Che fine ha fatto Jessica Hyde? L’ombra della paura per una serie no vax

Che fine ha fatto Jessica Hyde, l’eroina della distopica Utopia? Le notizie in rete non sono tranquillizzanti ed è la seconda volta che il progetto Utopia naufraga.

Un portavoce dello streamer ha purtroppo dato la notizia che nessuno avrebbe voluto. Il thriller di cospirazione apocalittico di Gillian Flynn, lanciato nel periodo di Halloween, non tornerà per una seconda stagione

Playblog.it

Un miracolo: le ragioni di opportunità hanno, per una volta, la meglio sulle ragioni economiche o è una pia illusione? Playblog.it prova a cercare gli impedimenti tecnici per la mancata trasmissione, da parte di Amazon Prime, della seconda serie: forse è stata poco apprezzata, forse Amazon ritiene di non investire su questo progetto.

Descriviamo brevemente la trama per i non appassionati del genere:

Jessica Hyde ( Sasha Lane) non è soltanto il personaggio di un fumetto ma una ragazza utilizzata come cavia per sperimentare alcuni virus.

Il padre della ragazza nasconde informazioni sugli esperimenti all’interno di un comic soon.

L’antagonista di Jessica e dei suoi amici Nerd è il Dottor Christie, l’ideatore di una carne vegetale che potrebbe fermare lo sfruttamento delle risorse della terra.

Un personaggio poco chiaro, estremamente ricco, eccentrico e determinato nella realizzazione di un piano diabolico: orchestrare una finta pandemia per far precipitare la popolazione nel panico; l’azienda del dottor Christie finge a quel punto di trovare il vaccino ma qual è l’inquietante effetto collaterale del vaccino venduto a caro prezzo ai governanti? Il composto chimico sterilizza i vaccinati ponendo fine al sovraffollamento del pianeta.

Va detto, per gli appassionati, che Utopia nasce come serie inglese. Le differenze, rispetto all’originale, sono molte, tuttavia Amazon, col suo remake, ha avuto il merito di divulgare una trama geniale già in epoca Covid: la serie è uscita ufficialmente, in un Amazon ancora libero, il 30 0ttobre 2020.

Perché allora ci sono state delle remore per quanto riguarda la seconda serie? Sconvenienza? Pressioni? Censura? I temi in effetti sono forti e davvero troppo vicini a ciò che stiamo vivendo.

A tvserial.it la sceneggiatrice Gillian Flynn ha affermato che si sarebbe detta disposta a superare il tema della pandemia se Amazon si fosse dichiarata interessata alla serie.

La Flynn non è una che si lascia intimidire ma sa che è molto difficile portare avanti la trama originaria adesso:

Me lo aspettavo! Mi piace scrivere cose che suscitano reazioni forti e aprono dibattiti; so però che parlare di pandemia dentro una reale situazione pandemica può creare apprensioni.

Gillian Flynn

Scrive Ben Travers in IndieWire:

Gillian Flynn - Wikipedia

“Utopia’s” heroes set out to destroy dangerous vaccinations — an idea that, on its own, sounds far more disturbing right now than it did in 2013.

Di fatto la seconda serie di Utopia sta incontrando notevoli perplessità perché i punti di contatto con l’attualità sono troppi e una parte dell’opinione pubblica, quella maggiormente indipendente, rifiuta la campagna unidirezionale di informazione a cui è quotidianamente sottoposta.

Ci troviamo nella condizione politico-psicologica per cui una serie ha la capacità di far tremare la costruzione delle grandi case farmaceutiche?

Il timore, di questo passo, è che anche il celebre Cassandra Crossing, film di fantapolitica prodotto nel lontano 1977 che accusa l’OMS di coltivare virus pandemici, possa essere considerato un’opera d’arte deviata.

Le immagini del rogo dei libri voluto da Hitler durante la nazificazione delle menti tedesche sono già così lontane?

Buon vaccino a tutti.

Rosa Johanna Pintus

Foto tratte da utopiafandomtv.com e da recensioni Amazon


Hippie Hip-pie, un corto si interroga: esiste libertà nella ribellione?

Hippie Hip-pie è un cortometraggio diretto dal regista Marco Bracco; difficile, dissidente all’estremo, il film comincia come un sogno ambientato nei luoghi più intimi del paesaggio ligure, un omaggio a uno dei momenti più poetici e colorati della storia: la vita dei figli dei fiori narrata attraverso la voce “extradiegetica” di Giovanni Funiati che si contrappone e si fonde con una musica completamente diegetica nella quale fluttuano i personaggi. Il  codice espressivo, nella coraggiosa scelta di Marco Bracco, è quello del linguaggio non verbale e non è un caso che i personaggi siano privi di nome. 

L’impressione è quella di una visione sublime, di una bellezza panica in cui esseri umani e natura convivono pacificamente senza prevalere gli uni sull’altra in una sorta di antica e contemporanea utopia che accosta la Beat Generation a Greta Thunberg raccontata dalle sapienti inquadrature di Marco Mastino, operatore e direttore della fotografia, e dalle immagini statiche di Alessandro Calza e Andrea Sclafani

Hippie Hip-pie

Al centro della vicenda vi è un gruppo di giovani idealisti, convinti che il culto della bellezza, la sua etica sia sufficiente, di per sé,a giustificare una scelta di libertà svincolata da regole borghesi. Con vesti colorate che, grazie al lavoro della costumista Sofia Minetti (ex modella per la prima volta sullo schermo) si fondono con le scenografie naturali, l’amicizia incondizionata, la solidarietà e la libertà sessuale i giovani vivono sulla strada, sotto il sole, leggeri come i loro abiti. 

Una macchina da presa priva di tabù fa cadere però, scena dopo scena, i veli di Maya che illudono la piccola comunità. Al sogno di una comunità agreste e autosufficiente che ha come fine una consapevole libertà individuale segue un risveglio drammatico, duro, doloroso di cui è emblema il personaggio interpretato da Simone Pastorino, un giovane marinaio che abbandona la vita militare per abbracciare il sogno hippy. Accompagnato dalle suggestive note e dalle parole di Scott McKenzie, Bob Dylan, Joan Baez, i Pink Floyd, i Beatles, i Rolling Stone, i Queen, Michel Delpech, David Bowie, The Kinks, Lou Reed e Patty Pravo, confuso tra le braccia di Asia Marcenaro e la violenta passione omosessuale il marinaio comincia ad affondare.

La marijuana e il sogno psichedelico, vissuto come espansione della personalità, vanno ben presto a sostituirsi alla spiritualità, ai momenti mistici,all’amore universale e il corpo e l’amore del giovane vengono mercificati per ottenere i soldi necessari alla sopravvivenza della comunità e al reperimento della droga.

Dunque, nel breve spazio di 28′ 43”, la narrazione cambia in modo brusco poiché quella libertà, cantata attraverso gli arrangiamenti musicali di Giovanni Arichetta con la partecipazione di Andrea Sclafani o danzata grazie alle coreografie di Mauro Graniti, diviene essa stessa una terribile prigione in grado di condurre i più deboli alla degradazione e alla progressiva perdita di sé.

Amara è quindi la constatazione del regista: in un mondo capitalista la scelta della libertà è soltanto un’illusione eppure, osservando la realtà odierna, drammatica e distopica, quello spirito libero entro ci rugge.

In effetti la vera trasgressione non è il percorrere la strada opposta a quella indicata dalla società o dal genitore ma il riuscire ad essere se stessi al di là della ribellione.

P. Tramonte

Il film sarà presentato nell’ambito di eventi diversificati non appena verranno meno le restrizioni relative al Covid 19

Rosa J. Pintus


La figura del padre in dialoghi di versi

a cura di Sergio Famulari

Nino, a mio padre

Quante cose mi hai insegnato, chiedendomi di capire,

spesso senza spiegarmi.

Hai sempre avuto una parola sola,

e arrivavi lì dove non immaginavo,

portandomici.Tra misteri

appena accennati, coincidenze,  tutele

e bevande ghiacciate,

mi asciugavi i capelli,

strofinandomeli dopo il mare,

che con te non faceva mai paura.

E il tuo titolo, “l’ingegnere”,

risuonava nelle strade e negli uffici,

senza mai ferire o ingombrare,

perché eri sempre con i deboli,

debole con i deboli

forte con i forti.

Quando ci siamo avvicinati,

dopo la mia fuga,

mi hai salvato 

raccontandomi di nuove strade,

scienza e fantasia

che raccoglievi nel tuo sentire “ sensitivo”.

Poi ti sei ammalato,

in quei bianchi corridoi e bui

ospedali,

ostinato e controcorrente.

Io non ho saputo proteggerti,

come hai fatto tu con me,

eppure il tuo ultimo sguardo,

ignoto, suadente ed indecifrabile 

lo hai regalato a me.

Rassicurandomi.

Dolce papà,

ci siamo tenuti la mano,

e mi hai trasmesso tutto, 

ma io ti devo dire ancora una cosa,

so che mi ascolti ancora.

Preparo io il caffè…….

Sergio Famulari

Infiniti sono stati gli autori e le autrici che hanno sentito il desiderio di dialogare con il padre, fosse o meno scomparso e questo desiderio si è fatto anche mio.

Troppo importante è per tutti noi la figura del padre ( e della madre), costante punto di riferimento, anche se solo in contrapposizione, nella nostra vita.

Immense, delicatissime ed ispirate sono le liriche che qui proponiamo, con scelta puramente soggettiva e giocoforza, quindi, incompleta ma doverosa considerando l’anno passato, i padri perduti, la normalità che ancora non giunge.

Ora che siamo prossimi al 19 marzo, festa del papà, le riflessioni da parte di scrive sono due : la prima è quella di amare il padre e tutti coloro che sono stati padri o punti di riferimento nella nostra vita; la seconda è questa, anche in considerazione della figura di San Giuseppe: di padre onnipotente ne abbiamo solo uno, per chi crede, tutti noi altri ci muoviamo a tentoni ma, se spinti dalla potenza dell’accettazione dei nostri limiti, saremo buoni padri (e buone madri).

Ed ora lascio la parola ai versi partendo da Stevenson, più noto certamente per i romanzi, che in questa poesia sembra voler giustificare al padre la scelta della scrittura.

Robert Louis Stevenson

Non dire di me che ho rinunciato

alle imprese dei padri e che ho fuggito il mare,

le torri che abbiamo edificato

e le lampade che abbiamo acceso

per chiudermi nella mia stanza

e giocare con la carta come un bambino.

Dì’ invece: nel pomeriggio del tempo

un figlio vigoroso  ha spolverato le mani

dalla sabbia di granito, e guardando lontano

lungo la costa mugghiante le sue piramidi

e gli alti monumenti catturare il sole che muore,

sorriso gonfio di gioia, e a questo compito infantile

ha dedicato, davanti al fuoco, le ore della sera.

Robert Louis Stevenson

Eugenio Montale, poeta del nostro territorio, scrive addirittura un poemetto: Voce giunta con le folaghe. L’ambientazione è quella del cimitero di Monterosso che diviene un limes tra le due dimensioni dell’uomo: quella terrena e quella ultraterrena.

Eugenio Montale

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga

del sentiero

da capre che mi porta

dove ci scioglieremo come cera,

ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore

ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio

che ti teneva, padre, erto ai barbagli,

senza scialle e berretto, al sordo fremito

che annunciava nell’alba

chiatte di minatori dal gran carico

semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,

e posa sopra un’erma ed ha uno scarto

altero della fronte che le schiaragli occhi ardenti e i duri sopraccigli

da un suo biocco infantile,

l’ombra non ha più peso della tua

da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle

vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muto che risorge,

quella che scorporò l’interno fuoco

e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,

si scambiano parole che intenerito

sul margine io non odo: l’una forse

ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,

ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda

ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

Eugenio Montale

Il dolore del ricordo percorre questi versi che sfociano addirittura in voci pascoliane:

– Ho pensato per te, ho ricordato

per tutti. Ancora questa rupe

ti tenta? Sì. la bàttima è la stessa

di sempre, il mare che ti univa ai miei

lidi da prima che io avessi l’ali,

non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le fòlaghe

a distaccarti dalle tue. Memoria

non è peccato fin che giova. Dopo

è letargo di talpe, abiezione
                       che funghisce su sè… –

Eugenio Montale

La memoria è una voce che sembra andare e venire come le onde del mare e, se non fosse per la descrizione di un paesaggio così visibilmente ligure, l’atmosfera sembra quella disperata di Cime Tempestose. E ancora:

Il vento del giorno

confonde l’ombra viva e l’altra ancora

riluttante in un mezzo che respinge

le mie mani, e il respiro mi si rompe

nel punto dilatato, nella fossa

che circonda lo scatto del ricordo.

Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso

reminiscente, il vuoto inabitato

che occupammo e che attende fin ch’è tempo

di colmarsi di noi, di ritrovarci…

Eugenio Montale

Anche un altro premio Nobel, Pablo Neruda, dedica una poesia al padre. A differenza di Stevenson, Neruda è uomo d’azione: perseguitato e probabilmente ucciso da un sicario di Pinochet, il poeta qui dialoga col padre “da uomo a uomo”.

Pablo Neruda


Terra dalla superficie incolta e arida
terra senza corsi d’acqua né strade
la mia vita sotto il sole trema e si allunga.

Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla
come nulla poterono le stelle
che mi bruciano gli occhi e le tempie.

Il mal d’amore mi tolse la vista
e nella fonte dolce del mio sogno
una fonte tremante si rifletté.

Poi… chiedi a Dio perché mi dettero
ciò che mi dettero e perché poi
incontrai una solitudine di terra e di cielo.

Guarda, la mia giovinezza fu un candido germoglio
che non si aprì e perde
la sua dolcezza di sangue e vitalità.

Il sole che tramonta e tramonta in eterno
si stancò di baciarla… È l’autunno.
Padre, i tuoi dolci occhi non possono nulla.

Ascolterò nella notte le tue parole:
…figlio, figlio mio …
E nella notte immensa
resterò con le mie e con le tue piaghe.

Pablo Neruda

Maria Luisa Spanziani coglie la luminosità e la dolce forza del padre ritraendolo in un ricordo importante.

Poetesse Italiane del Novecento: Maria Luisa Spaziani | Grado Zero

Maria Luisa Spaziani

Papà, radice e luce,
portami ancora per mano
nell’ottobre dorato
del primo giorno di scuola.
Le rondini partivano,
strillavano:
fra cinquant’anni
ci ricorderai.

Maria Luisa Spanziani

Il padre descritto da Salvatore Quasimodo è un padre che ruba, prendendola su di sé, la sofferenza.

Salvatore Quasimodo


Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. 

Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo

Camillo Sbarbaro coglie il padre nell’atto di sgridare la sorellina, un atto necessario ma contrario alla sua natura.

A mio padre

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Camillo Sbarbaro

In Alda Merini infine il padre viene descritto attraverso un oggetto transizionale, il cappotto.


Il pastrano

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volte
era il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendoli così, nell’ombra.

Alda Merini

Buon San Giuseppe a tutti!

Sergio Famulari


La parola ‘bitch’,nel trap è accettabile?

Benedetta Paccamiccio

a cura di Benedetta Paccamiccio

Bitch significa cagna e non in senso animale ma volgarmente metaforico. Eppure questo è uno dei termini più utilizzati nel dissing trap, un genere di musica che si diffonde con facilità tra i giovani.

Questo nome sta di indicare un sottogenere del genere musicale ‘rap’,che si è sviluppato a partire dagli anni ‘90 del Novecento nei quartieri meno abbienti degli Stati Uniti ma, a differenza del rap che è legato a rabbia e revanchismo, il trap affonda le sue radici nel mondo della droga.

Questo genere di musica ha portato con sé delle nuove caratteristiche facendo rimanere senza parola gli artisti delle altre correnti musicali, proprio perché presenta degli elementi molto più crudi e reali rispetto ai temi da melodramma che riscontriamo nelle canzoni attuali.

Caratteristica del trap è sicuramente il proporre una sensibilità diversa dal sentire comune e indirizzata apparentemente solo a un gruppo preciso di persone,ovvero a coloro che in qualche modo si ritrovano anche in una minima parte in ciò che gli artisti esprimono attraverso le loro canzoni.

Il problema è che se gli artisti fingono e interpretano un ruolo, i giovani ne assorbono le parole in modo acritico e le considerano dogmi.

L’espressività è diretta,codificata in una finta libertà nei testi, in una grammatica semplificata e immediata che reca in prova esperienze  di tipo personale per permettere a chi ascolta di identificarsi in quei pensieri.

Argomenti quali il tema della droga adolescenziale, il disagio legato ai problemi economici o familiari  e  il tòpos  dell’abbandono genitoriale  che costringe l’artista ad affrontare la vita da soli e con il loro tipo di musica.

Ciò che più offende, e lo dico proprio nella giornata internazionale della donna, è l’epiteto costantemente dispregiativo legato al gentil sesso, il passaggio dalla sublimazione della donna angelo alla denigrazione della donna oggetto.

E questo, nel 2021, non è giustificabile da nessun codice.

Non per censura ma per buon senso, in una società in cui il femminicidio è all’ordine del giorno, sarebbe auspicabile vietare un linguaggio che ha tutte le caratteristiche dell’istigazione a delinquere.

Benedetta Paccamiccio


Marco Conte: dal Dolce Stil Novo alla Trap

Si chiama Marco Conte e viene da Cassano Magnago, Varese; è giovane ed è colto, me ne rendo conto dalla costruzione sintattica della frase, dall’utilizzo disinvolto del gerundio, dall’uso dei pronomi atoni impliciti.

Ne sono certa, è uno che:

sa di latino.

Promessi Sposi, A. Manzoni

Si tratta di un elemento importante e solo apparentemente in disarmonia con il suo modo di cantare:

Ebbene sì: ho studiato al liceo scientifico, mi sono laureato e adesso insegno letteratura e musica.

Marco Conte

Lo guardo attraverso Google Meet, e vedo un volto pulito, intelligente e coraggioso: nonostante l’insegnamento, mantiene due piercing ma talmente fini da risultare quasi impercettibili attraverso lo schermo.

Parliamo, ci conosciamo in quest’epoca di Covid attraverso i pochi pixel saldi del mio portatile: non è uno qualunque, il ragazzo.

Il suo incontro con la musica ha luogo sei anni fa quando si ritrova,un po’ per gioco, ad essere frontman della band pop punk The Fhackers :

Tempi belli, tempi di live e di pubblico: secoli fa.

Marco Conte

Si rende conto che ancora, nella sua vita, occorre mettersi in gioco: studia canto con Antonio Marino e Laura Ciriaco (The Voice 2017). Il palco lo rende vivo ma sperimenta anche la strada del songwriting non solo con Nyvinne (Sanremo Giovani 2018, Amici 2019) ma anche per vari artisti emergenti (Lisa Selmi, Giorgia Pastori, Adelia, Venere, Debora Ruggero).

Musa ispiratrice di Conte è la scuola in cui si trova a lavorare; cerca la chiave per accedere -lui giovane- ai giovani.

Il gap generazionale si sente, anche se lui, classe ’89, può essere considerato a pieno titolo un nativo digitale con un serio bagaglio analogico che gli ha fornito un saldo senso critico.

Le sue canzoni sono dense, forti. Si ascolti Sto:

Sto su uno squalo e mi bevo una Red Bull

Marco Conte

L’impatto è psichedelico, la musica attinge dai bit e dai sintetizzatori tipici del trap ma il testo?

Si percepisce un di più, uno strappo al codice della trap music: citando l’allucinazione, Marco Conte condanna i trapper che esaltano la droga, la violenza. Quale significato nasconde questa scelta?

Scrivo per i miei studenti, canto per i miei studenti. Sono abituati a questo codice; bene, utilizziamolo per comunicare altro.

Marco Conte

So cosa intende dire: anche io uso la scrittura per comunicare e In un posto sbagliato nasce dalle macerie della periferia ma non arriva perché quei ragazzi non leggono.

Per questo il nostro sceglie di distribuire musica gratuitamente: conta il messaggio, non il guadagno.

Non si può però ridurre conte al ruolo di trapper, la sua musica è sperimentazione.

In Frangia viene narrato l’amore, un amore disperato:

Non me ne fotte se

tu

hai

i miei baci ancora

sulla frangia,

le tue botte

spaccano le labbra

Frangia, Marco Conte

E io mi immagino un giovane Guido Cavalcanti che grida e scrive in un disperato Stil Novo.


Giovàri: una voce che accarezza

Torino- Timido e scontroso ma deciso; si rivela a dosi, una delle interviste più difficili perché Giovari, Giovàri per la precisione, non è uno che parla o che scherza, è uno che scrive e musica versi, anche i miei, ed è così che i nostri destini si incrociano: in un film e come in un film.

Già, perché ci troviamo impegnati sullo stesso set, a lavorare come ossessi su un soggetto del regista Marco Bracco: lui con la musica e io con le parole. Lunghi incontri su Google meet all’ombra del Covid: città diverse, empatia impossibile attraverso uno schermo e tempi risicati per conoscerci.

Sulla musica, per esempio, abbiamo idee radicalmente diverse: io che amo rap e trap, lui che risponde con tracce melodiche perché, pur essendo giovane, non si riconosce nella musica gridata dalla maggior parte dei suoi colleghi e preferisce il fingerpicking, una tecnica che vuole le dita direttamente sulle corde della chitarra, senza il plettro:

La musica giovane non si riduce al rap, al trap, alla rabbia gridata in 4/4. Musica che proviene dal cemento ma che spesso non riesce ad andare oltre: i 4/4 possono accarezzare ed esprimere la protesta senza grida.

Giovari

Poi avviene il miracolo: Giovanni Arichetta musica e canta i versi che io ho scritto e quei versi diventano altro: “Ah! Ecco”, penso, “così arrivano a tutti.” E forse il rapporto tra un paroliere e un musicista è una sorta di danza latina in cui conduce chi possiede la chitarra.

Al di là del film, che racconteremo un’altra volta e al di là di me, Giovàri ha da poco terminato il singolo Senza Barriere: un brano melodico, già presente su Spotify.

L’intervista, come dicevo, procede a fatica: per deformazione professionale (sono una docente amante della maieutica) so che Giovari è più di ciò che racconta, che per capirlo occorre prima fare un viaggio dentro di lui e poi tradurre in linguaggio verbale ciò che lui è, e non so neppure se ne ho colto lo spirito. Decido allora di ascoltare le sue canzoni, di spiare il suo profilo Instagram, e lì sorride perché suona: non solo la chitarra ma anche il pianoforte.

La sua musica è fisica, sensuale e le sue canzoni rivelano l’immagine di un maschio sano, in grado di cavalcare la passione erotica con occhi d’amore, di piangere forse ma mai di insultare o uccidere la donna: un buon punto di partenza se si pensa che siamo passati dall'”Ehi, bambola” all'”Ehi, bitch”, che manco vuol dire puttana ma proprio cagna! Non dimentichiamocelo l’ospite di Sanremo osannato da Amadeus e non stupiamoci se l’Italia uccide le donne.

Gli chiedo quando si sia accorto della sua passione per la musica:

Dopo una delusione amorosa, chiuso in cameretta con la mia chitarra, ho scritto la mia prima canzone, più come uno sfogo, una sorta di liberazione, in realtà non per farne proprio una canzone. Ho però così trovato il modo per stare meglio e ho continuato a farlo perché ogni volta che ne sentivo la necessità i pensieri divenivano parole e poi strofe accompagnate e aiutate dalla musica di sottofondo.

Si tratta di una rivelazione sulla via di Damasco perché Giovari era combattuto da un’altra passione: quella per il calcio.

In poco tempo, incoraggiato dai suoi familiari, Giovari ha capito che ciò che scriveva e musicava era anche orecchiabile.

Così ho cominciato a studiare canto, a continuare gli studi di chitarra che già da anni avevo intrapreso. La necessità di sfogarsi ha fatto venir fuori tutto ciò. Una grandissima passione per la musica che pian pian sta diventando una professione.

Una gestualità forte e marcata è presente anche in questo artista poiché il bisogno di comunicare e di essere compresi è la linfa che nutre i performer; tuttavia in Giovari il gesto non riduce la musica a mera ancella e la voce diviene canto.

La rabbia si può esprimere a carezze, non necessariamente a pugni o attraverso kick ripetitivi, dissing e sintetizzatori. Ci vuole rispetto anche nella rabbia però…siamo nel 2020 dove la ricerca di un mondo senza barriere è all’ordine del giorno.

La musica, anche se non più da protagonista, tiene sempre il passo coi tempi ma spesso questo è un compromesso inaccettabile ed è meglio rallentare, riflettere, ponderare:

Ma non riesco a stare a tempo,

questo cuore è troppo lento.

Ghiaccio, Giovari

Gli chiedo in che senso la musica non sia più protagonista e perché la veda piuttosto come un accessorio.

In quest’era di consumismo si producono quintali di musica usa e getta e troppo spesso non contano le note ma l’outfit su cui poi l’artista guadagna. Se pur vi è qualcosa di buono, qualche verso geniale nei testi, questo viene spremuto fino alla fine e svuotato. Il ciclo vitale di queste canzoni è breve, diventano vecchie in un attimo, obsolete.

In effetti, i pezzi che hanno preceduto il XXI secolo sono tutt’ora hit:

Eravamo abituati ad ascoltare un pezzo anche per anni, ora basta un’estate per dimenticarlo. Non è però questa la natura dell’arte: nasce per rimanere, altrimenti non è arte.

Giovàri ha ragione: è arte ciò che rimane anche se è molto difficile essere stabili in una società liquida.

Rosa Johanna Pintus


Covid V Scuola tre a zero, perché?

Covid contro Scuola e vince il Covid 19 per tre a zero. Una sconfitta bruciante per i giocatori della Scuola, capitanata dalla Ministra che, in ogni modo, ha cercato di tener duro. Ma la squadra non ha retto agli attacchi degli avversari esterni ed interni: in primis una marea di giocatori indegni che ha implorato fino all’ultimo di chiudere le scuole con toni simili all’ammutinamento del Bounty.

La Ministra, a dire il vero, ci ha messo del suo, offrendo assist decisivi agli autogoal perché incompresa nelle sue performances migliori (una perla in mano ai porci!).

La squadra del Covid guardava incredula ciò che capitava nel campo avversario: l’incapacità del Governo di governare i propri governatori, ad esempio! Il Covid, essendo madrelingua cinese ma volenteroso nell’apprendimento dell’italiano, ha per un momento pensato che governo e governatori, avendo la medesima radice nel nome, fossero concordi; a questo si deve il suo tergiversare estivo, al timore di trovarsi di fronte una sorta di ordinata e coordinata testuggine romana, altrimenti ci avrebbe fatto tutti fuori prima.

Invece di coordinato non c’era proprio nulla: non gli ospedali, privi ancora di percorsi adeguati e di medici specializzati, non le Regioni, non lo Stato, non i Trasporti, non la Scuola.

La Ministra in realtà, con mente geniale e divergente, aveva intuito che uno dei maggiori problemi sarebbe stato quello dei trasporti e avrebbe ovviato al problema con i famosi e criticati banchi a rotelle, ultima ratio-nonostante le buche di Roma e dell’Italia intera- per consentire ai ragazzi un mezzo di trasporto a prova di furto (si sa che fine fanno in Italia monopattini e biciclette).

Ma ha pestato il piede sbagliato perché, mentre lei implorava il Commissario eletto di velocizzare l’acquisto dei suddetti banchi, il Governo intendeva calmare gli animi disillusi e il ventre affamato e scarno degli Italiani con il bonus biciclette, in netta concorrenza con la proposta del banco a rotelle.

Non credendo ai propri occhi per tanto facile bordello e osservando l’accesa sensualità dell’ala destra in campo, impegnata in selfie, formaggette e discoteche, il capitano del Covid 19, pur trovandosi in Sardegna, si è sentito sul Rubicone: “Alea iacta est” ha dichiarato ai prodi e facilmente ha assediato l’italica virtute che si pavoneggiava fiera e bella.

La Ministra, l’unica che, nel delirio di onnipotenza governativo-collettiva, aveva chiara la vision , ha gridato: “Non toccatemi la Scuola!” il Governo però, osservando la mission, e cioè la carenza di insegnanti che ha colpito persino il pargolo del Premier, ha smesso di riconoscerla come caposquadra.

Così, nel marasma totale, il virus si è diffuso e non per i droplet; tre sono stati gli alleati Covid e i traditor di patria: incompetenza, vanità e paura.

Paura non del Covid ma della cultura che avrebbe potuto rivelare in breve come l’incompetenza, in Italia, regni sovrana.

Ecco il senso profondo dell’epurazione dei nuovi sovversivi: le ballerine, gli attori, gli studenti, i prèsidi ispirati, gli insegnanti volenterosi, i nonni.

Ecco il senso profondo della chiusura delle scuole di danza, dei teatri, dei cinema, dei vecchi che sono narrazione di un passato democratico.

Ecco il senso profondo di una Dad forzata per gli adolescenti che hanno diritto all’istruzione, considerato che poi saranno loro a pagare i nostri debiti.

Apriamo le scuole e chiudiamo i parchi! Niente, nessuno mi sente.

E non posso che concludere con le parole del carme che più amo, il Bruto Minore di Leopardi, che esprime i miei pensieri meglio di quanto possa fare io:

In peggio
precipitano i tempi; e mal s’affida
a putridi nepoti
l’onor d’egregie menti e la suprema
de’ miseri vendetta. A me d’intorno
le penne il bruno augello avido roti;
prema la fèra, e il nembo
tratti l’ignota spoglia;
e l’aura il nome e la memoria accoglia
.


Un minierasmus a Velva: la didattica dell’Aktive Schule

Velva è un paese particolare che ospita stranieri già dagli anni Ottanta.

Ricordo, all’epoca venivano i Francesi delle Vacances Vivantes, col loro pullman e i loro capelli biondi. Ci si innamorava e ci si lasciava nello spazio di quei venti giorni, pur senza capirsi pienamente che tanto non importava.

Negli anni Novanta cominciarono a venire i Tedeschi e gli Inglesi, ma delle incredibili relazioni con l’Inghilterra vi parlerò nel prossimo articolo.

Io all’epoca non parlavo inglese, neppure mio fratello e il mio amico che, però, attraverso la chitarra riuscirono a creare relazioni cantando testi di cui non comprendevano il significato.

Erano ancora gli anni in cui ci si ostinava a insegnare la grammatica delle lingue straniere esattamente come si insegna la grammatica latina: attraverso nozioni utili a tradurre ma non a parlare.

Poi è cambiato il modo di insegnare, dando maggiore importanza al lessico, e le persone hanno cominciato a capirsi.

E io ho cominciato a parlare anziché limitarmi a leggere e scrivere.

E’ curioso, nonostante le mie perplessità sugli insegnamenti che mi venivano forniti, sono diventata una docente.

-Chissà perché proprio tu;- mi disse una volta mio fratello- tu che volevi incendiare il liceo con tutti i professori dentro.

Quando ci ripenso mi rendo conto di ciò che ero: avevo lanciato un libro all’insegnante di filosofia accusandola di non capirne il contenuto, ero scappata dalla finestra della scuola per evitare un’interrogazione ma non ero pazza; ho continuato a seguire gli studi classici in università, laureandomi prima di terminare il quarto anno.

Erano quella scuola e quella didattica che mi esasperavano, mi parevano sterili e violente.

Credo di essere sopravvissuta solo perché riuscivo a tradurre il greco senza usare il vocabolario: avevo capito che il lessico era l’unica vera possibilità per vincere.

Prendevo anche dei nove ma mi chiedevo se quella del terrore fosse l’unica metodologia di insegnamento.

Forse per questo sono diventata una docente: per distruggere Alcatraz.

Seduta sui gradini della chiesa di Velva mi accorgo che i miei figli giocano con una bambina tedesca; tra giochi e liti determinati dalle barriere linguistiche e superati dal sorriso.

In quest’occasione conosco Irina, il cui nome-se lo riporto alla radice greca-significa pace; tra noi due si crea subito il desiderio di comunicare e, tra un caffé con ghiaccio e un’occhiata ai bimbi, scopriamo di essere entrambe docenti.

Irina però non insegna in una scuola tradizionale. insegna all’Aktive Schule Peters Hausen.

  • La Active School Petershausen è una scuola aperta tutto il giorno. Ai bambini viene offerta la colazione e il pranzo. I piatti sono preparati con ingredienti e cibi prevalentemente biologici e / o regionali.
  • I bambini imparano gli uni dagli altri in gruppi di anni misti.
  • I bambini imparano in un’atmosfera rilassata secondo le loro capacità e il loro ritmo senza dividere le lezioni in 45 minuti.
  • L’insegnante è il progettista dell’ambiente di apprendimento e assume il ruolo di aiutante e compagno nell’ulteriore sviluppo del processo di apprendimento del bambino. Un gruppo di apprendimento è supervisionato da due guide di apprendimento.
  • Sotto la stretta supervisione della guida all’apprendimento, i bambini sviluppano le loro conoscenze in modo indipendente, senza la pressione dei voti, attraverso un’auto-riflessione regolare.
  • Le lingue inglese e spagnolo sono coinvolgenti già dal 1 ° grado.
  • La “giornata all’aperto” settimanale risveglia nei bambini una consapevolezza duratura della nostra natura e dell’ambiente.

Si tratta di una scuola che potrebbe essere paragonata alla nostra “scuola parentale”, il sistema educativo si basa principalmente sul metodo Montessori senza escludere il metodo Steiner che, anche qui da noi, si sta diffondendo.

Irina mi spiega che è stato molto difficile lasciar approdare questo sistema in Baviera poiché la regione è estremamente conservatrice.

Per questo motivo gli allievi dell’Aktive Schule affrontano, ogni due anni, un esame nel quale vengono valutate competenze e conoscenze.

I bambini vengono divisi in base all’età in due gruppi e i più grandi aiutano i più piccoli.

Quando viene data una consegna, che gli insegnanti chiamano progetto, ogni gruppo lo sviluppa attraverso le proprie armi cognitive e le proprie competenze: si lavora nel tempo-scuola, il tempo-famiglia è sacro.

Accade così di lavorare sull’Impero Romano attraverso disegni, testi o Power Point e il lavoro si termina nei locali scolastici, poi c’è il tempo del gioco e della scoperta che ha lo stesso valore.

Nell’Aktive Schule i bambini studiano inglese e spagnolo con docenti madrelingua, le altre materie con insegnanti tedeschi.

Le chiedo come sia possibile insegnare matematica senza una lavagna e una disciplina ben stabilita.

“Ci sono diversi metodi per risolvere un problema, noi li descriviamo e poi ciascuno sceglie il suo. Certo, la lezione frontale c’è perché per alcune materie è necessaria, ma è molto breve rispetto a quella della scuola tradizionale e i bambini non ascoltano passivamente, si industriano per giungere a una soluzione.”

Irina ritiene questo metodo vincente:

“I nostri studenti non imparano solo un metodo di studio ma si costruiscono un metro per analizzare la realtà: si parte dalla conoscenza del sé, dal dare un nome alle proprie emozioni, magari cercando di descriverle.

Il docente non si fa chiamare professore, è piuttosto una guida che facilita l’apprendimento e osserva il ritmo del gruppo: un lernbegleiter.

Sono gli studenti, ad esempio, a decidere il nome della loro classe mentre il docente aiuta a risolvere ed analizzare gli eventuali conflitti.”

Irina ci tiene a precisare che gli studenti non sono tenuti nella bambagia e che è molto faticoso insegnare ad imparare, è più facile imporre la conoscenza.

Tuttavia la scuola tradizionale, da lei frequentata, le pareva aggressiva e assurda.

Per questo ha deciso di laurearsi in scienze pedagogiche e…Velva chiude il cerchio.


I Promessi Sposi da Don Rodrigo all’Innominato

I Promessi Sposi non è un romanzo d’amore, è un romanzo storico; in tutto il romanzo non vi è neppure un bacio, non un momento di passione eppure Manzoni ci tiene inchiodati alle sue pagine. Il periodo in cui colloca l’intera vicenda la storia del XVI e del XVII secolo, un periodo molto importante per la formazione dell’Europa.Vediamo insieme la linea del tempo per capire dove ci troviamo perché, ormai lo sapete, quando affrontiamo il passato è come se facessimo un piccolo viaggio nel tempo.

Questa linea del tempo vi mostra alcuni fatti importanti del 1500, quella che vi propongo adesso è “artigianale” ma riguarda direttamente noi.

La foto è un po’…lunga. Poco male, immagina di fare un tuffo nel tempo…

Chiaramente, perché il discorso non sia noioso e tedioso, dovete trattenere per un attimo il respiro, chiudere gli occhi e immaginare di essere dei giornalisti in missione nei tempi antichi.

Dunque il vostro atteggiamento non deve essere, come si dice in Italia, “che barba, che noia” ma piuttosto “che bello! Viaggiamo nel passato!”. E il viaggio nel passato è privo di rischi perché, se le cose si mettono male, si può interrompere il video e tornare al presente.

Il 1517 è un anno cruciale per l’Europa, cruciale significa che è molto importante.

Siamo in un periodo che si chiama Rinascimento, in Italia ci sono artisti famosi e l’uomo si sente al centro dell’universo.

Nelle scorse unità didattiche che vedete in FAD, abbiamo visto Dante. All’epoca di Dante c’era Dio al centro dell’ universo.

Nel Rinascimento l’uomo è molto importante ma per poco tempo perché nel 1517 un monaco, Martin Lutero, capisce che la Chiesa pensa solo ai soldi e si ribella.

Accanto agli artisti, sempre bravissimi, si apre un periodo molto buio in cui ci si ammazza in nome della religione e della verità: sangue e arte.

La Chiesa decide di rinnovarsi, di essere più seria, ma non vuole più essere messa in discussione e fa una riforma durissima, decide inoltre di punire tutti i sapienti e gli scienziati che mettono in discussione la Bibbia.

La situazione si fa serissima quando comincia pure la guerra! Tra il 1618 e il 1648 scoppia la guerra dei Trent’anni. Pensate che vuol dire:30 anni di guerra! Aiuto!

La guerra dei 30 anni

Genova, in questo periodo così difficile, avendo perso il suo ruolo sul Mediterraneo che era in mano ai Turchi e al terribile Dragut, un pirata .

La nostra città riuscì a trasformare i suoi uomini da marinai e commercianti a banchieri! Si parla infatti de El siglo de los Genoveses poiché i Genovesi prestavano i soldi agli Spagnoli, potenti ma spendaccioni.

Il secolo d’oro dei Genovesi

Questo periodo è molto interessante ed è piaciuto a uno scrittore del 1800, uno scrittore molto religioso ma molto critico nei confronti della società del Seicento. Egli denuncia soprattutto il fatto che per il popolo era molto difficile ottenere giustizia perché il mondo era in mano ai prepotenti!

Manzoni è importantissimo perché, se Dante ha inventato la lingua della poesia, lui ha inventato la lingua dei romanzi. Prima di Manzoni, i romanzi erano scitti soprattutto dagli Inglesi e dalle scrittrici inglesi (che se poi decidevano di sposarsi smettevano di scrivere romanzi poiché pentole e arte non vanno molto d’accordo!). In Italia non c’era nessuno che scrivesse romanzi così appassionanti, noi eravamo soprattutto pittori, scultori e poeti.

Manzoni, che parlava meglio il francese dell’italiano, ci riesce.

La lingua del Manzoni 

E di che cosa ci parla? Guardate il video.

Ora io qui vi lascio una lettura guidata di alcuni passi così vi esercitate a leggere e ad ascoltare la lingua italiana. All’interno degli epub ci sono anche alcuni esercizietti che vi aiutano a capire se avete capito.

It’ a long long novel, good if you can’t go out.

Don Abbondio e i bravi

Don Abbondio e Perpetua

Così il giorno dopo Renzo ha un’amara sorpresa.

Perpetua però non può sopportare che ci vada di mezzo il suo padrone

E a questo punto cosa pensa il nostro Renzo? Perché Lucia non gli ha detto nulla? E Don Abbondio? Ma come si permette? E chi è mai quel prepotente?

E’ davvero il caso di sapere la verità, qualunque essa sia!

L’ora della verità

Però che Lucia si sia rivolta a Padre Cristoforo e non a Renzo e a sua madre è strano. Chi è Padre Cristoforo? E’ il confessore di Lucia e a quei tempi, in cui la psicologia non esisteva, il confessore ti aiutava a capire i tuoi pensieri e, a volte, a trovare la soluzione. E se non la trovavi tu, ti aiutava lui.

A differenza di Don Abbondio, Padre Cristoforo rappresenta la parte buona della Chiesa; be’, non si tratta di un tipo qualunque: ha un passato con delle ombre ma riesce, nel buio, a trovare la sua luce, a differenza di altri o altre che vedremo dopo…

Dicevamo, si tratta di un uomo coraggioso e decide di affrontare Don Rodrigo, seguitemi così conosciamo il cattivo della storia!

Padre Cristoforo contro Don Rodrigo

Dunque la spedizione non ha l’esito sperato e Renzo e Agnese che, con grande fatica, convincono Lucia a tentare un matrimonio segreto, portandosi come testimoni due ragazzi che sono in debito con Don Abbondio!

Ora, se hai capito bene, prova a guardare questo video; qui, Alberto Sordi, uno dei più famosi attori comici italiani, interpreta Don Abbondio nella notte degli imbrogli.

Senza saperlo, Agnese e Renzo, pur combinando un pasticcio, salvano Lucia che, se fosse rimasta a casa, sarebbe caduta nella bocca del lupo…

Don Rodrigo infatti cerca di rapire Lucia ma la casa delle due donne è vuota. Così quei birbanti non trovano Lucia ma Menico, un ragazzino che era stato inviato da Padre Cristoforo a Lucia per avvertirla del pericolo.

Dunque i nostri tre amici (perché ormai li conosciamo un po’) sono costretti, proprio come voi, a lasciare il loro paese.

Oltrepassato il lago, Renzo e Lucia si dividono. Noi seguiamo Lucia.

Dove va? Cosa le succede? 

Gertrude era stata costretta dal padre a diventare monaca…

Quindi, a differenza di Padre Cristoforo, la povera Gertrude non ha trovato pace perché nel Seicento era meglio, se donne, nascere tra le braccia del popolo come Lucia: meglio la fame che un destino odioso!

Qualcuna riusciva a ribellarsi, non mancavano donne determinate, ma quanta sofferenza!

E Don Rodrigo che fine fa? Rinuncia a Lucia? I potenti non sono mai soli e qui entra in gioco un nuovo personaggio: l’Innominato.

E qui concludo questa prima parte, rimandandovi alla seconda per la conclusione del romanzo.

Rosa Johanna Pintus


Di chi è un libro?Diritto di paternità e di maternità

Di chi è un libro? Di chi lo scrive o di chi racconta una storia senza averne le parole? E’ un fatto che gli autori siano destinati a prendersela nel lato B, talvolta in maniera dolorosa.

Capita, quando decidete di raccontare la storia di qualcuno, di non servire più e di essere gettati come uno straccio vecchio in una conca sporca e maleodorante. Ma non vi sentite sporchi, vi sentite stuprati, che è peggio.

Perché non c’è differenza tra essere stuprati nel corpo e nell’anima: io li ho provati entrambi gli stupri, e per quello fisico bastano una doccia e un esame, seppur angosciante, dell’HIV.

Perché noi autori siamo creature di anima, il corpo è un accessorio che spesso non ci rendiamo neppure conto di avere.

Stasera una casa editrice mi ha consigliato “di fare la brava”:

Signora, 

da più d’una voce — e una di queste è … stesso — non risulta che lei sia coautrice né dell’una né dall’altro.

Posto questo, e posto anche il fatto che sarebbero gradite delle informazioni omogenee da parte di due persone che, evidentemente, hanno collaborato per lungo tempo ma che, altrettanto evidentemente, non si trovano concordi sulla natura della collaborazione — il che mi farebbe riflettere, se posso dirle in tutta onestà —, è evidente che da parte del nostro sito, che è l’unica cosa della quale rispondiamo, lei non è stata citata perché mai prima d’ora il suo nome ci era stato citato come autore di alcunché.Se il suo intento fosse stato quello di aiutarci per  evitarci problemi (da parte di chi non si sa, visto che gli autori sareste, nella sua versione dei fatti, voi due: chi debba porre altre questione è cosa che mi sfugge), la ringraziamo; del resto, mai e poi mai abbiamo parlato o pubblicato contenuti del libro, ma solo e soltanto della poesia, in quanto risultata selezionata al nostro Concorso.

Mi auguro che ora abbia compreso perfettamente cosa noi abbiamo condiviso — la poesia, solo e solamente quella —, come l’abbiamo fatto — con le informazioni che ci sono state fornite —, e perché lei non sia stata citata: perché, a detta di … stesso, lei non è co-autrice di libro e poesia, ma esclusivamente collaboratrice degli stessi.

Augurandole un più sereno proseguimento,porgiamo cordiali saluti”.

Come? E tutte le metafore ?E il gatto a cui hanno tagliato i baffi? E i brandelli?

Sento l’impulso di ribellarmi.

Ma poi mi rendo conto che chi mi risponde questo, è stato raggirato esattamente come me.

E mi rendo conto finalmente di quanto sia importante avere dietro una casa editrice, evitare il self publishing, foriero di ambiguità.

Perché le personalità narcisistiche hanno un tale forte ego che ti manipolano in qualsiasi lingua.

Scrivo al mio avvocato, alla mia amica, alla fine a me stessa.

La casa suddetta mi risponde:

Fossi in lei, non userei le parole con così tanta libertà. Qui nessuno la prende in giro — le assicuro piuttosto che la sensazione è reciproca, ma non mi tratterrò su questo. A noi ha detto di essere l’unico autore, quindi non c’è bisogno che lei ceda alcunché — lo ha già fatto lui, con un documento ufficiale inviato dalla associazione di cui fa parte, alla nostra mail. Peraltro, non c’è nessun “resto”: noi mai abbiamo pubblicato altro rispetto alla poesia, di cui si dichiara — se così non è, ne parli lei con lui, noi non centriamo nulla — unico autore, quindi non ci è chiaro perché lei ci scriva di “resto” o di cose altre dalla poesia. Ripetiamo in conclusione: a noi è stato lui a dirci di essere unico autore. Se secondo lei così non è, chiarisca con lui, non coinvolgendo noi che abbiamo solo pubblicato il suo testo. Infine, ma questa è solo una valutazione morale che non c’entra con il contenuto, credo che di questa spiacevole vicenda — che certo non ci fa piacere, ma che ha prima iniziato e poi protratto lei — la cosa più importante sia l’unica che lei ha citato solo sporadicamente, quasi fosse un dettaglio: merita questo spazio, questa visibilità, e questa contentezza. Per noi il discorso termina qui. 

La mia amica mi fa sorridere, mi manda un video: il plagio

Metterei in croce il mio essere stupendamente imbecille ma non imbelle.

Rileggo la lettera ricevuta: quel centriamo scritto da un editore mi lascia di stucco. Centriamo anziché c’entriamo? Lapsus, non errore: centriamo!

Che mi vogliano sparare? Forse è davvero il caso di fare la brava: che mi vogliano sparare?

E di che libro si parla?

Questo lo lascio scoprire a voi, fatevi un giro su Amazon.

Un fatto mi fa riflettere: noi scrittori siamo ladri di storie quanto i protagonisti delle storie sono ladri di parole.

E se uno dei ladri di parole ha ottime capacità relazionali (cosa di cui uno scrittore è totalmente privo perché appunto scrive ma non sa parlare) lo scrittore rimane fottuto.

Per una volta.

Una volta soltanto:

“Eh…scusa …ho spedito 11 poesie ma è proprio piaciuta quella”

Casualmente l’unica che abbiamo scritto insieme con le sue emozioni e le mie parole: mia o sua?

A metà: madre e padre.

E il padre, in quanto maschio, vince.

In quanto personaggio vince.

E la cosa più buffa è che se la avessi spedita io a mio nome non avrebbe vinto.

Ma passi la poesia: la posso pur cedere una poesia.

Resto incredula quando mi si dice che neppure il romanzo è mio.

E’ lì che mi spezzo, che mi frantumo.

Per tutte le notti passate a scrivere.

Imbecille, non imbelle.

Lo si sappia.