Sandro, Benito, Pier Paolo: riscuote il banco neoliberista, come in ogni gioco d’azzardo

La fiamma tricolore di Fratelli d’Italia insieme al garofano rosso del Partito Socialista Italiano: non ha vinto Mussolini ma neppure Pertini alla fine.

Del resto è stato chiaro fin da subito: gli Americani consentivano la sfilata delle bandiere rosse mentre firmavano patti con i grandi industriali, la mafia, la politica.

Per questo è stato ucciso Pier Paolo Pasolini, questa è l’interpretazione che viene data da Rosa Johanna Pintus e Marco Bracco nei testi scritti e drammatizzati per il 15 giugno presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche durante una performance organizzata da Hermes Movie per il centenario della nascita di Pasolini.

Simone Grande e Christian Adorno Bard interpretano Pino Pelosi e Pier Paolo Pasolini- Foto Nazar Fedunyk

Così inizia Fabula, la performance portata in scena da Hermes Movie, con una lettera a Laura Betti, interpretata da una bravissima Antonella Rebisso:

Cara Laura, sono tornato. Come sta andando il film nella
terra del socialismo reale? Mi sembra di vederti. Quanto ti
lamenti per il cibo uguale per tutti? Amore mio, sei
perdonata! Spero di vederti presto, sto scrivendo un nuovo
film, un attacco al capo dello Stato, anche lui colluso con i
poteri, con la borghesia, sta sacrificando l’Italia al migliore offerente…

Fabula, Rosa J. Pintus-Marco Bracco

E la condanna è ancora più forte in quel monologo di Pasolini

in cui la Pintus ha picchiato duro buttandoci dentro tutta la sua esperienza nella periferia e tutta la sua rabbia per un Italia che non riconosce più come sua.

Christian Adorno Bard

Una rabbia che non poteva non essere invasiva e che l’ha resa in qualche modo

la naturale erede di Pasolini benché lei non lo volesse.

Marco Bracco

Claudio Patanè, compositore e chitarrista, è il commento musicale di Fabula-Foto Nazar Fedunyk

Di nuovo, come in Avanti Avanti!, abbiamo in scena il coro perché il rapporto con la tragedia greca non è mai stato reciso né da Pasolini né dalla Pintus ed è Remo Viazzi, professore di greco prima del Liceo Mazzini e ora del Liceo Classico D’Oria, a raccontare le suggestioni e le connessioni che si creano sulla scena.

Rosa Johanna Pintus, Marco Bracco, Remo Viazzi

La performance è forte nel linguaggio, spietata nelle parole. Nella società Lgbt Pasolini crea ancora imbarazzo, fastidio, anche se probabilmente si sarebbe cercata un’altra scusa per farlo fuori.

Coi decreti delegati la Scuola è morta, si è sparata un colpo
in bocca e non lo sa. Bisogna essere buoni (ride), fingere il figlio dell’operaio uguale al figlio dell’avvocato! Li portiamo a teatro, in un bel teatro borghese ove le nore si autodeterminano e non sono più bamboline di mariti e di papà:le nore borghesi ovviamente, le altre a fare le puttane per aver l’ultimo blue jeans! Ma dico! Ci siete mai stati tra i casermoni popolari ove il tempo scorre lento nelle piazze e nessuno lavora? Due birre, una canna, una donna e si è felici se non ci si ammazza per quella donna: a volte la si condivide mentre gli occhi osservano il sole che danza.

Christian Adorno Bard è il Pasolini di R.J.Pintus-Foto Nazar Fedunyk

E i
ragazzi di vita non è che siano meno maschi perché danno il
culo. Quello è un lavoro, che c’entra! Poi coi soldi ti
riempiono la ragazza di gioielli e collant.

Fabula, R.J.Pintus e Marco Bracco

Pasolini, ed è chiaro, e Avanti Avanti!

Giovanni Capano è l’Edipo di Pasolini (Christian Adorno Bard) in Affabulazione-Foto Nazar Fedunyk

Quale relazione c’è tra Sandro, Benito, Nino, Marcello e Pier Paolo? La sceneggiatrice di Hermes Movie ce lo spiega citando l’Auryn de La storia infinita:

tutto ciò che scrivo accade, tutto ciò che accade io lo scrivo.

R.J. Pintus cita M.Ende

La spiegazione più prosaica, più puntuale e meno onirica arriva dal regista Marco Bracco che, commentando anche i nuovi risultati elettorali, afferma:

Riuscireste voi a distinguere le parole di Mussolini da quelle di Pertini se io non vi rivelassi l’autore? La politica è un’arte difficilissima tra le difficili perché lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è un’entità assai difficile a definirsi, perché è mutevole. Questo è Mussolini e aggiunge: “Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent’anni un popolo come l’italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell’oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie”.

Marco Bracco

Le parole di Mussolini appaiono modernissime oggi in un sistema in cui il Deep State decide tutto e sostituisce alla giustizia delle democrazie l’efficienza di uno Stato-azienda di cui Monti prima e Draghi adesso sono i perfetti esecutori.

E Pertini? Colloca anche il Patto Atlantico, strumento di dominio economico poiché la guerra genera guerra. Pertini lo sapeva ed era contrario al guinzaglio di una Nato liberista che avrebbe, prima o poi, minato il miracolo socialista in Italia:

Noi siamo contro questo Patto Atlantico dato che esso è in funzione antisovietica. Perché non dimentichiamo, infatti, come invece dimenticano i vostri padroni di oltre Oceano, quello che l’Unione Sovietica ha fatto durante l’ultima guerra. Essa è la Nazione che ha pagato il più alto prezzo di sangue. Senza il suo sforzo eroico le Potenze occidentali non sarebbero riuscite da sole a liberare l’Europa dalla dittatura nazifascista.

Sandro Pertini

Dunque tutto quello che Pasolini ha scritto e filmato, ciò che lo ha condotto a morte proprio mentre progettava un artistico J’accuse che denudasse i giochi della politica di un’Italia colonia d’altri, sta avvenendo e oggi partiti opposti siedono senza pudore al medesimo tavolo fingendosi nemici.

Ci si chiede quale sia il potere decisionale di codesti partiti e, ormai, di gran parte dei giornalisti: le ultime imprese della nostra gloriosa repubblica sono semplicemente agghiaccianti: trattamenti sanitari obbligatori, propaganda e invio di armi.

Sanzioni antieuropee come l’uomo che si taglia i gioielli per far dispetto alla moglie: il rublo sale e l’euro scende.

Antonella Rebisso interpreta un’affranta Laura Betti

Fascisti? Il fascismo attuale è il vero mostro; i valori borghesi, quelli da combattere sempre, importati dai Liberatori con la cioccolata! Valori molto diversi e distanti dal regime mussoliniano ma molto più
adatti a uccidere gli animi. E allora io faccio i film. Perché? Perché ne ho bisogno. Facendo i film esprimo me stesso, o li faccio o mi suicido. Perché voi avete degenerato il sistema educativo in nome di un’uguaglianza che non c’è, che è gratitudine, sudditanza. Mi chiedete come possiamo allontanare il rischio e il pericolo prodotti da questa società. Si è fatto tardi, magari lasciatemi le domande, mi
serve un po’ di tempo per ragionarci. Come sapete per me è più facile scrivere che parlare.

Fabula, Rosa J. Pintus e Marco Bracco

In Avanti Avanti! Rosa Johanna Pintus e Marco Bracco raccontano i comuni ideali di Socialismo e Fascismo e le loro necessarie e drammatiche differenze ma, soprattutto, la storia di un Paese che si è illuso di una possibile liberazione e che oggi si trova a fare i conti con il suo status di colonia che deve riverire il padrone mentre l’unica forza, la nostra Italia, la deve trovare in se stessa.

Alessandra Giordano

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Humanae litterae et infamia: l’Italia e l’Europa verso la damnatio memoriae dei morti e l’apartheid dei vivi

Humanae litterae, come letteratura, e infamia, come cattiva reputazione. E’ in atto un tentativo di damnatio memoriae dei morti (gli autori e gli artisti) e di apartheid dei vivi (gli sportivi e tutto ciò che rappresenta la Russia).

“Siamo fuori di testa ma diversi da loro”, penso ai Maneskin mentre l’epurazione ha inizio e io ancora fatico a crederci.

Si può davvero sanzionare la cultura di un popolo e tenersi il gas? Ancora una volta il dio dell’economia vince su tutti gli altri e io voglio solo sperare che Tolstoj avesse ragione quando sosteneva che

Dio esiste ma non ha alcuna fretta di farlo sapere.

Lev Tolstoj

Be’, io credo però che adesso questo Dio debba farsi vedere perché il mondo che ha creato si sta suicidando e il decantato libero arbitrio, per dirla con Tucidide, è solo l’utile del più forte.

Eppure non mi dovrei stupire di fronte a questo maldestro tentativo di damnatio memoriae, di fronte al professor Paolo Nori, che magari si è pure vaccinato per amor di insegnamento, e che adesso viene censurato in quanto reo di tenere un corso di letteratura su Dostoevskij!

Adesso siamo tutti ipocritamente ucraini. Adesso ci interessiamo di un Paese di cui abbiamo più volte insultato le donne in fuga:

Vengono qui per rubarci gli uomini, per manipolare i nostri vecchi!

…vox populi

Quando insegnavo al Cpia ho visto ragazze e donne ucraine piangere perché veniva negato loro il permesso di soggiorno, le ho viste spendere i pochi soldi ottenuti lavorando da badanti con avvocati incaricati per i ricorsi.

Ecce Italia: un tritacarne neoliberista che ora salva chi ha ucciso in vista di qualche profitto nascosto.

Ma adesso siamo tutti bravi, tutti solidali. Con gli Ucraini perché ci servono mentre i neri li lasciamo annegare in mare.

Questo è! Togliamoci le aureole.

I cattivi sono i Russi, tutto ciò che è russo corrompe.

Diceva Leonid II’ic Breznev:

Noi dichiariamo con la massima responsabilità: non abbiamo pretese territoriali verso chicchessia, non minacciamo nessuno, siamo favorevoli al libero sviluppo dei popoli ma nessuno si provi a usare con noi il linguaggio degli ultimatum e della forza.

Breznev, rapporto al XXIV Congresso del PCUS

Basterebbe togliere le basi Nato dai confini dell’Ucraina e Putin ritirerebbe le truppe ma ormai il conflitto è partito e l’industria delle armi, che con il Coronavirus aveva perso il suo posto al sole, deve guadagnare i soldi persi con la demilitarizzazione dell’Afghanistan.

I Russi sono i vecchi comodi nemici dell’Europa e dell’America in attesa dei Visitors, dei Rettiliani o di chissà che altro.

Io però con i Russi (gli autori) ci sono cresciuta, sono stati i miei zii mentre i padri erano greci: i Russi sono arte, danza, musica, letteratura.

Dobbiamo cancellare tutto?

Sergei Loznitza non ci sta, non si giudicano le persone dal passaporto, dice, non facciamoci prendere dalla follia. E’ un regista ucraino e non condanna i Russi in toto.

Invece la follia incombe: li condanna invece Fiera Ragazzi di Bologna, li condanna persino il Comitato Paralimpico che impedisce agli atleti Russi e Bielorussi di partecipare ai giochi.

In nome dell’inclusione?

Scrive Chiara Baldi su La Stampa:

Ora l’ateneo comunica che ci ha ripensato: «L’Università di Milano-Bicocca è aperta al dialogo e all’ascolto anche in questo periodo molto difficile che ci vede sgomenti di fronte all’escalation del conflitto. Il corso dello scrittore Paolo Nori si inserisce all’interno dei percorsi “Between writing”, percorsi rivolti a studenti e alla cittadinanza che mirano a sviluppare competenze trasversali attraverso forme di scrittura. L’ateneo conferma che tale corso si terrà nei giorni stabiliti e tratterà i contenuti già concordati con lo scrittore. Inoltre, la rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione».

Chiara Baldi

La Bicocca ci ha ripensato…e vissero felici e contenti? Allora perché quel momento di riflessione? Un sinistro controllare i contenuti di un corso?

La Scuola e l’Università sono arcistufe di una cultura declinata alla politica: prima la campagna contro studenti e docenti no vax, ora l’attenzione verso tutto ciò che rappresenta il nemico russo (ma non lo faceva l’Urss nei confronti dell’Occidente?).

La Russia non è Putin: molti Russi contrari a quest’uomo sono stati arrestati ma questo all’Europa non importa, importa soltanto esportare armi e alimentare un conflitto mentre è chiaro come questi governanti non abbiano mai letto Delitto e Castigo.

Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni

Fedor Dostoevskij

Ma che ve lo dico a fare…

Alessandra Giordano


Che fine ha fatto Jessica Hyde? L’ombra della paura per una serie no vax

Che fine ha fatto Jessica Hyde, l’eroina della distopica Utopia? Le notizie in rete non sono tranquillizzanti ed è la seconda volta che il progetto Utopia naufraga.

Un portavoce dello streamer ha purtroppo dato la notizia che nessuno avrebbe voluto. Il thriller di cospirazione apocalittico di Gillian Flynn, lanciato nel periodo di Halloween, non tornerà per una seconda stagione

Playblog.it

Un miracolo: le ragioni di opportunità hanno, per una volta, la meglio sulle ragioni economiche o è una pia illusione? Playblog.it prova a cercare gli impedimenti tecnici per la mancata trasmissione, da parte di Amazon Prime, della seconda serie: forse è stata poco apprezzata, forse Amazon ritiene di non investire su questo progetto.

Descriviamo brevemente la trama per i non appassionati del genere:

Jessica Hyde ( Sasha Lane) non è soltanto il personaggio di un fumetto ma una ragazza utilizzata come cavia per sperimentare alcuni virus.

Il padre della ragazza nasconde informazioni sugli esperimenti all’interno di un comic soon.

L’antagonista di Jessica e dei suoi amici Nerd è il Dottor Christie, l’ideatore di una carne vegetale che potrebbe fermare lo sfruttamento delle risorse della terra.

Un personaggio poco chiaro, estremamente ricco, eccentrico e determinato nella realizzazione di un piano diabolico: orchestrare una finta pandemia per far precipitare la popolazione nel panico; l’azienda del dottor Christie finge a quel punto di trovare il vaccino ma qual è l’inquietante effetto collaterale del vaccino venduto a caro prezzo ai governanti? Il composto chimico sterilizza i vaccinati ponendo fine al sovraffollamento del pianeta.

Va detto, per gli appassionati, che Utopia nasce come serie inglese. Le differenze, rispetto all’originale, sono molte, tuttavia Amazon, col suo remake, ha avuto il merito di divulgare una trama geniale già in epoca Covid: la serie è uscita ufficialmente, in un Amazon ancora libero, il 30 0ttobre 2020.

Perché allora ci sono state delle remore per quanto riguarda la seconda serie? Sconvenienza? Pressioni? Censura? I temi in effetti sono forti e davvero troppo vicini a ciò che stiamo vivendo.

A tvserial.it la sceneggiatrice Gillian Flynn ha affermato che si sarebbe detta disposta a superare il tema della pandemia se Amazon si fosse dichiarata interessata alla serie.

La Flynn non è una che si lascia intimidire ma sa che è molto difficile portare avanti la trama originaria adesso:

Me lo aspettavo! Mi piace scrivere cose che suscitano reazioni forti e aprono dibattiti; so però che parlare di pandemia dentro una reale situazione pandemica può creare apprensioni.

Gillian Flynn

Scrive Ben Travers in IndieWire:

Gillian Flynn - Wikipedia

“Utopia’s” heroes set out to destroy dangerous vaccinations — an idea that, on its own, sounds far more disturbing right now than it did in 2013.

Di fatto la seconda serie di Utopia sta incontrando notevoli perplessità perché i punti di contatto con l’attualità sono troppi e una parte dell’opinione pubblica, quella maggiormente indipendente, rifiuta la campagna unidirezionale di informazione a cui è quotidianamente sottoposta.

Ci troviamo nella condizione politico-psicologica per cui una serie ha la capacità di far tremare la costruzione delle grandi case farmaceutiche?

Il timore, di questo passo, è che anche il celebre Cassandra Crossing, film di fantapolitica prodotto nel lontano 1977 che accusa l’OMS di coltivare virus pandemici, possa essere considerato un’opera d’arte deviata.

Le immagini del rogo dei libri voluto da Hitler durante la nazificazione delle menti tedesche sono già così lontane?

Buon vaccino a tutti.

Rosa Johanna Pintus

Foto tratte da utopiafandomtv.com e da recensioni Amazon


Hippie Hip-pie, un corto si interroga: esiste libertà nella ribellione?

Hippie Hip-pie è un cortometraggio diretto dal regista Marco Bracco; difficile, dissidente all’estremo, il film comincia come un sogno ambientato nei luoghi più intimi del paesaggio ligure, un omaggio a uno dei momenti più poetici e colorati della storia: la vita dei figli dei fiori narrata attraverso la voce “extradiegetica” di Giovanni Funiati che si contrappone e si fonde con una musica completamente diegetica nella quale fluttuano i personaggi. Il  codice espressivo, nella coraggiosa scelta di Marco Bracco, è quello del linguaggio non verbale e non è un caso che i personaggi siano privi di nome. 

L’impressione è quella di una visione sublime, di una bellezza panica in cui esseri umani e natura convivono pacificamente senza prevalere gli uni sull’altra in una sorta di antica e contemporanea utopia che accosta la Beat Generation a Greta Thunberg raccontata dalle sapienti inquadrature di Marco Mastino, operatore e direttore della fotografia, e dalle immagini statiche di Alessandro Calza e Andrea Sclafani

Hippie Hip-pie

Al centro della vicenda vi è un gruppo di giovani idealisti, convinti che il culto della bellezza, la sua etica sia sufficiente, di per sé,a giustificare una scelta di libertà svincolata da regole borghesi. Con vesti colorate che, grazie al lavoro della costumista Sofia Minetti (ex modella per la prima volta sullo schermo) si fondono con le scenografie naturali, l’amicizia incondizionata, la solidarietà e la libertà sessuale i giovani vivono sulla strada, sotto il sole, leggeri come i loro abiti. 

Una macchina da presa priva di tabù fa cadere però, scena dopo scena, i veli di Maya che illudono la piccola comunità. Al sogno di una comunità agreste e autosufficiente che ha come fine una consapevole libertà individuale segue un risveglio drammatico, duro, doloroso di cui è emblema il personaggio interpretato da Simone Pastorino, un giovane marinaio che abbandona la vita militare per abbracciare il sogno hippy. Accompagnato dalle suggestive note e dalle parole di Scott McKenzie, Bob Dylan, Joan Baez, i Pink Floyd, i Beatles, i Rolling Stone, i Queen, Michel Delpech, David Bowie, The Kinks, Lou Reed e Patty Pravo, confuso tra le braccia di Asia Marcenaro e la violenta passione omosessuale il marinaio comincia ad affondare.

La marijuana e il sogno psichedelico, vissuto come espansione della personalità, vanno ben presto a sostituirsi alla spiritualità, ai momenti mistici,all’amore universale e il corpo e l’amore del giovane vengono mercificati per ottenere i soldi necessari alla sopravvivenza della comunità e al reperimento della droga.

Dunque, nel breve spazio di 28′ 43”, la narrazione cambia in modo brusco poiché quella libertà, cantata attraverso gli arrangiamenti musicali di Giovanni Arichetta con la partecipazione di Andrea Sclafani o danzata grazie alle coreografie di Mauro Graniti, diviene essa stessa una terribile prigione in grado di condurre i più deboli alla degradazione e alla progressiva perdita di sé.

Amara è quindi la constatazione del regista: in un mondo capitalista la scelta della libertà è soltanto un’illusione eppure, osservando la realtà odierna, drammatica e distopica, quello spirito libero entro ci rugge.

In effetti la vera trasgressione non è il percorrere la strada opposta a quella indicata dalla società o dal genitore ma il riuscire ad essere se stessi al di là della ribellione.

P. Tramonte

Il film sarà presentato nell’ambito di eventi diversificati non appena verranno meno le restrizioni relative al Covid 19

Rosa J. Pintus


La figura del padre in dialoghi di versi

a cura di Sergio Famulari

Nino, a mio padre

Quante cose mi hai insegnato, chiedendomi di capire,

spesso senza spiegarmi.

Hai sempre avuto una parola sola,

e arrivavi lì dove non immaginavo,

portandomici.Tra misteri

appena accennati, coincidenze,  tutele

e bevande ghiacciate,

mi asciugavi i capelli,

strofinandomeli dopo il mare,

che con te non faceva mai paura.

E il tuo titolo, “l’ingegnere”,

risuonava nelle strade e negli uffici,

senza mai ferire o ingombrare,

perché eri sempre con i deboli,

debole con i deboli

forte con i forti.

Quando ci siamo avvicinati,

dopo la mia fuga,

mi hai salvato 

raccontandomi di nuove strade,

scienza e fantasia

che raccoglievi nel tuo sentire “ sensitivo”.

Poi ti sei ammalato,

in quei bianchi corridoi e bui

ospedali,

ostinato e controcorrente.

Io non ho saputo proteggerti,

come hai fatto tu con me,

eppure il tuo ultimo sguardo,

ignoto, suadente ed indecifrabile 

lo hai regalato a me.

Rassicurandomi.

Dolce papà,

ci siamo tenuti la mano,

e mi hai trasmesso tutto, 

ma io ti devo dire ancora una cosa,

so che mi ascolti ancora.

Preparo io il caffè…….

Sergio Famulari

Infiniti sono stati gli autori e le autrici che hanno sentito il desiderio di dialogare con il padre, fosse o meno scomparso e questo desiderio si è fatto anche mio.

Troppo importante è per tutti noi la figura del padre ( e della madre), costante punto di riferimento, anche se solo in contrapposizione, nella nostra vita.

Immense, delicatissime ed ispirate sono le liriche che qui proponiamo, con scelta puramente soggettiva e giocoforza, quindi, incompleta ma doverosa considerando l’anno passato, i padri perduti, la normalità che ancora non giunge.

Ora che siamo prossimi al 19 marzo, festa del papà, le riflessioni da parte di scrive sono due : la prima è quella di amare il padre e tutti coloro che sono stati padri o punti di riferimento nella nostra vita; la seconda è questa, anche in considerazione della figura di San Giuseppe: di padre onnipotente ne abbiamo solo uno, per chi crede, tutti noi altri ci muoviamo a tentoni ma, se spinti dalla potenza dell’accettazione dei nostri limiti, saremo buoni padri (e buone madri).

Ed ora lascio la parola ai versi partendo da Stevenson, più noto certamente per i romanzi, che in questa poesia sembra voler giustificare al padre la scelta della scrittura.

Robert Louis Stevenson

Non dire di me che ho rinunciato

alle imprese dei padri e che ho fuggito il mare,

le torri che abbiamo edificato

e le lampade che abbiamo acceso

per chiudermi nella mia stanza

e giocare con la carta come un bambino.

Dì’ invece: nel pomeriggio del tempo

un figlio vigoroso  ha spolverato le mani

dalla sabbia di granito, e guardando lontano

lungo la costa mugghiante le sue piramidi

e gli alti monumenti catturare il sole che muore,

sorriso gonfio di gioia, e a questo compito infantile

ha dedicato, davanti al fuoco, le ore della sera.

Robert Louis Stevenson

Eugenio Montale, poeta del nostro territorio, scrive addirittura un poemetto: Voce giunta con le folaghe. L’ambientazione è quella del cimitero di Monterosso che diviene un limes tra le due dimensioni dell’uomo: quella terrena e quella ultraterrena.

Eugenio Montale

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga

del sentiero

da capre che mi porta

dove ci scioglieremo come cera,

ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore

ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio

che ti teneva, padre, erto ai barbagli,

senza scialle e berretto, al sordo fremito

che annunciava nell’alba

chiatte di minatori dal gran carico

semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,

e posa sopra un’erma ed ha uno scarto

altero della fronte che le schiaragli occhi ardenti e i duri sopraccigli

da un suo biocco infantile,

l’ombra non ha più peso della tua

da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle

vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muto che risorge,

quella che scorporò l’interno fuoco

e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,

si scambiano parole che intenerito

sul margine io non odo: l’una forse

ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,

ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda

ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

Eugenio Montale

Il dolore del ricordo percorre questi versi che sfociano addirittura in voci pascoliane:

– Ho pensato per te, ho ricordato

per tutti. Ancora questa rupe

ti tenta? Sì. la bàttima è la stessa

di sempre, il mare che ti univa ai miei

lidi da prima che io avessi l’ali,

non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le fòlaghe

a distaccarti dalle tue. Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

è letargo di talpe, abiezione
                       che funghisce su sè… –

Eugenio Montale

La memoria è una voce che sembra andare e venire come le onde del mare e, se non fosse per la descrizione di un paesaggio così visibilmente ligure, l’atmosfera sembra quella disperata di Cime Tempestose. E ancora:

Il vento del giorno

confonde l’ombra viva e l’altra ancora

riluttante in un mezzo che respinge

le mie mani, e il respiro mi si rompe

nel punto dilatato, nella fossa

che circonda lo scatto del ricordo.

Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso

reminiscente, il vuoto inabitato

che occupammo e che attende fin ch’è tempo

di colmarsi di noi, di ritrovarci…

Eugenio Montale

Anche un altro premio Nobel, Pablo Neruda, dedica una poesia al padre. A differenza di Stevenson, Neruda è uomo d’azione: perseguitato e probabilmente ucciso da un sicario di Pinochet, il poeta qui dialoga col padre “da uomo a uomo”.

Pablo Neruda


Terra dalla superficie incolta e arida
terra senza corsi d’acqua né strade
la mia vita sotto il sole trema e si allunga.

Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla
come nulla poterono le stelle
che mi bruciano gli occhi e le tempie.

Il mal d’amore mi tolse la vista
e nella fonte dolce del mio sogno
una fonte tremante si rifletté.

Poi… chiedi a Dio perché mi dettero
ciò che mi dettero e perché poi
incontrai una solitudine di terra e di cielo.

Guarda, la mia giovinezza fu un candido germoglio
che non si aprì e perde
la sua dolcezza di sangue e vitalità.

Il sole che tramonta e tramonta in eterno
si stancò di baciarla… È l’autunno.
Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla.

Ascolterò nella notte le tue parole:
…figlio, figlio mio …
E nella notte immensa
resterò con le mie e con le tue piaghe.

Pablo Neruda

Maria Luisa Spanziani coglie la luminosità e la dolce forza del padre ritraendolo in un ricordo importante.

Poetesse Italiane del Novecento: Maria Luisa Spaziani | Grado Zero

Maria Luisa Spaziani

Papà, radice e luce,
portami ancora per mano
nell’ottobre dorato
del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano,
strillavano:
fra cinquant’anni
ci ricorderai.

Maria Luisa Spanziani

Il padre descritto da Salvatore Quasimodo è un padre che ruba, prendendola su di sé, la sofferenza.

Salvatore Quasimodo


Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. 

Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo

Camillo Sbarbaro coglie il padre nell’atto di sgridare la sorellina, un atto necessario ma contrario alla sua natura.

A mio padre

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Camillo Sbarbaro

In Alda Merini infine il padre viene descritto attraverso un oggetto transizionale, il cappotto.


Il pastrano

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendoli così, nell’ombra.

Alda Merini

Buon San Giuseppe a tutti!

Sergio Famulari


La parola ‘bitch’,nel trap è accettabile?

Benedetta Paccamiccio

a cura di Benedetta Paccamiccio

Bitch significa cagna e non in senso animale ma volgarmente metaforico. Eppure questo è uno dei termini più utilizzati nel dissing trap, un genere di musica che si diffonde con facilità tra i giovani.

Questo nome sta di indicare un sottogenere del genere musicale ‘rap’,che si è sviluppato a partire dagli anni ‘90 del Novecento nei quartieri meno abbienti degli Stati Uniti ma, a differenza del rap che è legato a rabbia e revanchismo, il trap affonda le sue radici nel mondo della droga.

Questo genere di musica ha portato con sé delle nuove caratteristiche facendo rimanere senza parola gli artisti delle altre correnti musicali, proprio perché presenta degli elementi molto più crudi e reali rispetto ai temi da melodramma che riscontriamo nelle canzoni attuali.

Caratteristica del trap è sicuramente il proporre una sensibilità diversa dal sentire comune e indirizzata apparentemente solo a un gruppo preciso di persone,ovvero a coloro che in qualche modo si ritrovano anche in una minima parte in ciò che gli artisti esprimono attraverso le loro canzoni.

Il problema è che se gli artisti fingono e interpretano un ruolo, i giovani ne assorbono le parole in modo acritico e le considerano dogmi.

L’espressività è diretta,codificata in una finta libertà nei testi, in una grammatica semplificata e immediata che reca in prova esperienze  di tipo personale per permettere a chi ascolta di identificarsi in quei pensieri.

Argomenti quali il tema della droga adolescenziale, il disagio legato ai problemi economici o familiari  e  il tòpos  dell’abbandono genitoriale  che costringe l’artista ad affrontare la vita da soli e con il loro tipo di musica.

Ciò che più offende, e lo dico proprio nella giornata internazionale della donna, è l’epiteto costantemente dispregiativo legato al gentil sesso, il passaggio dalla sublimazione della donna angelo alla denigrazione della donna oggetto.

E questo, nel 2021, non è giustificabile da nessun codice.

Non per censura ma per buon senso, in una società in cui il femminicidio è all’ordine del giorno, sarebbe auspicabile vietare un linguaggio che ha tutte le caratteristiche dell’istigazione a delinquere.

Benedetta Paccamiccio


Marco Conte: dal Dolce Stil Novo alla Trap

Si chiama Marco Conte e viene da Cassano Magnago, Varese; è giovane ed è colto, me ne rendo conto dalla costruzione sintattica della frase, dall’utilizzo disinvolto del gerundio, dall’uso dei pronomi atoni impliciti.

Ne sono certa, è uno che:

sa di latino.

Promessi Sposi, A. Manzoni

Si tratta di un elemento importante e solo apparentemente in disarmonia con il suo modo di cantare:

Ebbene sì: ho studiato al liceo scientifico, mi sono laureato e adesso insegno letteratura e musica.

Marco Conte

Lo guardo attraverso Google Meet, e vedo un volto pulito, intelligente e coraggioso: nonostante l’insegnamento, mantiene due piercing ma talmente fini da risultare quasi impercettibili attraverso lo schermo.

Parliamo, ci conosciamo in quest’epoca di Covid attraverso i pochi pixel saldi del mio portatile: non è uno qualunque, il ragazzo.

Il suo incontro con la musica ha luogo sei anni fa quando si ritrova,un po’ per gioco, ad essere frontman della band pop punk The Fhackers :

Tempi belli, tempi di live e di pubblico: secoli fa.

Marco Conte

Si rende conto che ancora, nella sua vita, occorre mettersi in gioco: studia canto con Antonio Marino e Laura Ciriaco (The Voice 2017). Il palco lo rende vivo ma sperimenta anche la strada del songwriting non solo con Nyvinne (Sanremo Giovani 2018, Amici 2019) ma anche per vari artisti emergenti (Lisa Selmi, Giorgia Pastori, Adelia, Venere, Debora Ruggero).

Musa ispiratrice di Conte è la scuola in cui si trova a lavorare; cerca la chiave per accedere -lui giovane- ai giovani.

Il gap generazionale si sente, anche se lui, classe ’89, può essere considerato a pieno titolo un nativo digitale con un serio bagaglio analogico che gli ha fornito un saldo senso critico.

Le sue canzoni sono dense, forti. Si ascolti Sto:

Sto su uno squalo e mi bevo una Red Bull

Marco Conte

L’impatto è psichedelico, la musica attinge dai bit e dai sintetizzatori tipici del trap ma il testo?

Si percepisce un di più, uno strappo al codice della trap music: citando l’allucinazione, Marco Conte condanna i trapper che esaltano la droga, la violenza. Quale significato nasconde questa scelta?

Scrivo per i miei studenti, canto per i miei studenti. Sono abituati a questo codice; bene, utilizziamolo per comunicare altro.

Marco Conte

So cosa intende dire: anche io uso la scrittura per comunicare e In un posto sbagliato nasce dalle macerie della periferia ma non arriva perché quei ragazzi non leggono.

Per questo il nostro sceglie di distribuire musica gratuitamente: conta il messaggio, non il guadagno.

Non si può però ridurre conte al ruolo di trapper, la sua musica è sperimentazione.

In Frangia viene narrato l’amore, un amore disperato:

Non me ne fotte se

tu

hai

i miei baci ancora

sulla frangia,

le tue botte

spaccano le labbra

Frangia, Marco Conte

E io mi immagino un giovane Guido Cavalcanti che grida e scrive in un disperato Stil Novo.


Giovàri: una voce che accarezza

Torino- Timido e scontroso ma deciso; si rivela a dosi, una delle interviste più difficili perché Giovari, Giovàri per la precisione, non è uno che parla o che scherza, è uno che scrive e musica versi, anche i miei, ed è così che i nostri destini si incrociano: in un film e come in un film.

Già, perché ci troviamo impegnati sullo stesso set, a lavorare come ossessi su un soggetto del regista Marco Bracco: lui con la musica e io con le parole. Lunghi incontri su Google meet all’ombra del Covid: città diverse, empatia impossibile attraverso uno schermo e tempi risicati per conoscerci.

Sulla musica, per esempio, abbiamo idee radicalmente diverse: io che amo rap e trap, lui che risponde con tracce melodiche perché, pur essendo giovane, non si riconosce nella musica gridata dalla maggior parte dei suoi colleghi e preferisce il fingerpicking, una tecnica che vuole le dita direttamente sulle corde della chitarra, senza il plettro:

La musica giovane non si riduce al rap, al trap, alla rabbia gridata in 4/4. Musica che proviene dal cemento ma che spesso non riesce ad andare oltre: i 4/4 possono accarezzare ed esprimere la protesta senza grida.

Giovari

Poi avviene il miracolo: Giovanni Arichetta musica e canta i versi che io ho scritto e quei versi diventano altro: “Ah! Ecco”, penso, “così arrivano a tutti.” E forse il rapporto tra un paroliere e un musicista è una sorta di danza latina in cui conduce chi possiede la chitarra.

Al di là del film, che racconteremo un’altra volta e al di là di me, Giovàri ha da poco terminato il singolo Senza Barriere: un brano melodico, già presente su Spotify.

L’intervista, come dicevo, procede a fatica: per deformazione professionale (sono una docente amante della maieutica) so che Giovari è più di ciò che racconta, che per capirlo occorre prima fare un viaggio dentro di lui e poi tradurre in linguaggio verbale ciò che lui è, e non so neppure se ne ho colto lo spirito. Decido allora di ascoltare le sue canzoni, di spiare il suo profilo Instagram, e lì sorride perché suona: non solo la chitarra ma anche il pianoforte.

La sua musica è fisica, sensuale e le sue canzoni rivelano l’immagine di un maschio sano, in grado di cavalcare la passione erotica con occhi d’amore, di piangere forse ma mai di insultare o uccidere la donna: un buon punto di partenza se si pensa che siamo passati dall'”Ehi, bambola” all'”Ehi, bitch”, che manco vuol dire puttana ma proprio cagna! Non dimentichiamocelo l’ospite di Sanremo osannato da Amadeus e non stupiamoci se l’Italia uccide le donne.

Gli chiedo quando si sia accorto della sua passione per la musica:

Dopo una delusione amorosa, chiuso in cameretta con la mia chitarra, ho scritto la mia prima canzone, più come uno sfogo, una sorta di liberazione, in realtà non per farne proprio una canzone. Ho però così trovato il modo per stare meglio e ho continuato a farlo perché ogni volta che ne sentivo la necessità i pensieri divenivano parole e poi strofe accompagnate e aiutate dalla musica di sottofondo.

Si tratta di una rivelazione sulla via di Damasco perché Giovari era combattuto da un’altra passione: quella per il calcio.

In poco tempo, incoraggiato dai suoi familiari, Giovari ha capito che ciò che scriveva e musicava era anche orecchiabile.

Così ho cominciato a studiare canto, a continuare gli studi di chitarra che già da anni avevo intrapreso. La necessità di sfogarsi ha fatto venir fuori tutto ciò. Una grandissima passione per la musica che pian pian sta diventando una professione.

Una gestualità forte e marcata è presente anche in questo artista poiché il bisogno di comunicare e di essere compresi è la linfa che nutre i performer; tuttavia in Giovari il gesto non riduce la musica a mera ancella e la voce diviene canto.

La rabbia si può esprimere a carezze, non necessariamente a pugni o attraverso kick ripetitivi, dissing e sintetizzatori. Ci vuole rispetto anche nella rabbia però…siamo nel 2020 dove la ricerca di un mondo senza barriere è all’ordine del giorno.

La musica, anche se non più da protagonista, tiene sempre il passo coi tempi ma spesso questo è un compromesso inaccettabile ed è meglio rallentare, riflettere, ponderare:

Ma non riesco a stare a tempo,

questo cuore è troppo lento.

Ghiaccio, Giovari

Gli chiedo in che senso la musica non sia più protagonista e perché la veda piuttosto come un accessorio.

In quest’era di consumismo si producono quintali di musica usa e getta e troppo spesso non contano le note ma l’outfit su cui poi l’artista guadagna. Se pur vi è qualcosa di buono, qualche verso geniale nei testi, questo viene spremuto fino alla fine e svuotato. Il ciclo vitale di queste canzoni è breve, diventano vecchie in un attimo, obsolete.

In effetti, i pezzi che hanno preceduto il XXI secolo sono tutt’ora hit:

Eravamo abituati ad ascoltare un pezzo anche per anni, ora basta un’estate per dimenticarlo. Non è però questa la natura dell’arte: nasce per rimanere, altrimenti non è arte.

Giovàri ha ragione: è arte ciò che rimane anche se è molto difficile essere stabili in una società liquida.

Rosa Johanna Pintus


Covid V Scuola tre a zero, perché?

Covid contro Scuola e vince il Covid 19 per tre a zero. Una sconfitta bruciante per i giocatori della Scuola, capitanata dalla Ministra che, in ogni modo, ha cercato di tener duro. Ma la squadra non ha retto agli attacchi degli avversari esterni ed interni: in primis una marea di giocatori indegni che ha implorato fino all’ultimo di chiudere le scuole con toni simili all’ammutinamento del Bounty.

La Ministra, a dire il vero, ci ha messo del suo, offrendo assist decisivi agli autogoal perché incompresa nelle sue performances migliori (una perla in mano ai porci!).

La squadra del Covid guardava incredula ciò che capitava nel campo avversario: l’incapacità del Governo di governare i propri governatori, ad esempio! Il Covid, essendo madrelingua cinese ma volenteroso nell’apprendimento dell’italiano, ha per un momento pensato che governo e governatori, avendo la medesima radice nel nome, fossero concordi; a questo si deve il suo tergiversare estivo, al timore di trovarsi di fronte una sorta di ordinata e coordinata testuggine romana, altrimenti ci avrebbe fatto tutti fuori prima.

Invece di coordinato non c’era proprio nulla: non gli ospedali, privi ancora di percorsi adeguati e di medici specializzati, non le Regioni, non lo Stato, non i Trasporti, non la Scuola.

La Ministra in realtà, con mente geniale e divergente, aveva intuito che uno dei maggiori problemi sarebbe stato quello dei trasporti e avrebbe ovviato al problema con i famosi e criticati banchi a rotelle, ultima ratio-nonostante le buche di Roma e dell’Italia intera- per consentire ai ragazzi un mezzo di trasporto a prova di furto (si sa che fine fanno in Italia monopattini e biciclette).

Ma ha pestato il piede sbagliato perché, mentre lei implorava il Commissario eletto di velocizzare l’acquisto dei suddetti banchi, il Governo intendeva calmare gli animi disillusi e il ventre affamato e scarno degli Italiani con il bonus biciclette, in netta concorrenza con la proposta del banco a rotelle.

Non credendo ai propri occhi per tanto facile bordello e osservando l’accesa sensualità dell’ala destra in campo, impegnata in selfie, formaggette e discoteche, il capitano del Covid 19, pur trovandosi in Sardegna, si è sentito sul Rubicone: “Alea iacta est” ha dichiarato ai prodi e facilmente ha assediato l’italica virtute che si pavoneggiava fiera e bella.

La Ministra, l’unica che, nel delirio di onnipotenza governativo-collettiva, aveva chiara la vision , ha gridato: “Non toccatemi la Scuola!” il Governo però, osservando la mission, e cioè la carenza di insegnanti che ha colpito persino il pargolo del Premier, ha smesso di riconoscerla come caposquadra.

Così, nel marasma totale, il virus si è diffuso e non per i droplet; tre sono stati gli alleati Covid e i traditor di patria: incompetenza, vanità e paura.

Paura non del Covid ma della cultura che avrebbe potuto rivelare in breve come l’incompetenza, in Italia, regni sovrana.

Ecco il senso profondo dell’epurazione dei nuovi sovversivi: le ballerine, gli attori, gli studenti, i prèsidi ispirati, gli insegnanti volenterosi, i nonni.

Ecco il senso profondo della chiusura delle scuole di danza, dei teatri, dei cinema, dei vecchi che sono narrazione di un passato democratico.

Ecco il senso profondo di una Dad forzata per gli adolescenti che hanno diritto all’istruzione, considerato che poi saranno loro a pagare i nostri debiti.

Apriamo le scuole e chiudiamo i parchi! Niente, nessuno mi sente.

E non posso che concludere con le parole del carme che più amo, il Bruto Minore di Leopardi, che esprime i miei pensieri meglio di quanto possa fare io:

In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia
.


Un minierasmus a Velva: la didattica dell’Aktive Schule

Velva è un paese particolare che ospita stranieri già dagli anni Ottanta.

Ricordo, all’epoca venivano i Francesi delle Vacances Vivantes, col loro pullman e i loro capelli biondi. Ci si innamorava e ci si lasciava nello spazio di quei venti giorni, pur senza capirsi pienamente che tanto non importava.

Negli anni Novanta cominciarono a venire i Tedeschi e gli Inglesi, ma delle incredibili relazioni con l’Inghilterra vi parlerò nel prossimo articolo.

Io all’epoca non parlavo inglese, neppure mio fratello e il mio amico che, però, attraverso la chitarra riuscirono a creare relazioni cantando testi di cui non comprendevano il significato.

Erano ancora gli anni in cui ci si ostinava a insegnare la grammatica delle lingue straniere esattamente come si insegna la grammatica latina: attraverso nozioni utili a tradurre ma non a parlare.

Poi è cambiato il modo di insegnare, dando maggiore importanza al lessico, e le persone hanno cominciato a capirsi.

E io ho cominciato a parlare anziché limitarmi a leggere e scrivere.

E’ curioso, nonostante le mie perplessità sugli insegnamenti che mi venivano forniti, sono diventata una docente.

-Chissà perché proprio tu;- mi disse una volta mio fratello- tu che volevi incendiare il liceo con tutti i professori dentro.

Quando ci ripenso mi rendo conto di ciò che ero: avevo lanciato un libro all’insegnante di filosofia accusandola di non capirne il contenuto, ero scappata dalla finestra della scuola per evitare un’interrogazione ma non ero pazza; ho continuato a seguire gli studi classici in università, laureandomi prima di terminare il quarto anno.

Erano quella scuola e quella didattica che mi esasperavano, mi parevano sterili e violente.

Credo di essere sopravvissuta solo perché riuscivo a tradurre il greco senza usare il vocabolario: avevo capito che il lessico era l’unica vera possibilità per vincere.

Prendevo anche dei nove ma mi chiedevo se quella del terrore fosse l’unica metodologia di insegnamento.

Forse per questo sono diventata una docente: per distruggere Alcatraz.

Seduta sui gradini della chiesa di Velva mi accorgo che i miei figli giocano con una bambina tedesca; tra giochi e liti determinati dalle barriere linguistiche e superati dal sorriso.

In quest’occasione conosco Irina, il cui nome-se lo riporto alla radice greca-significa pace; tra noi due si crea subito il desiderio di comunicare e, tra un caffé con ghiaccio e un’occhiata ai bimbi, scopriamo di essere entrambe docenti.

Irina però non insegna in una scuola tradizionale. insegna all’Aktive Schule Peters Hausen.

  • La Active School Petershausen è una scuola aperta tutto il giorno. Ai bambini viene offerta la colazione e il pranzo. I piatti sono preparati con ingredienti e cibi prevalentemente biologici e / o regionali.
  • I bambini imparano gli uni dagli altri in gruppi di anni misti.
  • I bambini imparano in un’atmosfera rilassata secondo le loro capacità e il loro ritmo senza dividere le lezioni in 45 minuti.
  • L’insegnante è il progettista dell’ambiente di apprendimento e assume il ruolo di aiutante e compagno nell’ulteriore sviluppo del processo di apprendimento del bambino. Un gruppo di apprendimento è supervisionato da due guide di apprendimento.
  • Sotto la stretta supervisione della guida all’apprendimento, i bambini sviluppano le loro conoscenze in modo indipendente, senza la pressione dei voti, attraverso un’auto-riflessione regolare.
  • Le lingue inglese e spagnolo sono coinvolgenti già dal 1 ° grado.
  • La “giornata all’aperto” settimanale risveglia nei bambini una consapevolezza duratura della nostra natura e dell’ambiente.

Si tratta di una scuola che potrebbe essere paragonata alla nostra “scuola parentale”, il sistema educativo si basa principalmente sul metodo Montessori senza escludere il metodo Steiner che, anche qui da noi, si sta diffondendo.

Irina mi spiega che è stato molto difficile lasciar approdare questo sistema in Baviera poiché la regione è estremamente conservatrice.

Per questo motivo gli allievi dell’Aktive Schule affrontano, ogni due anni, un esame nel quale vengono valutate competenze e conoscenze.

I bambini vengono divisi in base all’età in due gruppi e i più grandi aiutano i più piccoli.

Quando viene data una consegna, che gli insegnanti chiamano progetto, ogni gruppo lo sviluppa attraverso le proprie armi cognitive e le proprie competenze: si lavora nel tempo-scuola, il tempo-famiglia è sacro.

Accade così di lavorare sull’Impero Romano attraverso disegni, testi o Power Point e il lavoro si termina nei locali scolastici, poi c’è il tempo del gioco e della scoperta che ha lo stesso valore.

Nell’Aktive Schule i bambini studiano inglese e spagnolo con docenti madrelingua, le altre materie con insegnanti tedeschi.

Le chiedo come sia possibile insegnare matematica senza una lavagna e una disciplina ben stabilita.

“Ci sono diversi metodi per risolvere un problema, noi li descriviamo e poi ciascuno sceglie il suo. Certo, la lezione frontale c’è perché per alcune materie è necessaria, ma è molto breve rispetto a quella della scuola tradizionale e i bambini non ascoltano passivamente, si industriano per giungere a una soluzione.”

Irina ritiene questo metodo vincente:

“I nostri studenti non imparano solo un metodo di studio ma si costruiscono un metro per analizzare la realtà: si parte dalla conoscenza del sé, dal dare un nome alle proprie emozioni, magari cercando di descriverle.

Il docente non si fa chiamare professore, è piuttosto una guida che facilita l’apprendimento e osserva il ritmo del gruppo: un lernbegleiter.

Sono gli studenti, ad esempio, a decidere il nome della loro classe mentre il docente aiuta a risolvere ed analizzare gli eventuali conflitti.”

Irina ci tiene a precisare che gli studenti non sono tenuti nella bambagia e che è molto faticoso insegnare ad imparare, è più facile imporre la conoscenza.

Tuttavia la scuola tradizionale, da lei frequentata, le pareva aggressiva e assurda.

Per questo ha deciso di laurearsi in scienze pedagogiche e…Velva chiude il cerchio.