sapientemente donato al pubblico italiano; ero sicura che tu fossi in grado di mietere vittime d’amore anche a ottant’anni ed ero punta dalla gelosia per il fatto che tu frequentassi chi amavo.

Non potevo competere con la tua vita avventurosa né con le tue conoscenze: eri la porta di Narnia tra due mondi lontani  mentre io altro non ero che la semplice ragazza di una periferia in cui non passava mai l’1, l’unico autobus che conduceva in centro. 

Tuttavia il 18 agosto del 2009, quando moristi, constatai che era scomparsa una grande donna, una regina che, a differenza delle botulinate star televisive, quelle tigri femministe che utilizzano il corpo e il volto di un passato irrimediabilmente perduto in salotti televisivi politicamente scorretti, non aveva temuto la vecchiaia: alle radici del tuo successo c’era la testa, non l’aspetto, eppure in passato eri stata una bella donna, dannatamente bella, aveva detto Kerouac quando ubriaco partecipò a un’intervista della Rai. 

Fernanda, ora ti vedo come una mela raggrinzita ma dolcissima, una cyborg dal busto in acciaio che cela una profondità atlantiche.

L’immagine di te anziana è una figura a tutto tondo creata da ricordi, blog e articoli di giornale e video sul web: le vene stanche per le punture e le terapie ma la testa ancora piena di passioni, di voglia di leggere, di capire.

Sei stata una talent scout nel senso più pieno del termine, in America come in Italia: leggevi e leggevi poesie e romanzi di ragazzi, e tra questi ve n’ era uno, Cento cavalli scotennati, scritto appunto da Clemente e che lui non pubblicò  perché, quando la vita corrisponde alla penna, non è facile metterla in piazza, forse perché il mondo era radicalmente diverso da quello attuale e il voyeurismo, dall’una e dall’altra parte, era ancora considerato un peccato. 

Scrivere di te, Fernanda, oggi, in questo clima di superficialità estrema, fa male. 

Io credo che tu non accetteresti la banalità in cui siamo piombati: non ci hanno salvati i romanzi, non il cinema e neppure le canzoni ma il tuo Bob Dylan, cara Fernanda, ha vinto il Nobel della letteratura, spiazzando tutti, nel 2016.

Hai vissuto il diritto sospeso, in nome di una non ben precisata sicurezza, e allora mi rifugio nel tuo mondo, coraggiosa ragazza,  laureata in letteratura americana ai tempi del duce, quando il cocktail era una coda di gallo.

Lo sai, Fernanda? C’è un libro che ci accomuna, un libro da cui in qualche modo ha origine la nostra storia di scrittura: la tua, da traduttrice e critica letteraria e la mia, da scrittrice e … insegnante.

Insegnante, sì, e quanto dolore provo nel pronunciare questa parola! 

Ah, sapessi! 

Lascia stare, non adesso, parliamo del libro: l’Antologia di Spoon River. Ti fu dato da Cesare Pavese in un momento in cui la letteratura italiana era solo retorica di regime.

Versi scarni, privi di pathos epico, un’epopea degli ultimi e la constatazione di morti ingloriose.

La morte. La testimoniano Omero, Virgilio, Christa Wolf dando voce ad  Achille piede rapido, Achille la Bestia:

<<Meglio essere l’ultimo degli uomini che il principe dell’Ade.>>

La poesia di Spoon River canta la vita attraverso la morte in un’America non ancora attanagliata dal conflitto mondiale, tu saresti nata due anni dopo salutata dall’entrata degli USA nella Grande Guerra, da Lenin che spazza via il feudalesimo dalla Grande Russia.

Edgar Lee Masters sapeva di essere un rivoluzionario? Un inconsapevole Che Guevara seguendo il quale si finisce in carcere? Come avrebbe potuto una cultura totalitaria e patriarcale accettare questo?

E poi, immaginate:

siete una donna ben dotata,

e il solo uomo con cui la morale e la legge

vi consentono un rapporto carnale

è proprio l’uomo che vi riempie di disgusto

ogni volta che ci pensate – e ci pensate

ogni volta che lo vedete. 

Chi era costui che scriveva folli parole? Costui che osava? Il maschio fascista dispone di giorno e di notte, recita Sophia Loren nel 1978 diretta da un illuminato Ettore Scola.

Il libro, che tu leggesti in lingua originale,  ti aveva rapito.  Perché? Quanto può essere pericoloso un libro? Le parole minano le fondamenta di un Sistema perché i Sistemi basati sulla forza, sul ricatto e sulla propaganda sono giganti dai piedi d’argilla. Ed eccola qui la corruzione di Edgar, la tua corruzione:

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,

il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone,

l’attaccabrighe?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,

uno bruciato in miniera,

uno ucciso in una rissa,

uno morì in prigione,

uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli –

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie e Edith,

il cuore tenero, l’anima semplice, la chiassosa, la superba,

l’allegrona? 

Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di parto clandestino,

una di amore contrastato,

una fra le mani di un bruto in un bordello,

una di orgoglio

infranto, inseguendo il desiderio del cuore,

una dopo una vita lontano a Londra e Parigi

fu riportata nel suo piccolo spazio accanto a Ella e Kate e Mag –

tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina. 

Mi pare di vederti mentre traduci su foglietti svolazzanti questi epitaffi che ti cambieranno per sempre. E poi ti immagino intorno a un tavolo con Einaudi e Pavese: concepite l’ idea di intitolare l’opera S.River e una censura non troppo dedita alla lettura consente la pubblicazione dell’opera ritenendola l’agiografia di un santo! 

Chissà quante risate in Via Arcivescovado 7!

Pavese avrà spostato la pipa sull’angolo delle labbra e avrà sorriso dimenticando ogni tristezza: un sorriso alla Mastroianni in “Una giornata particolare”… sai, quella scena tra i panni svolazzanti sulla terrazza del caseggiato … Einaudi non saprei, un giusto, secondo me; rimandato in latino da Augusto Monti, non provò rancore e comprese che il suo professore era un esempio di valore morale e civile, e fu lui a introdurlo nella Confraternita.

I fascisti però se ne accorsero perché lessero, non erano tutti bifolchi, come vuole certa narrativa dell’attuale regime, e quelli erano versi che lasciavano segni profondi.

Tutto sommato è un miracolo che non ti abbiano fatto bere la cicuta.

L’epitaffio di Spoon River che mi donò a me stessa fu invece questo:

Ebbene sì, Emily Sparks, le tue preghiere

non furono disperse, il tuo amore

non fu del tutto vano.

Qualunque cosa io sia stato nella vita

lo devo alla tua speranza che non disperava di me,

al tuo amore che non smise di vedermi buono.

Cara Emily Sparks, lascia che ti racconti la mia storia.

Sorvolo sugli effetti di mio padre e mia madre;

la figlia della modista mi ha messo nei guai

e sono andato in giro per il mondo,

ho attraversato ogni sorta di pericoli,

vino, donne, i piaceri della vita.

Una sera, in una stanza di Rue de Rivoli

stavo bevendo vino con una cocotte dagli occhi neri

e le lacrime mi inondarono gli occhi.

Quella pensò che fossero lacrime d’amore e sorrise

al pensiero di avermi conquistato.

Ma l’anima mia era distante tremila miglia di lì,

nei giorni in cui eri la mia maestra a Spoon River.

E proprio perché non potevi più amarmi

né pregare per me, né scrivermi delle lettere,

in tua vece parlò l’eterno silenzio.

Cesare Pavese trovò quei versi in un quadernetto in casa tua, ti guardò e disse:

<<Ah!>>

Li prese e li portò ad Einaudi e quell’”Ah!” ti cambiò la vita.

La Storia, e non un qualsiasi astro, determina il destino di una persona.

Eri a cavallo con Hegel? Ti vedo sul cavallo di Hegel a cucire due mondi con un filo d’inchiostro.

La globalizzazione letteraria è l’unica rivoluzione non violenta.

Nel 1956 ti fu restituito il passaporto che il regime ti aveva confiscato e hai potuto viaggiare.

India e America, su di te prevalse la seconda.

Erano i tempi della Beat Generation.

Dopo anni di regime non avresti potuto non amare la Beat, ti ci  immergesti senza esserne travolta: non usasti droghe, non passasti da un letto all’altro per affermare la tua protesta, applicasti il tuo super io vittoriano come strumento di attenta analisi e conoscenza,  modificasti strutturalmente la critica letteraria liberandola da considerazioni estetiche e comprendendo l’inossidabile fusione tra vita e letteratura.

Ah, Fernanda, il mondo attuale è una prigione di ghiaccio grigio!

Non ci voglio pensare! 

Mi scendono ancora lacrime che bucano il volto. 

E tu? 

Chissà a cosa pensi adesso. Forse non pensi, non so neppure più se credere al materialismo o alla spiritualità e tra i due il primo mi pare il male minore perché annienta la sofferenza.

Stanno accadendo cose che vanno oltre l’umana cattiveria e l’uomo, a cui  tu guardavi con speranza, è diventato quel vile homo oeconomicus preannunciato da John Stuart Mill e temuto da Aldous Leonard Huxley.

L’uomo è perduto.

Tu, vittoriana e beat al tempo stesso, determinata e ribelle, non avresti mai tollerato uno Stato in cui l’insegnamento e il diritto all’istruzione fossero nuovamente subordinati a una tessera, non avresti mai immaginato che la Storia  rinnovasse a tal punto i propri vizi. 

Guarda Pavese. Non voleva firmare l’iscrizione al Partito Fascista, lo convinsero madre e sorella. Il rapporto tra Pavese e il fascismo è irrisolto, tu lo sai meglio di altri, quanto ha interferito con la sua morte?

Ci sono firme che uno in coscienza non può fare.

Se non firmi però rinunci al lavoro e stai male. 

Penso alle parole che Hemingway ti scrisse: “Non ti arrabbiare, lavora”; cerco di renderle mie ma non è semplice. Non so neppure se questa biografia sarà pubblicata o se verrà considerata politicamente scorretta eppure non posso scrivere della Fernanda di allora mettendo a tacere la me stessa di ora.

 Non sono ancora in carcere, certo, questo no, e ciò mi dà la speranza e l’illusione di poter scrivere liberamente.

Ti saresti arrabbiata a conoscer la mia storia o forse semplicemente stupita? 

Come ti stupisti quando il tuo professore, Federico Oliviero,  ti impedì di proseguire la tesi su Walt Whitman perché riteneva che quei versi poco si addicessero a una signorina perbene.

Il sesso contiene tutto, corpi, anime, significati, prove, purezze, squisitezze, –proclamava Whitman e ciò era inaccettabile in un’Italia in cui persino l’intimità era dettata da rigidi canoni, in cui persino la trasgressione al bordello era controllata dallo Stato – risultati, pronunciamenti, tutte le speranze, beneficenze, conferimenti, tutte le passioni, amori, bellezze, piaceri della terra, tutti i governi, i giudici, gli dei. 

Oppure:

Urrà per coloro che hanno fallito!

E per coloro le cui navi da guerra sono affondate in mare!

E per quegli stessi che sono affondati in mare!

E per tutti i generali che hanno perso le loro battaglie!

E per tutti gli eroi sopraffatti!

E, ancor peggio:

Penso a come una volta giacemmo,

un trasparente mattino d’estate,

come tu posasti la tua testa

di per traverso sul mio fianco

ti voltasti dolcemente verso di me,

e apristi la camicia sul mio petto,

e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,

e ti stendesti sino a sentire la mia barba,

ti stendesti sino a prendere i miei piedi.

Il tuo professore conosceva il poeta, quel suo sguardo franco da druido di versi e d’amore, quei capelli argentei e lunghi, così lontani dalle pettinature di regime.

Chissà, che se lo leggesse di nascosto? Di notte? Che temesse persino di confidarlo al prete?

<<Scabroso. Signorina, questo Whitman è scabroso. Non potete davvero pensare di proporlo in una tesi, se foste un giovanotto si potrebbe capire ma una futura madre …>>.

Lo hai guardato con occhi ironici e segretamente taglienti, hai accettato di analizzare Moby Dick e ne sei rimasta rapita: Call me Ishmael, che incipit meraviglioso! Tre parole ti immergono in Achab, nella sua ossessione distruttiva, nell’attaccamento alla vita di Ishmael. 

Che cosa c’è di più scabroso di Melville?

Io me lo chiedo e anche tu, stremata dal lavoro, con la tua camicia da notte di seta e il tuo carrè bombato, lo hai capito:

<<Ecce homo>>.

E, perché no, ecce America.

Fernanda: una vita d’avventura, una vita da pioniera.

Cerco i suoi tratti nei versi di Cesare Pavese, l’uomo che le spiegava Dante e la incantava negli anni Trenta, l’uomo che lei – negli anni Quaranta – rifiutava.

                               Così trasalisci tu pure

al sussulto del sangue. Tu muovi il capo

come intorno accadesse un prodigio d’aria

e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale

nei tuoi occhi.

Lo scrive Pavese ne L’estate, in Lavorare stanca, e ancora ne Il Notturno:

La collina è notturna, nel cielo chiaro. 

Vi s’inquadra il tuo capo, che muove appena 

e accompagna quel cielo. Sei come una nube 

intravista fra i rami. Ti ride negli occhi 

la stranezza di un cielo che non è il tuo.

[…]

Tu non sei che una nube dolcissima, bianca 

impigliata una notte fra i rami antichi.

Frugo nella tua vita, Fernanda, e spero che tu mi possa perdonare.

Clemente ti ricorda decisa e severa, mi racconta che la tua indagine non faceva sconti alla letteratura italiana: fantasmagorica, psicologica ma priva di affondi nella vita reale.

Ritenevi che gli scrittori italiani si fossero limitati a sostituire all’ipotassi la paratassi ma che, in fin dei conti, non avevano migliorato il panorama letterario il quale continuava ad essere ripetitivo e barocco.

In realtà, Fernanda, pubblicare romanzi è sempre più difficile. Lo sai anche tu, hai dovuto lottare per portare la Beat Generation in Italia. Sai cosa penso? I tempi sono maturi per qualche beatnik europeo: in un’Europa in cui non ci si può muovere, girare in autostop con un sacco a pelo in spalla sarebbe la più grande ribellione. 

Perché, come ti ha detto Kerouac, in autostop si conosce la gente.

Il bisogno di comunicare degli anni Cinquanta è stato sostituito col distanziamento sociale: da due anni i bambini giocano al parco con la mascherina. 

Si ha paura di morire, come se la Morte temesse lo scudo fragile di una mascherina!

Cosa ne penserebbe Neal Cassidy? Quel Neal che già si stupì di te:

<<Tu non bevi, non fumi, non ti droghi; perché mi hai voluto conoscere?>>  e tu rispondevi che volevi conoscere l’energia vitale che scorreva nelle vene di Kerouac.

Tu definisci Kerouac il genio assoluto e disperato, l’uomo che chiede a Dio di mostrargli un luogo. 

<<Era bellissimo: gli occhi blu dipinti di blu e il volto da pittura del ‘300>>.

Racconti le sue tribolazioni, la fatica di pubblicare On the road, romanzo in cui la geografia d’America diviene poesia e la poesia jazz:

È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l’addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo. Perché ci sono troppe cose che mi piacciono e mi confondo e mi perdo a correre da una stella cadente all’altra fino allo sfinimento.

Il conflitto nucleare che temevano i beatnik non c’è stato, la guerra fredda è finita. Tu l’hai vista finire in un muro in frantumi.

Quella guerra fredda.

Ora ce n’è un’altra che vede sulla scacchiera Usa, Russia e Cina.

E in Europa, nella tua Europa che annaspa a fatica, il potere è in mano a organismi transnazionali non europei, e per questo è così difficile combattere:

i nazisti, i fascisti erano di carne ed ossa, qui l’usurpatore è invisibile.

Ci sarà una nuova guerra? Che tipo di guerra? Manca il gas e le centrali a carbone producono energia elettrica.

<<Non si può combattere contro la Russia d’inverno>> ha detto il nostro premier ma i carri armati sono già in Ucraina.

Giulio Casale ti ha raccontata in uno spettacolo dal titolo bellissimo: La canzone di Nanda. 

L’ho guardato e l’ho riguardato con curiosità e con tristezza: Dylan, Tenco e De André sono stati spazzati via da rapper che inneggiano alle Jordan! Vivo in periferia, te l’ho detto, e la più grande ambizione di un giovane è far soldi per ricoprirsi di outfit costosi.

I rapper che mostrano scintillanti denti d’oro sono cattivi ma non sono ribelli: sono drammaticamente allineati.

Ha vinto il consumismo, non ha vinto la Beat.

Il Sistema ha educato e il Sistema è amato e acclamato. 

E’ rimasto l’amore?

Alessandra Giordano

Sandro, Benito, Pier Paolo: riscuote il banco neoliberista, come in ogni gioco d’azzardo

La fiamma tricolore di Fratelli d’Italia insieme al garofano rosso del Partito Socialista Italiano: non ha vinto Mussolini ma neppure Pertini alla fine.

Del resto è stato chiaro fin da subito: gli Americani consentivano la sfilata delle bandiere rosse mentre firmavano patti con i grandi industriali, la mafia, la politica.

Per questo è stato ucciso Pier Paolo Pasolini, questa è l’interpretazione che viene data da Rosa Johanna Pintus e Marco Bracco nei testi scritti e drammatizzati per il 15 giugno presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche durante una performance organizzata da Hermes Movie per il centenario della nascita di Pasolini.

Simone Grande e Christian Adorno Bard interpretano Pino Pelosi e Pier Paolo Pasolini- Foto Nazar Fedunyk

Così inizia Fabula, la performance portata in scena da Hermes Movie, con una lettera a Laura Betti, interpretata da una bravissima Antonella Rebisso:

Cara Laura, sono tornato. Come sta andando il film nella
terra del socialismo reale? Mi sembra di vederti. Quanto ti
lamenti per il cibo uguale per tutti? Amore mio, sei
perdonata! Spero di vederti presto, sto scrivendo un nuovo
film, un attacco al capo dello Stato, anche lui colluso con i
poteri, con la borghesia, sta sacrificando l’Italia al migliore offerente…

Fabula, Rosa J. Pintus-Marco Bracco

E la condanna è ancora più forte in quel monologo di Pasolini

in cui la Pintus ha picchiato duro buttandoci dentro tutta la sua esperienza nella periferia e tutta la sua rabbia per un Italia che non riconosce più come sua.

Christian Adorno Bard

Una rabbia che non poteva non essere invasiva e che l’ha resa in qualche modo

la naturale erede di Pasolini benché lei non lo volesse.

Marco Bracco

Claudio Patanè, compositore e chitarrista, è il commento musicale di Fabula-Foto Nazar Fedunyk

Di nuovo, come in Avanti Avanti!, abbiamo in scena il coro perché il rapporto con la tragedia greca non è mai stato reciso né da Pasolini né dalla Pintus ed è Remo Viazzi, professore di greco prima del Liceo Mazzini e ora del Liceo Classico D’Oria, a raccontare le suggestioni e le connessioni che si creano sulla scena.

Rosa Johanna Pintus, Marco Bracco, Remo Viazzi

La performance è forte nel linguaggio, spietata nelle parole. Nella società Lgbt Pasolini crea ancora imbarazzo, fastidio, anche se probabilmente si sarebbe cercata un’altra scusa per farlo fuori.

Coi decreti delegati la Scuola è morta, si è sparata un colpo
in bocca e non lo sa. Bisogna essere buoni (ride), fingere il figlio dell’operaio uguale al figlio dell’avvocato! Li portiamo a teatro, in un bel teatro borghese ove le nore si autodeterminano e non sono più bamboline di mariti e di papà:le nore borghesi ovviamente, le altre a fare le puttane per aver l’ultimo blue jeans! Ma dico! Ci siete mai stati tra i casermoni popolari ove il tempo scorre lento nelle piazze e nessuno lavora? Due birre, una canna, una donna e si è felici se non ci si ammazza per quella donna: a volte la si condivide mentre gli occhi osservano il sole che danza.

Christian Adorno Bard è il Pasolini di R.J.Pintus-Foto Nazar Fedunyk

E i
ragazzi di vita non è che siano meno maschi perché danno il
culo. Quello è un lavoro, che c’entra! Poi coi soldi ti
riempiono la ragazza di gioielli e collant.

Fabula, R.J.Pintus e Marco Bracco

Pasolini, ed è chiaro, e Avanti Avanti!

Giovanni Capano è l’Edipo di Pasolini (Christian Adorno Bard) in Affabulazione-Foto Nazar Fedunyk

Quale relazione c’è tra Sandro, Benito, Nino, Marcello e Pier Paolo? La sceneggiatrice di Hermes Movie ce lo spiega citando l’Auryn de La storia infinita:

tutto ciò che scrivo accade, tutto ciò che accade io lo scrivo.

R.J. Pintus cita M.Ende

La spiegazione più prosaica, più puntuale e meno onirica arriva dal regista Marco Bracco che, commentando anche i nuovi risultati elettorali, afferma:

Riuscireste voi a distinguere le parole di Mussolini da quelle di Pertini se io non vi rivelassi l’autore? La politica è un’arte difficilissima tra le difficili perché lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è un’entità assai difficile a definirsi, perché è mutevole. Questo è Mussolini e aggiunge: “Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come l’italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell’oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie”.

Marco Bracco

Le parole di Mussolini appaiono modernissime oggi in un sistema in cui il Deep State decide tutto e sostituisce alla giustizia delle democrazie l’efficienza di uno Stato-azienda di cui Monti prima e Draghi adesso sono i perfetti esecutori.

E Pertini? Colloca anche il Patto Atlantico, strumento di dominio economico poiché la guerra genera guerra. Pertini lo sapeva ed era contrario al guinzaglio di una Nato liberista che avrebbe, prima o poi, minato il miracolo socialista in Italia:

Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica. Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l’Unione Sovietica ha fatto durante l’ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l’Europa dalla dittatura nazifascista.

Sandro Pertini

Dunque tutto quello che Pasolini ha scritto e filmato, ciò che lo ha condotto a morte proprio mentre progettava un artistico J’accuse che denudasse i giochi della politica di un’Italia colonia d’altri, sta avvenendo e oggi partiti opposti siedono senza pudore al medesimo tavolo fingendosi nemici.

Ci si chiede quale sia il potere decisionale di codesti partiti e, ormai, di gran parte dei giornalisti: le ultime imprese della nostra gloriosa repubblica sono semplicemente agghiaccianti: trattamenti sanitari obbligatori, propaganda e invio di armi.

Sanzioni antieuropee come l’uomo che si taglia i gioielli per far dispetto alla moglie: il rublo sale e l’euro scende.

Antonella Rebisso interpreta un’affranta Laura Betti

Fascisti? Il fascismo attuale è il vero mostro; i valori borghesi, quelli da combattere sempre, importati dai Liberatori con la cioccolata! Valori molto diversi e distanti dal regime mussoliniano ma molto più
adatti a uccidere gli animi. E allora io faccio i film. Perché? Perché ne ho bisogno. Facendo i film esprimo me stesso, o li faccio o mi suicido. Perché voi avete degenerato il sistema educativo in nome di un’uguaglianza che non c’è, che è gratitudine, sudditanza. Mi chiedete come possiamo allontanare il rischio e il pericolo prodotti da questa società. Si è fatto tardi, magari lasciatemi le domande, mi
serve un po’ di tempo per ragionarci. Come sapete per me è più facile scrivere che parlare.

Fabula, Rosa J. Pintus e Marco Bracco

In Avanti Avanti! Rosa Johanna Pintus e Marco Bracco raccontano i comuni ideali di Socialismo e Fascismo e le loro necessarie e drammatiche differenze ma, soprattutto, la storia di un Paese che si è illuso di una possibile liberazione e che oggi si trova a fare i conti con il suo status di colonia che deve riverire il padrone mentre l’unica forza, la nostra Italia, la deve trovare in se stessa.

Alessandra Giordano

Ricorda che questo progetto, per essere libero, ha bisogno del tuo contributo. Se puoi dona almeno un euro alla nostra campagna di crowdfunding.

‘sti vecchi scorreggioni da Squid Game

Un maledetto gioco ai soldatini, anzi peggio: c’è la perversa logica di Squid Game nella guerra in Ucraina. Vecchi nostalgici della guerra fredda, annoiati dal potere, desiderosi di essere padroni del tutto sotto l’egida del neoliberalismo e dell’imperialismo ad ogni costo. Un tutto che non basta mai e che provoca stomaci vuoti nonostante un nutrirsi continuo.

Sperimentato il quasi totale assoggettamento di un mondo acritico grazie all’horror Covid, il Nuovo Ordine Mondiale si accorge che, se le industrie farmaceutiche hanno guadagnato molto, con il lockdown le guerre sono passate in secondo piano e i fabbricanti d’armi hanno smesso di guadagnare; peccato che anche loro abbiano sponsorizzato l’insediarsi di determinati governi e che qualche regalia vada pur concessa: bellum gerendum est! E Biden ci prova con tutte le sue forze. Non ci ha mai creduto lui che la guerra fredda sia finita e che le armi vadano utilizzate soltanto in Paesi del terzo mondo: la vecchia Europa, con l’addio della Merkel, sta perdendo colpi e Putin è stato cucinato al punto giusto dalle provocazioni del Deep State. Sorride Biden senza neppure rendersi conto di essere pure lui un burattino, forse il capo dei burattini, ma di certo non il presidente del mondo: non è l’artefice della rivolta in Ucraina, della strage di Odessa, del massacro del Donbass ma si è trovato la pappa fatta e ha pensato che il nazismo fosse preferibile a un eventuale comunismo russo-cinese.

La Nato appoggia spudoratamente a forze eversive di destra che tengono in vita Zelen’sky, lontane dal nazismo quanto Hitler quando decise di lasciar partecipare alle Olimpiadi Helen Mayer. Il lupo perde il pelo ma non il vizio e non oso neppure pensare quale fine sia destinata al presidente in caso di sconfitta.

Ma vediamo i Russi. Tutti sappiamo chi è Putin ed è facile pensare che abbia ritenuto in un primo tempo di denazificare l’Ucraina nella stessa maniera in cui ha cercato di ripulire la Cecenia.

Giudice militare – Perché lo hai ucciso?

Soldato – Non lo so.

G.M- Perché gli hai tagliato le orecchie?/

S- Non lo so.

G.M- Perché gli hai fatto lo scalpo?

S- E’ un ceceno.

Gm- Capisco.

Zacitzska, Alessandra Giordano

Attualmente accadono cose inimmaginabili di cui i media non fanno menzione perché sono presenti anche in Russia battaglioni neonazisti nostalgici dell’alleanza tra Hitler e Stalin. Basta cercare le notizie e non limitarsi a bere acriticamente la propaganda amica o nemica secondo la nostra personale posizione politica.

Il nazionalbolscevismo è stato reimmaginato in Russia da Aleksandr Dugin e Eduard Limonov come un rinnovato sincretismo fra nazismo e comunismo, finendo comunque per inserirsi nel frammentato mondo dell’ultranazionalismo di destra e del neofascismo e alimentare ulteriori formazioni paramilitari come le Interbrigate.

Patria Indipendente

Battaglione Azov da un lato e Battaglione Sparta dall’altro correi di portare avanti, i primi in maniera consapevole poiché da loro armati e gli altri in modo inconsapevole, gli interessi degli Americani contro l’Europa tutta.

E l’Europa? I leader, in particolare il non uomo italiano che detiene il nostro Governo, scodinzola in attesa delle crocchette Nato: Russia delenda est, sostiene, e si sente il novello Catone.

I leader e i giornalisti che animano i nostri talk show non sono diversi dai vecchi che, per mero divertimento, osservano mascherati e lepeghi, il gioco al massacro di Squid Game.

Intanto l’Ucraina muore e la pietà tace.

Alessandra Giordano

Caro Zelen’sky, di Che Guevara ce n’è uno e lo hanno fatto fuori.

Caro Zelen’sky,

pur non essendo filorussa, non cado nel tuo inganno mediatico. Probabilmente hai confuso l’Ucraina per un set televisivo ma i tuoi attori stanno morendo come in Squid Game.

Stai condannando da tempo i figli della tua terra ad essere orfani, figli già condannati una volta da Chernobyl ma, evidentemente, per l’Ucraina non ci può essere pace.

Ora appari agli occhi del popolo come esempio di resistenza ma dov’eri quando le tue donne, bionde e belle, quindi ancor più a rischio, abbandonavano il loro Paese, la loro famiglia, la loro lingua?

Tu non c’eri pur essendoci e, anzi, alcune mie studentesse ucraine, mi dicevano che nel granaio di Europa la corruzione mieteva più vittime del nucleare e che i Russi erano comunque migliori degli Americani anche se…

Putin è di fatto uno zar.

Altre invece sostenevano la tesi opposta: meglio gli Usa. Meglio gli Usa fino agli attuali decreti che hanno trasformato l’Italia, zerbino d’America, in una non democrazia.

Ma neppure l’Ucraina è una democrazia- mi dicevano quando si manifestava insieme contro il Green Pass- c’è tanto orrore in Ucraina, meglio qui senza alcun diritto.

Dov’eri allora, Zelen’sky? So dove sei adesso: in continua tournée mentre il tuo popolo muore. Ti segue ma muore mentre tu ti atteggi a Che Guevara e non lo sei.

E proprio perché sei seguito, sei adorato, sei osannato ti devi fermare e devi fermare il massacro.

Invece non vuoi. Ma essere il volto affascinante degli Americani è un’arma a doppio taglio e quindi, per conto mio, dovresti smetterla di giocare a Risiko e salvare la tua gente, quanto prima.

Salvare tu quell’Europa da cui adesso esigi aiuto.

Perché la Storia ce la dobbiamo scrivere da noi e non farla scrivere da due superpotenze che non hanno più senso e paiono due vecchi di insensate brame.

Quando l'arte racconta la violenza contro le donne

Lascia il Donbass, lascia la Crimea: vivi e lascia vivere.

Alessandra Giordano

Officina Iblea: un agriturismo in Via di San Bernardo

-La donna è forza, costanza, audacia e non solo fragilità-, penso a questo mentre vengo trasportata dalla voce di Antonietta Caldarera, ragusana a Genova.

L’accento è siciliano ed è, di per sé, garante dei cibi che vengono proposti nel suo ristorante, Officina Iblea ma, ci tiene a precisare, non basta questo a convincere i clienti:

Mi sono trovata nella paradossale situazione di crearmi una clientela siciliana grazie ai genovesi.

In che senso?

Eh, nel senso che sono stati proprio i Genovesi a portarmi i Siciliani perché i Siciliani si fidano poco dei locali che dichiarano origini isolane ma poi in realtà deludono nei sapori.

La clientela, medio-alta, formata da avvocati, procuratori, imprenditori ma anche artisti, registi, attori, non è selezionata in base ai prezzi, assolutamente accessibili considerato che l’arancina costa un paio di euro, ma in base alla cultura:

La mia cucina utilizza prodotti biologici e rigorosamente siciliani: mi servo dalla Cantina Maggio Vini o da Pettineco Bio. Parlo direttamente con i produttori nelle mie vacanze in Sicilia.

Vacanze…quindi in realtà Lei lavora anche quando è in ferie.

Non esistono ferie quando si è titolari di un’attività perché in qualche modo tu sei l’attività stessa.

La vita è questione di scelte, dice, l’importante è non far mai il passo più lungo della gamba.

Giovanni Capano, Christian Adorno Bard e Simone Grande, attori del film Avanti, Avanti! in una cena sponsorizzata da Officina Iblea.

Io non ero nessuno. Ho avuto la fortuna di essere scelta come cuoca al Club Rotari pur non avendo un curriculum, stupendoli semplicemente con la mia abilità culinaria appresa -invero- soprattutto dai nonni paterni. La fortuna però ti sorride una volta nella vita, non ci si può basare su di questa che poi, chi lo sa, ti tradisce; così ho sentito la necessità di costruirmi un curriculum e, dopo essere stata cuoca, mi sono adattata a fare la lavapiatti, la cameriera, l’aiutocuoco.

Ho imparato cosa significhi lavorare sotto padrone, cosa chiedere ai dipendenti.

L’esperienza più emozionante, per Antonietta, è stata la gestione di un agriturismo:

Lì ho capito che cosa davvero volevo dalla vita: la dimensione dell’agriturismo è avvolgente, quella del ristorante invece non mi appartiene.

Eppure Lei si è aperta un ristorante.

Io lo ritengo un agriturismo cittadino in un posto che amo immensamente: il Centro Storico.

Perché?

Perché la dimensione è umana e io mi sento a casa.

Officina Iblea si trova in Via di San Bernardo, si entra e si assapora la Sicilia a partire dall’arredamento e dalle ceramiche scelte: l’odore è quello del cibo vero, del pane cotto su pietra, delle tagliatelle tagliate al momento, delle padelle portate in tavola col cibo caldo. C’è poi il sorriso di una bocca a cuore e il cipiglio manageriale che traspare dalle lenti degli occhiali, una cascata di riccioli che ricorda che la vita è un insieme di sapori buoni.

I suoi ravioloni con la ricotta fresca richiamano qualche attenzione, così come i cavatieddi e il pane cunzato. Un giorno entrano nel locale, in incognito, degli ospiti particolari: assaggiano tutto e pagano; in breve ad Antonietta viene recapitata una targa: quella dell’Eccellenza Italiana del Made in Italy che viene riconfermata l’anno dopo.

Antonietta Caldarera

Noi dell’Hermes Movie invece, nel nostro piccolo, abbiamo pensato di considerarla la donna di questo Marzo 2022 perché, per la tenacia in un mondo che crolla, ci ricorda Malena, la protagonista di Avanti, Avanti!

Antonietta ha deciso di aprire il primo locale quando si è ritrovata con due figli piccoli da crescere e nessun aiuto intorno, il primo passo è stato quindi l’apertura di una rosticceria siciliana il più possibile compatibile con l’organizzazione familiare. Poi arriva l’occasione: la disponibilità di un locale più grande, lì vicino.

Antonietta decide di fare da sé: non chiede aiuti alla Regione pur potendo accedere ai fondi per l’imprenditoria femminile e, visto che si tratta di un nuovo locale, investe nelle licenze.

Così io durante il lockdown ho avuto la mia zattera con le provviste necessarie: ho rinunciato al di più, non all’essenziale, e ho resistito grazie alla licenza come negozio alimentare. Perché la vita va pianificata bene, non ci si affida al caso che muta. All’aiuto di Dio sì, e forse aveva questo progetto su di me.

Alessandra Giordano

Humanae litterae et infamia: l’Italia e l’Europa verso la damnatio memoriae dei morti e l’apartheid dei vivi

Humanae litterae, come letteratura, e infamia, come cattiva reputazione. E’ in atto un tentativo di damnatio memoriae dei morti (gli autori e gli artisti) e di apartheid dei vivi (gli sportivi e tutto ciò che rappresenta la Russia).

“Siamo fuori di testa ma diversi da loro”, penso ai Maneskin mentre l’epurazione ha inizio e io ancora fatico a crederci.

Si può davvero sanzionare la cultura di un popolo e tenersi il gas? Ancora una volta il dio dell’economia vince su tutti gli altri e io voglio solo sperare che Tolstoj avesse ragione quando sosteneva che

Dio esiste ma non ha alcuna fretta di farlo sapere.

Lev Tolstoj

Be’, io credo però che adesso questo Dio debba farsi vedere perché il mondo che ha creato si sta suicidando e il decantato libero arbitrio, per dirla con Tucidide, è solo l’utile del più forte.

Eppure non mi dovrei stupire di fronte a questo maldestro tentativo di damnatio memoriae, di fronte al professor Paolo Nori, che magari si è pure vaccinato per amor di insegnamento, e che adesso viene censurato in quanto reo di tenere un corso di letteratura su Dostoevskij!

Adesso siamo tutti ipocritamente ucraini. Adesso ci interessiamo di un Paese di cui abbiamo più volte insultato le donne in fuga:

Vengono qui per rubarci gli uomini, per manipolare i nostri vecchi!

…vox populi

Quando insegnavo al Cpia ho visto ragazze e donne ucraine piangere perché veniva negato loro il permesso di soggiorno, le ho viste spendere i pochi soldi ottenuti lavorando da badanti con avvocati incaricati per i ricorsi.

Ecce Italia: un tritacarne neoliberista che ora salva chi ha ucciso in vista di qualche profitto nascosto.

Ma adesso siamo tutti bravi, tutti solidali. Con gli Ucraini perché ci servono mentre i neri li lasciamo annegare in mare.

Questo è! Togliamoci le aureole.

I cattivi sono i Russi, tutto ciò che è russo corrompe.

Diceva Leonid II’ic Breznev:

Noi dichiariamo con la massima responsabilità: non abbiamo pretese territoriali verso chicchessia, non minacciamo nessuno, siamo favorevoli al libero sviluppo dei popoli ma nessuno si provi a usare con noi il linguaggio degli ultimatum e della forza.

Breznev, rapporto al XXIV Congresso del PCUS

Basterebbe togliere le basi Nato dai confini dell’Ucraina e Putin ritirerebbe le truppe ma ormai il conflitto è partito e l’industria delle armi, che con il Coronavirus aveva perso il suo posto al sole, deve guadagnare i soldi persi con la demilitarizzazione dell’Afghanistan.

I Russi sono i vecchi comodi nemici dell’Europa e dell’America in attesa dei Visitors, dei Rettiliani o di chissà che altro.

Io però con i Russi (gli autori) ci sono cresciuta, sono stati i miei zii mentre i padri erano greci: i Russi sono arte, danza, musica, letteratura.

Dobbiamo cancellare tutto?

Sergei Loznitza non ci sta, non si giudicano le persone dal passaporto, dice, non facciamoci prendere dalla follia. E’ un regista ucraino e non condanna i Russi in toto.

Invece la follia incombe: li condanna invece Fiera Ragazzi di Bologna, li condanna persino il Comitato Paralimpico che impedisce agli atleti Russi e Bielorussi di partecipare ai giochi.

In nome dell’inclusione?

Scrive Chiara Baldi su La Stampa:

Ora l’ateneo comunica che ci ha ripensato: «L’Università di Milano-Bicocca è aperta al dialogo e all’ascolto anche in questo periodo molto difficile che ci vede sgomenti di fronte all’escalation del conflitto. Il corso dello scrittore Paolo Nori si inserisce all’interno dei percorsi “Between writing”, percorsi rivolti a studenti e alla cittadinanza che mirano a sviluppare competenze trasversali attraverso forme di scrittura. L’ateneo conferma che tale corso si terrà nei giorni stabiliti e tratterà i contenuti già concordati con lo scrittore. Inoltre, la rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione».

Chiara Baldi

La Bicocca ci ha ripensato…e vissero felici e contenti? Allora perché quel momento di riflessione? Un sinistro controllare i contenuti di un corso?

La Scuola e l’Università sono arcistufe di una cultura declinata alla politica: prima la campagna contro studenti e docenti no vax, ora l’attenzione verso tutto ciò che rappresenta il nemico russo (ma non lo faceva l’Urss nei confronti dell’Occidente?).

La Russia non è Putin: molti Russi contrari a quest’uomo sono stati arrestati ma questo all’Europa non importa, importa soltanto esportare armi e alimentare un conflitto mentre è chiaro come questi governanti non abbiano mai letto Delitto e Castigo.

Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni

Fedor Dostoevskij

Ma che ve lo dico a fare…

Alessandra Giordano

L’Ucraina come Elena di Troia

Da otto anni l’Ucraina è in guerra, un conflitto fratricida che vede da un lato i filorussi e dall’altro i filoeuropei. Viktor Janucovyc, il presidente, non potendo vincere, lascia il Paese.

Putin non ci sta: le proteste sono state finanziate dagli Stati Uniti che vogliono circondare la Grande Russia di basi missilistiche occidentali quando la Nato, caduto il Muro di Berlino, non avrebbe più senso di esistere.

Invece esiste e attira a sé gli ex paesi del patto di Varsavia! I guerrafondai sono loro, pensa Putin, e non ha torto, agli Americani l’Ucraina interessa quanto ad Agamennone interessava Elena di Troia: non per le sue grazie il re dei re sacrificò la figlia Ifigenia!

Per gli Usa Ucraina significa Europa, significa mettere in scacco matto l’avversario di sempre, significa creare ansie e difficoltà alla Cina.

L’Ucraina, ahimè, non conta: la partita è un’altra. E in effetti Volodymyr Zelen’skyj viene interpellato pochissimo, il suo curriculum di comico e di sceneggiatore ce lo mostra nella fragilità di un Nerone che suona l’arpa tra le fiamme del suo Paese.

Non può far nulla ora Zelen’skyj, presidente odiato dal Donbass, simpatizzante dell’estrema destra e filonazista nonostante le sue origini ebraiche. Zelen’skyj è un mistero di cui sappiamo troppo poco per poter osare un qualsiasi giudizio ma possiamo comunque osservare un fatto inconfutabile: manipolato e manovrato dagli Stati Uniti, ha osato l’inosabile pensando che sarebbe stato aiutato dalla Nato in caso di guerra.

Invece Zelen’skyj e l’Ucraina erano l’esca perfetta per innescare una guerra senza sparare un colpo. Il fatto è che, perché un intervento sia giustificato, occorrono delle vittime sacrificali: Agamennone sacrificò la figlia Ifigenia, la Nato gli Ucraini (meglio ancora se donne o bambini).

L’aiuto della Nato è prudente: arrivano armi, non arrivano uomini. Quali costi avranno queste armi? Nulla è gratis.

In tutta questa vicenda colpisce la completa sudditanza dell’Europa, la sua assurda incoerenza.

Perché c’è un fatto. Un gasdotto, il Nord Stream 2, costruito già al 95%, è voluto da Russi ed UE. La Germania in particolare ne conosce l’importanza economica; gli Ucraini invece sono da sempre contrari a questa soluzione poiché guadagna dal passaggio del gas nel suo territorio mentre il Nord Stream 2 riuscirebbe ad aggirare il Paese.

Cambiato il Governo in Germania, cambiano gli interessi e, con un atto del tutto suicida, la Germania rinuncia a un gasdotto già costruito. Un gasdotto non voluto da Biden, presidente a cui sfuggono alcune pagine dei libri di storia ma che deve aver letto avidamente il primo Ken Follet: la guerra fredda è terminata e con questa la ragion d’essere della Nato.

La Nato però c’è ed è spaventosamente aggressiva, a Putin non resta altro che ricostituire, per difendersi, il Patto di Varsavia e non esclude (lo sappiamo chi è Putin) la forza.

In tutto questo i già poveri civili ucraini sono l’effetto collaterale da mettere in conto: una massa, e quindi un nulla, di gente sacrificabile per Putin, Biden, Zelen’skyj.

L’unica differenza rispetto alle Troiane di Euripide è che almeno molte donne ucraine sono in salvo in Italia.

Alessandra Giordano

Un’alleanza contro il drago e i partiti delle munifiche prebende

Genova- Ancora Italia, Riconquistiamo l’Italia, Alternativa c’è e Italexit hanno costituito una lista comune da presentare alle elezioni amministrative e, a breve, si partirà con la raccolta firme per la presentazione della stessa. I tre partiti sembrano essere l’unica opposizione possibile alla svolta neoliberista ed eversiva del nostro amato Paese che sta svendendo a William Henry Gates III (al secolo Bill Gates), a Red Bull e ad altre multinazionali il nostro patrimonio storico e naturalistico.

Attualmente l’emergenza è quella di contrastare, scusate il gioco di parole, lo stato di emergenza che risulta essere una miniera di denaro facilmente accessibile per coloro che hanno interesse a prorogarlo per mero interesse personale.

Fa male constatare come la Magistratura abbia perduto quell’autonomia di giudizio che la dovrebbe caratterizzare in un Paese democratico ma, è evidente, qui in Italia la democrazia è soltanto l’utile del più forte.

Nonostante queste considerazioni, esiste una parte politica che non si arrende e che spera , che s’impegna e che combatte non per i diritti di pochi ma per i diritti di tutti.

Montanelli scrisse che basta offrire al popolo l’illusione di un po’ di potere per poi fargli accettare tutto e acclamare la dittatura, lo scrisse riferendosi al fascismo ma l’uomo ricade nello stesso inganno.

Chi vigila, vale la pena ricordarlo, vigila per tutti: per il negoziante che pretende il green pass, per la società sportiva che non osa ribellarsi, per chi ama infierire senza sapere che sarà la prossima vittima, per chi è costretto a cedere al ricatto per non morire di fame.

I metodi del nostro beatificato premier, denunciati più volte dall’avvocato Marco Mori che si presenterà con Italexit, sono sotto gli occhi di tutti i cittadini ma molti hanno trovato in questo modus operandi una propria dimensione, un sereno modo di essere in qualità di solerti servi di un regime eversivo che mira a ridurre alla fame e al silenzio i dissidenti.

Un sistema eversivo, eversivo davvero se si considera come, grazie ai due terzi di un parlamenticchio interessato soltanto a difendere le proprie munifiche prebende, grida l’avvocato Alessandro Fusillo, l’Esecutivo sia riuscito nel silenzio del mainstream a modificare già due articoli della Costituzione: l’art.9 e l’art.41 .

A dispetto di quanto afferma il link che vi ho suggerito, la verità è un’altra ed è amara: un governo nominato e lontano dalla volontà popolare ha cambiato due articoli fondamentali della Costituzione senza neppure proporre un referendum e istituzionalizzando il ricorso ad eventuali chiusure e lockdown: un vulnus e non una riforma.

Ora è tempo di cambiare e Genova, il giorno della visita di Mario Draghi, lo ha affermato con decisione.

E di nuovo oggi lo afferma, depositando in Questura la denuncia contro Mario Draghi e i suoi ministri preparata da Marco Mori.

Ti aspettiamo alle 16.00 davanti alla Questura, un piccolo gesto fa la differenza.

Alessandra Giordano

Necessitas non habet legem, sed ipsa sibi facit legem: i motivi d’urgenza come semplificazione nella P.A.

La politica delle emergenze ha fatto scacco matto relegando la democrazia all’angolo.

La partita non è stata breve né veloce né improvvisa: le sedici pedine nere hanno cominciato l’avanzata in maniera silente ed attenta tanto che i sostenitori del re bianco non ci hanno neppure fatto caso. Del resto Simone Nardone ricorda che

Il vero politico va istruito con gli scacchi e con il poker poiché strategia e bluff concorrono alla vittoria.

Simone Nardone

La verità, ne parlavo con l’amica Chiara Fasce, attivista ben prima di me, è che all’inizio non ci siamo quasi accorte di nulla mentre adesso il passato è così leggibile, così evidente da ricordare l’ultimo capitolo de La Recherche di Marcel Proust (senza la lettura del quale non si comprende il significato del romanzo).

Il Concorso DS

La prima volta che ho letto in calce a un documento “per motivi di urgenza” mi trovavo in Emilia Romagna. Mia figlia Partecipava ai campionati nazionali di danza sportiva e noi alloggiavamo in una roulotte al Camping delle Rose. All’epoca di Coviddi non ce n’era davvero e neppure li si immaginava. Avevo una ferita quell’anno, ha ragione il poeta Gianni Priano, ma la leccavo come un gatto sornione al sole: avevo partecipato al concorso per DS, avevo superato la prima prova, non la seconda; per assurdo ero stata coinvolta dalla mia amica Giuliana Della Valle in un progetto senza precedenti: la stesura di un manuale per concorsi perché, a sua detta, scrivevo bene.

Il manuale, Mare Magnum, pubblicato due anni fa con tanta fatica e dedizione fu il più bel brainstorming a cui mi sia mai trovata a partecipare in un momento in cui il Ministero della Pubblica Istruzione voleva dividerci a tutti i costi in vincitori e ricorrenti nella logica del divide et impera.

Pur lavorando al progetto e non essendo in alcun modo negativa nei confronti dei colleghi vincitori, il risultato del Concorso non mi convinceva tanto più che coloro i quali non avevano superato la prima prova erano riusciti, tramite ricorso, ad essere ammessi alla terza prova.

E noi? Noi che avevamo superato la prima prova ma non la seconda?

Molti colleghi erano davvero preparati e risultava impossibile credere che non avessero superato la prova scritta; in breve, delusi dai sindacati, istituimmo il Comitato Trasparenza è Partecipazione e ci attivammo alla ricerca della verità.

Uno dei numerosi ricorsi al Tar ottenne la seguente sentenza:

Il ricorso va accolto a seguito della riconosciuta fondatezza della doglianza che ha contestato la legittimità dell’operato della commissione plenaria nella seduta in cui sono stati fissati i criteri di valutazione, con conseguente annullamento in toto della procedura concorsuale in questione.

Giudici del Tar del Lazio

La sentenza del Tar venne immediatamente sospesa dal Dicastero ; l’allora Miur depositò l’appello al Consiglio di Stato

con richiesta di sospensione dell’efficacia della sentenza per ragioni di necessità e urgenza.

Ebbene quindi il Tar si era interrogato sulla legittimità del concorsone ma il Ministero della Pubblica Istruzione ne annullava, di fatto, la sentenza per ” ragioni d’urgenza” .

Pensai che la politica fosse un magna magna e che questa ragione in calce al documento fosse un vulnus nel diritto ma poi passai ad altre questioni: la vita all’epoca andava avanti e, a dirla tutta, un anno dopo il Consiglio di Stato annullò la sentenza di annullamento del Tar dando ragione ai vincitori con buona pace di tutti.

Il problema non è capire chi avesse ragione ma comprendere se la ragion di Stato valga di più della Costituzione e dei passaggi giuridici necessari alla ricerca della giustizia in una democrazia.

Il mito dello snellimento della burocrazia

Perché di fatto è dagli anni Novanta che ci siamo assuefatti a questa comoda dicitura confermata da Bassanini.

L’utilizzo di provvedimenti extra ordinem era stato ritenuto importante per la competitività del nostro lento sistema burocratico che doveva rigorosamente allinearsi ai parametri di Maastricht.

E c’è stata una corsa alla semplificazione guidata dall’EIPA.

Un procedimento amministrativo va però motivato da un lato per consentire alla cittadinanza di controllare l’operato della pubblica amministrazione, dall’altro consente al privato, che si ritiene leso dall’attività amministrativa, di impugnare il provvedimento, contestando il merito delle motivazioni (oltre a poter contestare eventuali violazioni di legge, di forma o di competenza).

Per tali motivi ogni provvedimento amministrativo deve essere motivato. Le uniche eccezioni sono rappresentate dagli atti normativi e da quelli a contenuto generale, entrambi espressione di discrezionalità politica e non amministrativa (art 3 Legge sul procedimento amministrativo).

Ora, io non sono una giurista e cerco di barcamenarmi in questa materia complessa, temo tuttavia la discrezionalità politica e tutto ciò che da questa può derivare.

La Legge n 241/1990 impronta tutta l’azione della p.a. ai famosi criteri di economicità, efficienza ed efficacia che annullano qualsiasi pensiero critico.

Le norme giustificate dalla necessità però danneggiano in modo indelebile la democrazia: quali circostanze, non previste e non prevedibili, possono imporre l’ adozione di misure straordinarie atte a fronteggiare situazioni di emergenza?

L’utilizzo di continue deroghe agli articoli della nostra Carta va, per conto mio, ad oscurare quel principio di trasparenza e pubblicità che dovrebbe rendere il cittadino partecipe al dialogo con le istituzioni che lo rappresentano e colloca le istituzioni stesse in una torre d’avorio inaccessibile.

Presupposti pericolosi

I presupposti di questo modus operandi sono “i casi straordinari” e “la necessità e l’urgenza”, laddove per caso straordinario si debba intendere ogni fatto imprevedibile, naturale o sociale, che metta in pericolo la vita, l’incolumità o i beni della persona ( un terremoto, un’alluvione, una guerra); necessità ed urgenza offrono al governo la possibilità di non affrontare l’iter parlamentare; da qui deriva l’utilizzo di un linguaggio bellico e il ricorso alla figura di un grande generale in materia di sanità.

Lo Stato di guerra è il presupposto per il conferimento, da parte del parlamento deliberante, dei poteri necessari e straordinari al Governo. Questo era avvenuto con Conte, non ricordo sia avvenuto nella stessa maniera con Draghi ma forse mi sono distratta.

Per l’attuale governo dalle larghe intese l’utilizzo del decreto legge è manna dal cielo: come potrebbe un uomo abituato ad essere solo al comando, più generale del generale stesso, accettare la dialettica del Parlamento e delle quaestiones disputatae?

Disporre sospensioni al diritto ordinario è più semplice e chi non accetta l’ ipse dixit è condannato alla fame come mostra il comune destino di sanitari, poliziotti e docenti che non si sono piegati al Potere.

Speranza

Se al limite l’operato di Conte era giustificabile, considerato il panico in cui è precipitato il mondo in seguito alla Covid e la poca esperienza in materia di pandemie, l’esecutivo di Draghi non ha diritto di essere: l’uomo d’Europa ha ridotto l’Italia a un feudo in cui le stesse raccomandazioni europee sono disattese in nome di un delirio monarchico.

E l’emaciato Ministro della Salute? Sicuramente non era preparato alla vis di un potere che lo sta stritolando, tuttavia se vengono fatti degli errori vanno risarciti. Speranza è già stato giustificato per non aver aggiornato il piano pandemico in un momento di disattenzione in cui l’attuale disastro non era neppure immaginabile, momento a cui Ranieri Guerra ha cercato maldestramente di porre rimedio scomparendo dalla scena pubblica.

Nel caso del ministro Speranza non si tratta di 2500 dirigenti scolastici in concorso per un posto al sole, si tratta di un uomo che ha avuto e ha tuttora in mano il destino di un Paese e chi obiettasse che tutto sommato il nostro non è un medico e potrebbe esser stato mal consigliato, consideri che esiste la culpa in eligendo.

Ultimamente il Tar del Lazio, su ricorso di Erich Grimaldi per il Comitato Terapie Domiciliari, ha annullato la circolare ministeriale della “tachipirina e vigile attesa” in quanto avrebbe impedito ai medici di operare secondo coscienza e che avrebbe condannato a morte, perché di questo si tratta, parecchi Italiani.

Per le disposizioni in materia di Covid alcuni medici sono stati sospesi e altri vivono nel terrore di essere radiati per la semplice richiesta di una serie d’esami allergologici da prescrivere a pazienti che giustamente pretendono rassicurazioni sul proprio stato di salute.

Paradossalmente oggi l’Esecutivo spaventa più della Covid, paradossalmente oggi i sani pregano di ammalarsi per poter esercitare quei diritti costituzionali garantiti prima dello stato di emergenza.

Giorgia Meloni ha commentato con parole dure l’operato di Speranza:

La sentenza del Tar del Lazio mette una pietra tombale sull’operato del ministro Speranza, che ha la grande responsabilità di non aver mai voluto ascoltare le numerosissime esperienze cliniche portate dai medici di base: Speranza non deve restare un minuto di più.

Giorgia Meloni

Il presidente del Consiglio di Stato Franco Frattini però, uno dei papabili candidati al Quirinale, ha scelto di sospendere l’efficacia della sentenza, rimandando tutto all’udienza del 3 febbraio.

Il tutto è possibile perché da due anni si agisce in regime di necessità ed urgenza in nome di un’emergenza che avrebbe potuto essere gestita diversamente se, negli anni precedenti, si fosse investito nella sanità pubblica abbandonando la mission per giungere a una sanità privata.

Ma, questo è ormai chiaro, necessitas non habet legem, sed ipsa sibi facit legem e questo è molto comodo.

Alessandra Giordano