La parola ‘bitch’,nel trap è accettabile?

Benedetta Paccamiccio

a cura di Benedetta Paccamiccio

Bitch significa cagna e non in senso animale ma volgarmente metaforico. Eppure questo è uno dei termini più utilizzati nel dissing trap, un genere di musica che si diffonde con facilità tra i giovani.

Questo nome sta di indicare un sottogenere del genere musicale ‘rap’,che si è sviluppato a partire dagli anni ‘90 del Novecento nei quartieri meno abbienti degli Stati Uniti ma, a differenza del rap che è legato a rabbia e revanchismo, il trap affonda le sue radici nel mondo della droga.

Questo genere di musica ha portato con sé delle nuove caratteristiche facendo rimanere senza parola gli artisti delle altre correnti musicali, proprio perché presenta degli elementi molto più crudi e reali rispetto ai temi da melodramma che riscontriamo nelle canzoni attuali.

Caratteristica del trap è sicuramente il proporre una sensibilità diversa dal sentire comune e indirizzata apparentemente solo a un gruppo preciso di persone,ovvero a coloro che in qualche modo si ritrovano anche in una minima parte in ciò che gli artisti esprimono attraverso le loro canzoni.

Il problema è che se gli artisti fingono e interpretano un ruolo, i giovani ne assorbono le parole in modo acritico e le considerano dogmi.

L’espressività è diretta,codificata in una finta libertà nei testi, in una grammatica semplificata e immediata che reca in prova esperienze  di tipo personale per permettere a chi ascolta di identificarsi in quei pensieri.

Argomenti quali il tema della droga adolescenziale, il disagio legato ai problemi economici o familiari  e  il tòpos  dell’abbandono genitoriale  che costringe l’artista ad affrontare la vita da soli e con il loro tipo di musica.

Ciò che più offende, e lo dico proprio nella giornata internazionale della donna, è l’epiteto costantemente dispregiativo legato al gentil sesso, il passaggio dalla sublimazione della donna angelo alla denigrazione della donna oggetto.

E questo, nel 2021, non è giustificabile da nessun codice.

Non per censura ma per buon senso, in una società in cui il femminicidio è all’ordine del giorno, sarebbe auspicabile vietare un linguaggio che ha tutte le caratteristiche dell’istigazione a delinquere.

Benedetta Paccamiccio

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