La città deserta-racconto distopico

7 novembre 2028

Il giorno in cui tutto è cambiato, siamo rimasti attoniti attorno al tavolo della sala, mio nonno, col cucchiaio a mezz’aria, si limitò a dire un bah.

Mia nonna commentò: <<Mi pare un’esagerazione, hanno spiegato e rispiegato che si tratta solo di un’influenza: viviamo nell’era dell’allarmismo>> e continuammo a mangiare cibi prelibati.

<<Se chiudono le scuole, ci sarà un motivo serio.>>

La voce era di mia madre che, per quanto facesse la dirigente scolastica, in famiglia era percepita come un essere un po’ naif e quindi non del tutto degno di credibilità. Il torto di mia madre era quello di dipingere ovunque potesse: dipingeva su vecchie lenzuola, su tele di poco prezzo, sui muri di casa e scriveva quaderni fitti fitti di parole, secondo me scriveva anche quando presiedeva il collegio docenti e, nel contempo, spiegava grafici incomprensibili per lei ma che qualche collaboratore le aveva preparato interpretando le sue intuizioni e i suoi desideri.

Era di sicuro così poiché lei parlava tutti i linguaggi tranne quello matematico e, pur essendo di origine argentina, danzava divinamente ma…senza musica! Della musica sentiva la melodia, non il ritmo, e questo la portava a sbagliare tutti i tempi.

Era naif, l’ho detto, eppure era un genio e a scuola riusciva ad essere rigida, ferma, decisa perché il caos che aveva dentro era nascosto dalla riga di eye-liner e dal tailleur dal taglio perfetto.

<<La circolare è precisa: dice che le scuole si devono dotare di dispenser e gel disinfettante, altrimenti non possono riaprire.>>

Lo disse e tacque.

Continuammo a mangiare, era il compleanno di mia nonna Mirella, la madre di mio padre.

Mio fratello Chegue gioiva: aveva scoperto due ore prima dell’inaspettata notizia che sarebbe stato interrogato di letteratura latina e che non gli sarebbe bastato usare come fonte la Papereneide poiché la sua professoressa faceva sul serio e voleva sapere tutto sul verso sunt lacrimae rerum.

Mio fratello e il latino non si amavano; in realtà mio fratello non amava neppure la matematica, nonostante i voti altissimi: sognava di aprirsi un marchio di moda, un suo marchio, e vendere magliette.

La chiusura della scuola, in quel momento, pioveva come manna dal cielo e lo vidi sorridere sotto il cappuccio.

Io invece amavo la scuola: vivevo per la danza; stavo preparando un solo su Evita Peron per le gare di danza sportiva. La danza mi dava sicurezza, sapevo di essere brava ed ero riuscita a entrare, al liceo coreutico.

Tuttavia, in quel preciso momento, per l’emergenza virus, venivano chiuse le scuole e bisognava accettarlo. Una misura precauzionale che mi preoccupava ma non più di tanto: almeno gli allenamenti in palestra non erano stati sospesi.

Tutto il resto, e mi riferisco ai ragazzi, era per me un dovere, una finestra sulla vita sociale e a quindici anni ero ancora vergine, a differenza di alcune mie compagne che frequentavano altre scuole.

Vivemmo due settimane in una sorta di vacanza che non potevamo comprendere: alcuni sostenevano che la malattia fosse gravissima mentre altri continuavano a sostenere che si trattasse di una banale influenza.

Ricordo che addirittura deridevamo chi usciva con la mascherina: i politici dicevano che non serviva a nulla, che tutto sommato morivano solo le persone anziane, che entro una settimana saremmo ritornati a scuola.

Mia mamma però aveva altre notizie e si stava organizzando, insieme ai colleghi per la didattica a distanza e il fatto che la Scuola, così pesantemente ancorata alla lavagna e al cancellino, cambiasse, era la chiara finestra di un cambiamento epocale perché la Scuola era come la Curia: immobile.

Dopo una settimana ci dissero che non saremmo tornati a scuola fino al 3 aprile poi che non saremmo più tornati a scuola e neppure a danza.

Mi sentivo morta dentro.

I contagi aumentavano in maniera esponenziale, specie al Nord, nel cuore dell’economia italiana.

Cominciarono ad ammalarsi i primi politici, i primi medici, i primi infermieri, mia zia.

Panico.

Furono vietate anche le passeggiate.

Si poteva uscire solo per fare la spesa, andare al lavoro (in ospedale e nei supermercati, tutte le altre attività si dovevano svolgere in smartworking).

Mia cugina, Sefi Safian, appassionata di tessuti aerei, circense per natura, mi telefonava disperata e mi diceva che almeno io, essendo una ballerina, mi potevo allenare in casa mentre lei non poteva fare neppure quello!

<<Non essere infantile! Posso fare solo sbarra a terra! Tutte le mie acrobazie me le scordo, sto esattamente come te!>>

<<Qui è un continuo passaggio di ambulanze, io non ne posso più. Chegue che fa?>>

Da sempre aveva una mal celata cotta per mio fratello, un amore impossibile dato il legame di sangue ma Sefi Safian era particolare e per lei queste cose non contavano nulla, contavano solo l’amore e i tessuti aerei. Ci mettemmo d’accordo per allenarci insieme via Skype e, in queste occasioni, mi diceva che le davano parecchi compiti, peggio che a scuola; lei frequentava il liceo classico e non stentavo a crederlo.

La prima settimana di prigionia fu insopportabile, poi venne la pioggia e parve più accettabile, tornò il sole: caldo, primaverile, beffardo.

Lezioni on line, messe on line, spesa on line: tutto.

Mio fratello Chegue, nei suoi sedici anni, era in piena crisi ormonale; non poteva vedere la sua ragazza, facevano l’amore su whatsapp.

Gli chiedevo se non temessero di essere visti, lui faceva spallucce e si chiudeva in camera. I miei lo immaginavano ma non dicevano nulla, bisognava far finta di niente e avere pazienza, poi tutto sarebbe tornato come prima.

Solo due anni prima mio fratello sarebbe stato ingestibile e, se quanto accadde nell’anno 2020 fosse avvenuto prima, non so come ne saremmo usciti.

Due anni prima, al tempo del ponte Morandi, una vita fa…

Quella vita ora è stata cancellata, con un colpo di spugna, dal Covid-19.

Il Covid -19, una realtà che pareva lontana dal nostro Paese.

Ci sbagliavamo: il mondo, all’epoca, era globalizzato e i virus viaggiavano con gli stessi mezzi di trasporto dell’uomo.

Cerco di ricostruire da alcuni giornali conservati in casa, da alcuni libri, da alcuni vecchi diari scritti da noi durante quell’eterna quarantena, i fatti del periodo.

Diari che mia madre ci aveva costretto a scrivere, pena la disconnessione, perché potessimo elaborare l’angoscia che sentivamo.

Noi la odiavamo per questo, in particolare Chegue, che era un genio matematico senza alcuna attitudine umanistica, ma adesso la ringrazio perché da questa enorme massa di carta ingiallita e che voglio copiare, in modo organico, prima che si deteriori.

Internet non mi aiuta, tutto è stato cancellato in nome della pace, della tranquillità indotta attraverso droghe e terrore. E la mia narrazione vuole essere una testimonianza del prima, nella convinzione che il sole brillerà di nuovo.

Eravamo in un periodo politico molto caotico nel quale si stavano affermando i peggiori nazionalismi: il Centro Africa distrutto dalla guerra, da Ebola, dall’Hiv, cercava di raggiungere l’Europa, terra di speranze; i Cinesi e gli Americani erano nel pieno di una guerra tecnologica per il predominio economico del globo, in Siria e in tutto il Medio Oriente piovevano bombe, le foreste australiane bruciavano e Greta, una quindicenne molto particolare, gridava al mondo che l’uomo e la terra si sarebbero estinti a causa dell’inquinamento.

Greta: una profetessa bambina che vedeva oltre il muro dell’individualismo. O la amavi o la odiavi perché era intelligente e l’intelligenza contava meno della furbizia.

Insomma, per dire…questo virus aveva pure le sue ragioni: stavamo distruggendo un pianeta…

Le restrizioni però aumentavano e quando mia sorella, la piccola Simonetta, annunciò che aveva sognato il buio, tutti ci guardammo spaventati.

Rosa Johanna Pintus


Linguaggi non solo verbali-didattica a distanza

LINGUAGGI NON SOLO VERBALI

UDA DI ITALIANO

Oggi voglio approfondire con voi il discorso sui linguaggi, non solo quelli verbali (tecnico, poetico, etc.) ma soprattutto quelli non verbali.

Sotto vedete un’immagine particolare però, prima di arrivarci, bisogna faticare un poco e dividerò la lezione in tre parti:

  • Che cos’è il linguaggio;
  • breve storia dei linguaggi;
  • da un manga a un film: Alita, angelo della battaglia.

Preciso che questo ciclo di lezioni va studiato da tutti, anche dal corso A ove insegno storia e non italiano.

Anzi, per par condicio (espressione latina, traducetela così: per giustizia), vi inserisco anche una scheda del film Pompei che abbiamo visto insieme.

Ci sono molti modi per raccontare una storia: la si può scrivere, disegnare, recitare, danzare, suonare, cantare.

Vi sono dunque tanti LINGUAGGI a disposizione di un artista per narrare una storia e ognuno sceglie quello più adatto al proprio talento cioè alle proprie capacità.

Ma che cos’è un linguaggio?

Il linguaggio è un codice utilizzato da un gruppo.

Noi, in classe, ammettiamolo, abbiamo il nostro codice che è molto vicino al leggendario esperanto:senza rendercene conto, parliamo utilizzando le caratteristiche di diverse lingue e ne creiamo una lingua nuova, semplificata ma comprensibile: per imparare l’italiano usiamo, di fatto, una sorta di INTERLINGUA che unisce sguardi, gesti, parole inglesi, parole francesi, parole spagnole, parole albanesi ma… ci capiamo.

Tante volte ricorriamo ai disegni o alle immagini, questo avveniva soprattutto all’inizio perché non conoscevate la lingua: il livello A2 è un livello che garantisce la sopravvivenza e non altro; insieme abbiamo capito che, se scriviamo le parole alla lavagna, è più facile comprenderle perché le parole scritte si somigliano, è la loro pronuncia che crea confusione.

Insieme ci siamo accorti, e qui ci ha aiutati il caso, che la lingua albanese ha le declinazioni come la lingua greca e latina.

Noi ci comprendiamo perché, inconsapevolmente, ci siamo adattati a un linguaggio, a un codice.

Un codice che in casa mia, per esempio, non funziona: quando esco da scuola e sono particolarmente stanca, ho bisogno di un po’ di tempo per tornare alla lingua madre.

Noi utilizziamo il nostro codice per imparare l’italiano, la storia, la geografia.

Io uso un codice per trasmettervi delle informazioni, voi usate un codice per trasmetterle a me.

Potrei esagerare e dirvi che anche la matematica è un codice, si parla infatti di linguaggio matematico.

Il linguaggio non è solo verbale (cioè fatto di parole).

Attenzione: rientrano nel linguaggio non verbale anche il trucco, l’abbigliamento, i tatuaggi, i gioielli.

Ve lo dico perché un datore di lavoro guarda tutto!

Torniamo a bomba! Si tratta di un modo di dire e significa: torniamo al punto da cui siamo partiti.

Il linguaggio può essere:

GESTUALE

linguaggio gestuale

non vi ho messo il terzo dito ma lo conoscete bene!

CORPOREO

Ne sono un esempio danza e teatro

Roberto Bolle in un remake della coreografia di Bejart

ESPRESSIVO

L’attore/regista Dario Fo


SIMBOLICO

Segnali stradali

FIGURATIVO-ICONICO

Alita, manga di Yukito Kishiro

Esiste anche il linguaggio della musica, utilizzato in diverse occasioni, utilissimo per accompagnare la suspance nei thriller.


Non vi inserisco il trailer perché vi potrebbe spaventare! Vi basti la musica!

Esercizio


La danza sportiva, quel campionato di cui non si parla azzerato dal Coronavirus

Ci sono alcuni sport, come la danza sportiva, di cui non si parla: i giornali ci raccontano del dramma delle imprese, dell’incubo delle scuole chiuse (che costringono i genitori a fare i genitori), della crisi del turismo, della perdita d’immagine dell’ Italia (avevamo un’immagine?).

L’economia, di gran lunga più importante delle persone, è in forte sofferenza e il Governo emana decreti talora contraddittori, pressato sia dagli avversari politici sia da un virus che desta comprensibile panico.

Gli imprenditori accusano, additano e incombono come giudici severi su una politica asservita alla finanza; uno dei problemi di scottante attualità è il calcio: potranno i tifosi andare allo stadio? Potrà giocare la Roma? Potrà la Juventus festeggiare?

Il calcio, il “panem et circenses” che seda i coatti, non è l’unico sport che si pratica in Italia. Tuttavia il calcio, a porte aperte o a porte chiuse, sopravviverà perché ha le sue risorse, le sue vacche grasse. In questo momento distopico il mio pensiero va a quelle attività meno conosciute che muovono esse pure l’economia del Paese ma che sono ignorate dalla massa, in particolare penso alla danza sportiva le cui competizioni sono state azzerate dal Coronavirus.

Ma che cos’è la danza sportiva?

Vanessa Galaverna-Imponente Danza

La danza sportiva è, in primis, danza e cioè una racconto artistico-coreografico; a differenza della danza che praticavo io, nella danza sportiva vi sono regole ben precise sui tempi, sui costumi, sulle scenografie, sull’esecuzione.

Non è stato facile per me accostarmi a questo mondo poiché, per conto mio, la danza ha la sua ragion d’essere in teatro; eppure, seguendo le mie figlie, mi sono resa conto di come il racconto coreografico riesca ad essere completo anche in un qualsiasi palazzetto dello sport e senza l’ausilio di luci e gelatine.

La narrazione deve dunque essere perfetta, pulita, avvincente. Mia figlia, la più grande, per arrivare a questo si allena tutti i giorni e passa dalle due alle quattro ore in palestra.

Oggi avrei dovuto accompagnare le mie figlie a Calenzano e, probabilmente, ci saremmo andate in pullman perché, trasportare una squadra e le relative scenografie è tutt’altro che semplice: noi, tifosi della danza sportiva, dobbiamo essere in grado di montare, smontare, truccare i danzatori-atleti, siamo coinvolti e immersi in quest’attività sconosciuta ai più.

In tempi di Coronavirus questo settore, come gli altri, è in evidente sofferenza economica: le gare sono ferme, le palestre sono chiuse (per cui gli insegnanti non lavorano), i pullman non partono, i palazzetti non aprono.

Il comunicato della FIDS è chiaro e logico:

In merito alle ordinanze proclamate dal Governo attraverso il Ministero della Salute d’intesa con i Presidenti delle Regioni Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna e Liguria, che prevedono lo stop alle “manifestazioni ed eventi e di ogni forma di aggregazione in luogo pubblico o privato anche di natura sportiva” per i casi sanitari di CoronaVirus registrati in questi giorni, la FIDS comunica a tutti i tesserati che i prossimi eventi federali in programma sono sospesi e rinviati a data da destinarsi. Convocata a breve una taskforce per analizzare la situazione e fornire informazioni specifiche.

Sono sospesi con effetto immediato:

  • Corso di formazione per tecnici federali (recupero) che si sarebbe dovuto tenere nei giorni 28-29 febbraio e 1 marzo a Bentivoglio (BO);
  • Corso di formazione ed allineamento qualifiche tecniche (ex FAD) che si sarebbe dovuto tenere nei giorni 29 febbraio e 1 marzo a Bentivoglio (BO);
  • Congresso di aggiornamento ed esame danze filuzziane che si sarebbe dovuto svolgere a Budrio (BO) il 1 marzo;
  • Campionato Regionale Marche, Toscana e Veneto Danze Folk Romagnole e il Campionato Regionale Emilia Romagna Danze di Coppia che si sarebbe dovuto svolgere dal 29 febbraio al 1 marzo a Burdio (BO)
  • Campionato Regionale Piemonte e Valle d’Aosta Danza di Coppia in programma dal 29 febbraio al 1 marzo a Biella (BI).

Tra le mille ordinanze emanate in questo periodo, ve n’è una che cozza con le altre: scuole chiuse ma palestre private aperte.

La FIDS Liguria ha dunque consigliato alle società sportive che ne fanno parte di sospendere anche gli allenamenti poiché il contagio non avviene necessariamente solo a scuola.

Mi chiedevo dunque questo: quali misure adotterà il governo perché le piccole società non falliscano?

Chi cadrà in piedi dopo questa crisi?

Rosa Johanna Pintus


La didattica ai tempi del Coronavirus: Dante per il Cpia

Ragazzi, occorre reinventarsi un modo per portare avanti la didattica in questi tempi di Coronavirus, ripassiamo insieme e noi del CPIA Centro Ponente siamo sul pezzo. Del resto voi avete attraversato prove ben più dure e forse questo poeta vi è più vicino di quanto non crediate.

Alcuni di voi hanno già questa lezione su Edmodo, qui vi aggiungo un breve ripasso. Buono studio!

DANTE ALIGHIERI vive tra il 1265 e il 1321, è un poeta ma è anche un uomo che fa politica; quando il suo partito (Dante era un guelfo bianco) viene sconfitto e lui viene accusato dagli avversari politici di corruzione, si trova a scegliere tra la pena di morte e l’esilio. Sceglie l’esilio, si ritiene accusato ingiustamente, ed è costretto a chiedere asilo politico nelle altre città d’Italia.

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Gossip letterario: Dante è innamorato di Beatrice ma non è sposato con lei, sua moglie si chiama Gemma Donati e doveva avere molta pazienza con un marito così!

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Beatrice
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Gemma

Durante l’esilio scrive un poema molto famoso: La divina commedia.

La divina commedia è un poema diviso in tre libri, detti cantiche, ed è il primo poema scritto in lingua italiana.

Risultato immagini per immagini divina commedia

Stiamo parlando di un poema scritto più di 700 anni fa, eppure i suoi contenuti e la lingua attraverso la quale vengono raccontati, piacciono ancor oggi.

In effetti sono tre i veri grandi poemi della storia della letteratura, quelli che davvero parlano a tutti: l’Iliade, l’Odissea e La divina commedia.

E perché non ci lasciano indifferenti?

Perché trattano le grandi domande dell’uomo: la lotta, l’amore, l’amicizia, la morte, la speranza.

E Dante come affronta questi argomenti?

Attraverso la poesia. Attraverso la poesia Dante immagina di fare un viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso che sono i tre mondi dell’aldilà cristiano.

Nel momento in cui comincia il suo viaggio Dante è stanco, confuso. La narrazione è bellissima ma io devo richiamare qui la tua attenzione su alcuni elementi della frase, in particolare sull’utilizzo dei tempi verbali. Lo so, significa massacrare Dante, chiedo venia (chiedo scusa). Però, siccome sono brava e non sempre cattiva o severa, ecco a te due link per goderti il racconto.

Dante rap anglofoni

Non ho trovato valide traduzioni per le altre lingue…

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Cosa ci dice Dante?

Avevo circa 35 anni quando, poiché avevo perso la strada giusta, mi ritrovai in una foresta buia.

Nel mezzo del cammin di nostra vita: a 35 anni

ritrovai: passato remoto di ritrovare, indica un’azione conclusa e lontana

selva oscura: foresta buia

smarrire: “perdere”, avevo perso la strada giusta; Dante si trovava in un periodo difficile in cui gli era difficile scegliere tra il Bene e il Male. Smarrirsi: perdersi.

Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura

Mi è difficile raccontarvi come era codesto bosco, terribile e spaventoso e, se provo a ricordarmi quest’esperienza, ho di nuovo paura.

selva selvaggia: figura etimologica, nome e aggettivo provengono dalla stessa radice

rinova: rinnova, noi lo scriviamo con due N. Rinnovare in questo caso significa. ” al solo pensarci ho di nuovo paura!”.

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del Ben ch’i’ vi trovai

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte

Io non so ben ridir com’i intrai

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Il ricordo è così spaventoso da essere simile alla morte ma in questo viaggio ho capito che cos’è il Bene e, per farlo capire anche a te, ti parlerò del Male, quello che per noi cristiani è Lucifero o Satana e per voi musulmani è Haràm. Io non ricordo perché mi trovavo lì, ero davvero molto confuso e così triste che avevo perso il senso della vita.

Come vedi tu stesso, continua l’utilizzo del passato remoto per cui, ormai, dovresti aver memorizzato la desinenza della prima persona singolare.

Guarda le parole evidenziate, si tratta di verbi: sono tutti indicativi ma cambia il tempo e, dunque, cambia il messaggio.

Trovai, intrai, abbandonai: passato remoto, azione lontana

Ma quali sono le altre persone? Esistono? Qui a Genova si usano?

Be’, tu intanto imparale.

ENTRARESCORGERESMARRIRE
Io entraiIo scorsiIo smarrii
Tu entrastiTu scorgestiTu smarristi
Egli entròEgli scorseEgli smarrì
Noi entrammoNoi scorgemmoNoi smarrimmo
Voi entrasteVoi scorgesteVoi smarriste
Essi entraronoEssi scorseroEssi smarrirono
   

I più…buffi…sono questi:

ESSEREAVEREFARE
Io fuiIo ebbiIo feci
Tu fostiTu avestiTu facesti
Egli fuEgli ebbeEgli fece
Noi fummoNoi avemmoNoi facemmo
Voi fosteVoi avesteVoi faceste
Essi furonoEssi ebberoEssi fecero

Gli altri verbi che vedi nelle terzine sono questi:

dirò: azione futura

era: imperfetto, azione continuata nel passato.

L’imperfetto, questo sconosciuto

L’imperfetto è semplice da coniugare ma quando si usa?

Mi piacerebbe semplificare e dirti che corrisponde all’inglese I used to ma, purtroppo, non è così.

L’imperfetto è un tempo verbale dei modi indicativo e congiuntivo. E’ una delle due forme di passato più usata nella lingua italiana, insieme al passato prossimo.

L’imperfetto è un tempo verbale del modo indicativo che serve ad esprimere un’azione continuata e prolungata del passato.

Se tu guardi sul sito della grammatica italiana trovi questo, te lo riporto così studi più agevolmente:

  • I verbi in –ARE hanno una A nella parte del verbo che cambia Es: io parl + A + vo
  • I verbi in –ERE hanno una E nella parte del verbo che cambia Es: io prend +E + vo
  • I verbi in –IRE hanno una I nella parte del verbo che cambia Es: io part+ I + vo

Usiamo l’imperfetto per:

  • descrivere una situazione continuativa
    • Il tempo era caldo e umido
  • Fare una descrizione psicologica, parlare di sentimenti ed emozioni
    • Non è venuta alla festa perché era triste
  • Parlare di un’abitudine, di qualcosa che avveniva con regolarità
    • L’estate, da bambino, andavo sempre al mare
  • Dopo la parola “mentre”
    • Mentre camminavo per strada ho incontrato Nicola
  • Parlare di azioni continuate, non limitate nel tempo o non concluse
    • Il mio cane era nella sua cuccia e dormiva tranquillamente
  • Raccontare un sogno
    • Ero in mezzo alla strada, incontravo persone che conoscevo ma che non ricordavo…

Molto spesso in italiano utilizziamo l’imperfetto al posto di altri verbi considerati esatti dall’italiano più formale. Vediamo qualche esempio:

  • Usiamo l’imperfetto al posto del presente indicativo o del condizionale per rendere meno forte una richiesta:
    • Volevo prenotare una camera per due notti ANCHE SE è meglio VORREI prenotare
  • Scegliamo l’imperfetto dell’indicativo al posto del congiuntivo trapassato e del condizionale passato per esprimere un’ipotesi irrealizzabile
    • Se mi chiamavi, ti aspettavo per mangiare (frase corretta: se mi avessi chiamato, ti avrei aspettato per mangiare).

E ora a te!

Esercizio

Esercizio 2

Stasera ti mando le fiere e Virgilio…


Chegue, operazione Pandora-giallo distopico

Chegue è bagnato, disperato, arrabbiato:

<<Dio quanto piove! Pur di non farmi stare al computer, quei due folli mi fanno lavorare sotto l’acqua! Che estate di merda, che estate di merda! Che poi che faccio di male? Gioco a Shadow’s War, come tutto il resto del mondo. Mia madre questa cosa qui non la può proprio capire, sono troppo lontano da lei.

Lei è una guerriera?

No, io sono un guerriero e questa vita mi fa schifo. Il vecchio mi costringe a lavorare, vuole che io faccia una vita uguale alla sua: caffè e partito. Che poi, che democrazia è il Partito? Cambia il nome, cambiano le facce in TV; ci illudiamo di eleggere ma poi vincono sempre Loro. Loro chi? Dice Low Snow. Non lo sa nessuno. La democrazia della mediocrità.>>

L’acqua aumentava, non dava tregua. Chegue si chiese se piovesse anche sopra il ponte, nella Città dei Superi, o se lassù fosse stato eliminato anche questo inconveniente. Ricordava che, quando era bambino, la città aveva un assetto completamente diverso: non c’erano ponti di vetro che inneggiavano alla Trasparenza.

Trasparenza? Una volta aveva visto un film di infima categoria sull’argomento, il concetto però non era malvagio: trasparenza come sinonimo di controllo.

<< Io sono un guerriero, su Shadow’s War e nella vita! Mi ha accusato di razzismo mio padre, solo perché ho tirato un pugno a un negro; il fatto che avesse le mani sul culo della mia compiacente sorella non ha sconvolto i miei, assurdo. Secondo me gli brucia la mia militanza, non il mio debito scolastico.>>.

Chegue lavorava con rabbia e si chiedeva perché gli adulti che lo circondavano fossero così stupidamente distruttivi: lo consideravano un bambino nonostante lui avesse già avuto le sue prime esperienze, lo consideravano un fallito perché non aveva la media del dieci. Lui, figlio di una professoressa in carriera, si era permesso di avere il debito d’italiano!

Nessuno si era posto il problema del perché i suoi temi fossero stringati; gli avevano detto che non sapeva scrivere, che avrebbe dovuto crearsi delle mappe concettuali ma la verità pura e semplice non l’avevano capita: non aveva nulla da dire a quella professoressa! Non che fosse cattiva, era pure carina ma, Chegue questo non poteva proprio accettarlo, era imbelle. Come tutta la sua categoria. I professori si sentivano fortunati perché il Governo pagava loro la casa, i libri, la divisa. Lo stipendio invece serviva per cibo e bollette; i più furbi, come la mamma di Malù, avevano un doppio lavoro. E infatti Malù aveva abiti firmati e se la tirava da artista: Chegue lo odiava e il colore della pelle non c’entrava proprio nulla.

<< Io voglio combattere e voglio ribaltare questo Paese che mi opprime, che si sta spegnendo! E dire che mio padre mi ha infarcito la testa di Avengers ma ora si lamenta! Voglio lo Stato Sociale, lo ammetto! Altro che uguaglianza, comunismo e cristianesimo. Voglio lo Stato Sociale e basta. Ma questo i miei, che mi hanno chiamato addiritture Chegue, non lo possono accettare. Voglio un leader che si veda, un esercito in cui arruolarmi, una terra al sole da coltivare, una donna bella ed obbediente. Il resto è merda! Io sono un guerriero, un figlio del Sole.>>

<<Chegue! Muoviti che ci stiamo scolando, dai; passami quei cartoni!>>.

<<Dove li portiamo?>>.

<<Lì, in magazzino; dai veloce che tu te ne vai a casa! Troppi tuoni, troppi lampi. E quel ponte è sempre più usurato. Sai, mia moglie non lo vuole mai percorrere, le dà ansia! Va’ a casa, non sia mai che abbia ragione!>>.

<<Il ponte è orribile!>> pensa Chegue << Mi chiedo come si possa concepire un’opera del genere! C’è tanta ingiustizia su quel ponte: sopra chi produce, sotto chi non ha nulla; ovviamente noi siamo quelli che stanno di sotto!

Forse non siamo proprio gli ultimi perché, sotto di noi, c’è il ghetto: una città sotterranea, priva di luce solare, in cui l’odore di panni umidi si mischia a quello del vomito dei tossici.>>

Un lampo illumina di mille colori il ponte di vetro che diventa bellissimo, la luce lo percorre come un’onda danzante e lui lo guarda. Poi è di nuovo rabbia: quel ponte va distrutto. Perché lì sotto e nella città sotterranea si sta troppo male.

<<La città sotterranea…ci accompagno ogni tanto Rob che spaccia Fentanyl e MDMA.

Vuole che lo copra, dice che lì ci vive gente poco raccomandabile. Quando gli faccio notare che lo spacciatore è lui, Rob mi rimprovera>>.

<<E’ il MILP che mi ha offerto questo lavoro, sono in regola e anche loro sono in regola! Lo spaccio è cosa antica, se ci fosse stato il Governo Trasparente qualche anno fa, mio padre non sarebbe morto in carcere ma sarebbe stato considerato un imprenditore.>>

<<Ti sei mai chiesto, Rob, perché questo traffico sia legale solo nel ghetto sotterraneo?>>

<<Così dice la legge e io ci guadagno: non mi pongo domande, c’è chi pensa per me e, quando avrò tanti soldi, andrò a vivere sopra il ponte in una casa esposta a sud est, ho bisogno di sole.>>

Chegue si chiede che cosa lo renda amico di Rob, a parte le grandi fighe che rimorchia ogni sabato sera. Eppure, nonostante il fatto che lo ritenga un cretino borioso, spesso si ritrova ad accompagnarlo nella sua singolare attività.

Guarda il ponte, vorrebbe che cadesse, quel mondo precluso ai più, in mille frantumi. Una volta è andato in gita con la scuola nella Città dei Superi, è un posto incredibile e pieno di fontane colorate; le case sono in vetro e, sopra il tetto, hanno giardini ricchi di frutteti. Arrivare lassù è l’obiettivo di chiunque:

<<… anche di mia madre che, da quando il MILP ha bandito il concorso per dirigenti, non fa altro che studiare.

Le dico di lasciar perdere ma lei ritiene che con lo studio si possa conseguire qualsiasi risultato. Lei e mio padre sono convinti, come tanti della loro generazione, di vivere in una democrazia ma non è così.

In effetti, rispetto a quando ero piccolo, in apparenza non è cambiato nulla, a parte la città, ma la sostanza è profondamente diversa: quello che io chiamo Stato è poco più che un distretto; lo ha detto Jam ‘u Tuz, lo you tuber che seguo>>.

Più che un ponte quello che prima o poi cadrà pare un tempio: ordina e dispone.

Ennio entra nel magazzino, io scendo verso il negozio di Sergio, forse ha bisogno di un aiuto.

Entra.

Da quando ha litigato con i suoi, quella per lui è una seconda casa. Sergio non è un semplice rigattiere: recupera mobili in disuso e, a suo modo, li restaura. A suo modo è un artista incapace di dimenticare il mondo in cui è nato: l’Argentina.

Così carteggia, dipinge e lucida seguendo le venature del legno. I mobili riacquistano vita, Chegue lo aiuta, gli cura il sito e impara qualche lavoro utile. I suoi non lo sanno perché Sergio è addirittura peronista mentre i suoi sono di Sinistra. Anche se suo padre si finge inglobato nel Partito, non riesce ad abdicare dalle sue posizioni.

<<La Sinistra, a casa mia, è come la Chiesa: può aver fatto qualsiasi cosa che viene percepita come sacra. In effetti, ultimamente, è addirittura ieratica e la vedo dissolversi in un mosaico privo di dimensioni.

Wow! Che parolone. Con i miei non mi escono, non se lo immaginano neppure che mi piacerebbe fare il critico d’arte: intelligente e maleducato perché me lo potrei permettere data la mediocrità del mondo.

La mediocrità: il vero danno della democrazia è stata la mediocrità. Rob ha ragione: non bisogna permettere a tutti di pensare, certa gente non è in grado di pensare ma è solo capace di eseguire.

Per questo ho scelto I figli del Sole!>>

<<Buongiorno mio giovane camerata!>>

<<Buongiorno Sergio!>>

<<Che ne dici di un caffè caldo?>>

<<Mi ci vuole.>>

<<Allora, sei sempre in punizione?>>

<<Dai, non prendermi in giro! Sono l’unico sfigato che lavora in una giornata simile. Senti, ti aiuto a tirare dentro i mobili.>>

<<Già, da solo sarebbe stato impossibile. Ti sei riappacificato con tuo padre?>>.

<<Mio padre è uno di quelli con la verità in pugno: si può discutere con uno così? Qualsiasi cosa io dica è sbagliata.>>

<<E tua madre?>>.

<<Mia madre studia, si è convinta di poter superare il concorso.>>

<<Be’, la prima parte l’ha passata.>>

<<Se è per questo l’ha passata anche Greta!>>

<<La madre del negro?>>

<<Sì. E’ chiaro per me: si tratta di una finta per illuderli della possibilità di avanzare nella scala sociale ma non sarà così.>>

<<Cosa te lo fa pensare?>>

<<Il cervello>>.

Rosa J.Pintus


Operazione Pandora: Greta, giallo distopico

Greta lavora in un locale notturno…giallo distopico di Rosa Johanna Pintus

Greta li vide mentre Katia le sistemava sulla schiena la cerniera del tubino magenta:

<<Ormai sono sempre qui, qualcuno è innamorato di te.>>

<<O di te, Katia, che balli divinamente.>>

<<Non credo, sono troppo fini per il mio genere.>>

Greta cercò di non ridere, si stava facendo il contorno labbra ed era già in ansia per l’operazione più difficile: le ciglia finte.

<<Katia, ti prego! Non farmi ridere mentre mi trucco, è sleale!>>

<<Lascia stare tesoro! Te le sistemo io. Ma che problema hai con le ciglia?>>

<<Che se mi tolgo gli occhiali non vedo l’attaccatura!>>

<<Non ho mai capito come tu riesca a incantare il pubblico con sguardi ardenti senza vedere nulla!>>

<<Non sono miope, sono astigmatica.>>

<<Dai, andiamo.>>

Dei tre uomini entrati nel locale, pensò Greta, il capo doveva essere quello a sinistra, il più panciuto, con i peli che lottavano per spuntare dai gemelli; portava la fede ma pareva interessato alle avventure, un piccolo vezzo che probabilmente gli era concesso da una moglie già abbastanza soddisfatta dalla posizione economica. Gli altri due erano più giovani di una decina d’anni: quello coi capelli neri, ben rasati ma non eccessivamente corti, aveva un sorriso da squalo mentre l’altro, il biondo, si atteggiava a bel tenebroso con il ciuffo mosso che gli cadeva sugli occhi e l’abbigliamento alla Dick Tracy.

L’uomo dei gemelli estrasse alcuni fogli dalla ventiquattrore e i tre cominciarono a confabulare in maniera concitata; Greta non riusciva a capire se appartenessero al mondo dell’alta finanza o a quello della politica, li temeva per istinto ma se li ritrovava lì ogni sera.

Il padrone la chiamò:

<<Ascolta, Greta, mi hanno chiesto di te.>>

<<Chi?>>

<<Quei tre; portagli un po’ da bere.>>

<<Io non faccio la cameriera, io canto!>>

<<Professoressa, se vuoi mantenere il posto, fai come ti dico perché quelli sono del Ministero e io non voglio casini!>>

<<Di quale ministero?>>

<<Del MILP!>>

Greta non commentò, il MILP era il ministero dell’impiego e del lavoro, braccio destro del Governo della Trasparenza e aveva il potere di innalzarti o ridurti allo stato di paria.

La donna non poteva rinunciare a quel lavoro, le serviva per arrotondare lo stipendio e per poter aiutare suo figlio; il ragazzo, pur senza una figura maschile, era cresciuto con sani principi e, come lei, aveva dimostrato fin da piccolo una forte passione per la musica. Ora, a vent’anni, veniva chiamato a suonare il sax nelle più famose località turistiche, complice del suo successo erano quella chioma saracena e quegli occhi verdi che parevano stregare il mondo. Questi viaggi erano però incompatibili con lo stipendio di Greta, insegnante di musica presso una scuola media, e con lo stipendio del figlio perché un conto è essere famosi, un conto e essere ricchi; così lei aveva continuato a cantare e a farsi pagare in nero da Oscar, padrone del locale.

Nei momenti di sconforto ripercorreva le tappe della sua vita: ragazza- madre con un figlio mulatto in un Paese razzista.

Concepito in un villaggio turistico quando lei aveva diciassette anni, Malù era figlio di un cameriere nigeriano che Greta aveva amato follemente; dopo l’estate i due non si erano più visti perché Samson, non riuscendo ad ottenere il permesso di soggiorno, aveva chiesto asilo politico in un altro Stato.

Greta aveva comunque deciso di tenere il bambino e di utilizzare in modo più commerciale il proprio corpo perché, finché si dà del proprio, tutto è lecito.

Con gli anni la sua vita aveva preso una piega migliore: era riuscita a laurearsi e a superare il concorso per l’insegnamento ma lo stipendio le consentiva di vivacchiare, non di vivere.

Portò i cocktail al tavolo e il biondo le posò subito la mano sulla gamba. Greta si irrigidì ma quello, come se il suo ardire fosse legittimo, le chiese:

<<Cosa mi canti stasera, Greta?>> e la mano salì ad accarezzarle i fianchi.

<<E’ una sorpresa, signore. Se mi lascia, posso andare a prepararmi.>>

<<Ci vediamo dopo,cara.>>

Greta gli sorrise, turbata e infelice.

<<Una bella bambola, non c’è che dire;>> disse l’uomo grasso <<ma credo che ti darà picche.>>

<<Forse stasera sì; tuttavia saprò convincere Oscar in modo adeguato.>>.

<<Lavoriamo ragazzi! La fase uno è conclusa e qui ci sono i nomi dei concorrenti passati: 9000 e ne devono restare 2370 per il settore educativo e 1000 per la Sanità. Idee? Commenti?>>.

Il biondo si tolse gli occhiali da miope e guardò il capo: <<Se togli i posti già assegnati, ne devono restare cinquecento: duecento per la Scuola e trecento per la Sanità.>>

<<E’ vero, Louis; 500. Ma quali?>>

<<Rudolph, hai fatto un ottimo lavoro con quei social, li possiamo osservare da vicino e decidere con calma; basta dare prove abbastanza generiche che possano essere svolte da tutti.>>

<<Bisogna essere scaltri>> disse Louis, il biondo, <<sono persone preparate, se sbagliamo qualcosa se ne accorgono.>>

<<Non mi dire che temi quattro inermi professori! Se anche se ne accorgessero, cosa potrebbero fare?>>

<<Per un aumento stipendiale? Qualsiasi cosa!>>.

Greta cominciò a cantare con quella sua voce morbida e sensuale:

<<Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root >>

<<Assolutamente fantastica>> disse Rudolph <<corpo e voce sono un unicum, vecchio mio!>>.

<<Il jazz è poesia; quella donna poi m’incuriosisce: sembra così sola, così fragile!>>

<<Fragile? Te la immagini così? Quanto sei lontano, amico mio!>> disse l’uomo grasso.

<<Perché? La conosci?>>

<<Se non erro, quella è Greta Hembert, l’insegnante di mio nipote.>>

<<E che ci fa qui?>>

<<Cerca di vivere. Come fanno molti altri.>>

continua…


La metafisica della lingua e la democrazia

La lingua è una questione metafisica?

Ho riflettuto su questo,ultimamente, poiché punzecchiata da insigni docenti per l’uso improprio, a loro dire, del condizionale.

Il casus belli è stato provocato da una lettera pubblicatami da Orizzonte Scuola riguardo il concorso per il reclutamento dei dirigenti scolastici.

Di tale lettera, della quale ho inserito il link per non essere prolissa, mi viene contestato il seguente periodo:
Che il concorso non sia stato trasparente è innegabile: ci sono le prove, ci sono due inchieste dell’Espresso e non credo che professionisti simili scriverebbero il falso.

La risposta immediata della controparte è stata:

Lei non sa usare il congiuntivo.

Mi pareva abbastanza chiara la mia intenzione di sottintendere la protasi se non avessero prove certe, ma evidentemente non è così: la nostra società è fragile, se non vede certezze non le può afferrare e le sinapsi faticano a cogliere ciò che non viene esplicitato.

Però, in questo caso, chi mi ha attaccato, non è uno sprovveduto ma è una persona che sicuramente sa di latino.

Tuttavia io non ci sto a passare per una che non sa il congiuntivo: io adoro il congiuntivo perché, in una società ricca di false certezze, è un modo verbale che esprime incertezza e possibilità.

Secondo l’antagonista quel condizionale è un errore, anzi, un orrore.

Perché?

Come sempre in questi casi mi viene in soccorso Tullio De Mauro che col trattato “L’educazione linguistica democratica” provoca il crollo dell’Accademia della Crusca.

La lingua, secondo De Mauro, è biologicamente flessibile in virtù della sua componente diastratica, diafasica, diamesica.

Però, ed è questo lo spunto interessante del linguista, le classi dominanti hanno interesse a difendere la staticità, l’immobilità della lingua scritta riportata per motivi di sintesi sulle grammatiche.

Non c’è nulla di più facile che ridurre la grammatica a un mero esercizio di potere, a fare segni blu sono capaci anche gli insegnanti meno preparati.

Un insegnante non studia la grammatica, studia il Devoto, il Radice, il De Mauro e fa riferimento alle Dieci Tesi, documento più che mai attuale in una società come la nostra.

Seguire una forma pulita, asettica, morta e limitarsi a riempirla di contenuti non è difficile, è un puro esercizio di esecuzione che ho portato avanti per i cinque anni di liceo classico.

Poi ho scoperto Virginia Woolf e il suo Orlando, James Joyce, Anais Nin e Christa Wolf e mi sono resa conto che la potenza espressiva di una prosa spezzata, strappata, rivoltata è maggiore rispetto a quella di un periodare perfetto.

Certo: bisogna saperla usare, avere gli strumenti per interpretarla ma non tutti li possiedono, neppure nel corpo docenti.

La perfezione della forma è la negazione della letteratura: Verga, Manzoni, lo stesso Camilleri usano una prosa codificata?

Non mi pare: giocano con le parole, danno voce ai personaggi, descrivono-attraverso l’uso consapevole della lingua-gli ambienti.

Infine rispondo alle ultime accuse: quella di esprimermi per pensierini, di non saper interpretare un testo, di essere l’esempio di una classe insegnante mediocre.

Verificare se il compito scritto risponde alla costituzione di un formulario statico è cosa che può ottenersi agevolmente: ciò nasconde la necessità di adeguarsi alla necessità linguistica della classe dominante. Si tratta però di una tendenza all’addestramento monolinguistico che però è arbitraria e deriva dall’esigenza di classificare il tutto.

Questa è una comprensibile e apprezzabile necessità, non la verità.

Il glottodidatta monolinguista lo sa ma tace.

De Mauro usa parole difficili, volutamente provocatorie; critica la tendenza degli insegnanti e dei linguisti a presentare l’ideale platonico della lingua senza sottolinearne le potenzialità espressive e senza analizzarne il contesto sociale.

Mediocri, per conto mio, sono quegli insegnanti che si limitano alla lettura dei manuali o delle antologie.

Mediocri sono quegli insegnanti che spiegano gli autori senza averli mai letti.

Mediocri sono quegli insegnanti che non vedono l’errore come parte di un percorso di apprendimento ma scherniscono gli allievi nelle loro debolezze e li umiliano.

La lingua perfetta tranquillizza i conservatori e i mediocri, la lingua in evoluzione è espressione di democrazia e di ricerca.

La pretesa di una lingua statica, spesso incomprensibile, ha ucciso in questo Paese la democrazia e ha aperto le porte agli slogan semplificati e ha consegnato il Paese ai peggiori populisti.

Rosa Johanna Pintus


La favola dei topi e del formaggio

A Valerio Mancuso con affetto.

Prima di raccontarti la favola dei topi e del formaggio, caro Valerio, voglia tu apprendere in quali circostanze l’ho ascoltata e capirai come le ragioni di un ricorso o di un esposto possano essere valide e giuste.

E anche se la necessità ci conduce ad essere gli uni topi e gli altri gatti, le mosse dei padroni risultano essere dettate dalla casualità e non da un’attenta analisi dei fatti.

Così chi viene coccolato prima, non è raro che cada in disgrazia poi.

Il mio professore di greco era un tipo del tutto singolare: serissimo nello svolgere la materia, ferreo e giusto nei voti, inveiva però contro quella maledetta norma che gli impediva di fumare in classe.

Sicché, ora per sfida ora per impellente necessità, soleva tenere un mozzicone appena spento tra le labbra pregustando l’agognata pausa sigaretta.

Ed era così pregno di nicotina che lo avevamo nominato Baffo Giallo.

Non che questa fosse la sua unica particolarità: amava tradurre ma detestava assegnare i temi perché lì gli studenti divagavano in mille discorsi : preferiva l’aoristo che leniva ogni male.

La sua avversità per la prova scritta d’italiano era manifesta già dai titoli, si variava da “E’ meglio illuminare un angolo buio che una pagoda cinese di cinque piani” a “Spingere una canoa nella melma non è così difficile quanto sembra” fino al più temibile di tutti: “Pizza pazza cerca pizzaiola“.

Fu un titolo che io, quattordicenne con gli occhiali e la faccia da bimba, depressa già dal fatto che le mie compagne avessero le tette ma soprattutto il ragazzino, accolsi con un gran pianto.

Fu lì che capii il valore rassicurante dell’aoristo sigmatico.

Fu in quel caso che Baffo Giallo mi disse: <<Suvvia, signorina, non pianga! La conosce la favola dei topi e del formaggio?>>

E, come insegna Esopo, comincio così:
λέγεται …si narra che due topi molto ingordi avessero visto una pentola piena di latte. Spavaldi e veloci, nonostante il gatto di casa ancora non dormisse ma si facesse coccolare dalla padrona, decisero di agire.

<<Prrrr, prrrr>> godeva il gatto, <<Bello micione>> diceva la padrona beandosi e perdendosi in quel pelo folto e lucido.

Rapidi i due soci riuscirono a spostare il coperchio ma il gatto rizzò la coda in allerta per gli insoliti scricchiolii della cucina.

Quelli, spaventati, facendo leva con il muso, lo fecero cadere e il rumore richiamò il peloso gattone.

<<Mmeeeeo>> disse il gattone, <<Squiiiit>> gridarono i topi terrorizzati, <<Splash!>> fece il latte.

La padrona vedendo tutto a soqquadro redarguì il gatto.

I topi lo sbeffeggiarono e risero perché la donna, sicura e boriosa, accusava il gatto per il coperchio rotto ma non guardava la pentola.

Sazi e satolli per il latte ingurgitato, dopo un po’ i due topi provarono ad uscire dal loro nascondiglio; il volume del latte si era però abbassato sensibilmente e le pareti del pentolone erano lisce.

<<E adesso come facciamo?>> chiese il primo piagnucolando.

<<Nuota, nuota: il dio Topolòn non ci abbandonerà.>> rispose l’altro che da sempre rispettava i sacri riti.

Così, lentamente, il latte si tramutò in formaggio e i due topi poterono uscire con un balzo e portarsi un piccolo pasto a casa.

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι (la favola insegna che) nelle circostanze avverse non bisogna perdersi d’animo ma occorre lottare uniti.

Oh be’, Baffo Giallo aveva narrato il tutto in due parole ma oggi questo sarebbe lo svolgimento di quel tema.

Cosa scrissi allora? Non ricordo. Certo è che Baffo Giallo mi ha insegnato a scrivere e di questo gli sono grata.

Rosa Johanna Pintus


Vittorio Zucconi, à toute a l’heure-PoliticaCultura

Cosa potrei dire per ricordare Vittorio Zucconi? Forse in certi casi, essendo il defunto uno scrittore, è meglio lasciar parlare lui:


Il suo corpo è diventato erba della Prateria e solo il suo spirito vive. Io voglio essere con il suo spirito, non con le sue ossa.

E a quale libro appartiene questa citazione, ve lo dico dopo.

Mi sono innamorata della voce cartavetro di Vittorio Zucconi un pomeriggio, a Velva.

Ero solo una ragazza che leggeva libri, non perché mi piacesse realmente leggere ma perché ero troppo timida per giocare ai corteggiamenti. Il sesso lo imparavo da Ken Follet: era un sesso proibito che nascondevo nelle copertine di libri più tiepidi e, del resto, se si ha un maschio vivace come fratello, l’attenzione dei genitori non è sulle letture della figlia modello.

Sia Ken Follet sia Zucconi scrivevano di guerra fredda e libertà e mi parevano, in qualche modo, legati da una pari curiosità verso l’URSS e verso gli Usa.

Curioso, alla voce di Vittorio non collegavo alcun volto così come al viso di Ken Follet non riuscivo a dare alcuna voce.

Ciò che constatavo, estate dopo estate, era la mia personale maturazione intellettuale, non quella fisica, nonostante le foto che mio fratello mi faceva per darmi fiducia e per dimostrarmi che non ero l’ultima delle rane.

Ma in tempi in cui non esisteva instagram questa cosa, e cioè che non ero una rana, non poteva neppure essere testimoniata dai social!

Così restavo lì a consolarmi di voci e parole lontane mentre le altre ragazze si baciavano e vivevano d’amore.

Vittorio Zucconi era uno che aveva avuto coraggio: il coraggio di imparare profondamente una lingua diversa dalla sua, il coraggio di andarsene da uno Stato troppo stretto e molto vicino a deteriorarsi.

Fu, a suo modo, immigrato senza passare per Ellis Island e divenne naturalizzato americano.

Riuscì a vivere di scrittura, a essere giornalista a tempo pieno.

Scrisse romanzi dal linguaggio diretto, semplice, essenziale, preso forse dalla scrittura anglosassone: paratattica come una sceneggiatura.

Forse perché amava usare gli articoli di giornale per comunicare con gli adulti e i romanzi per parlare ai ragazzi.

Acuto, già in ““>Gli spiriti non dimenticano” racconta l’epopea dei Sioux e il destino di un popolo costretto a rinunciare alle proprie tradizioni:

Fratelli della Grande Prateria, ora voi dovete ricominciare la vostra vita e dimenticare gli insegnamenti dei vostri padri. Per diventare come l’Uomo Bianco e per imparare a vivere nel suo mondo, dovrete imparare ad accumulare cibo e ricchezza solo per voi stessi, e dimenticare i poveri e gli altri uomini, che non sono fratelli ma selvaggina da cacciare. Dovrete costruirvi una casa di legno e di pietra, e, quando la vostra casa sarà costruita, dovrete guardarvi intorno e cercare quale altra casa e quali ricchezza potrete portare via al vostro vicino. Perché questa è la maniera dei bianchi e questo è il mondo nel quale il nostro popolo ora dovrà imparare a vivere e sopravvivere.

Non è un caso che Vittorio si sia spento in questo momento d’italica barbarie,

à tout à l’heure…ora cavalcherai nelle praterie dei Sioux.


Silvia, do you remember?-politicacultura

Silvia, do you remeber…?” Mi sono trovata così, quasi per caso, a raccontare “A Silvia” ai miei allievi anglofoni e a osservare la comune radice di “rimembrare” e “to remember.”

Sono andata avanti nella lettura e nella traduzione della poesia. Perché distruggerla con una banale parafrasi in un italiano semplificato, orribile, lontano da qualsiasi poesia quando la lingua inglese le rendeva giustizia?

Silvia, do you remember when you was in life?

Il mio inglese è come il loro italiano, un po’ mi arrampico sugli specchi per tradurre e quindi dico:

Maybe: the moment in your mortal life.

Mi guardano perplessi e una ragazza afferma: she’s dead; so Liopard remember.

La traduzione diviene corale: sono tutti affaccendati e pare di trovarsi in un suk culturale in cui i nigeriani impongono il tono di voce, i francofoni sussurrano, gli ispanofoni e l’unico italiano si consultano e sono irrimediabilmente romantici:

Ma proffe, dice l’italiano, si amavano, no?

E chi lo sa! Not given! Ognuno è libero d’immaginarsi la sua storia, la sua Silvia e il suo Giacomo anzi potremmo…

Nooooo! No maestra scrivere questa storia come per Rinascimento!

Quando spiego letteratura in inglese o in francese taluni dissentono; in realtà questo metodo è utile per aiutare gli Italiani nel loro percorso di crescita: nella scuola tradizionale è di moda la CLIL, e noi-in CLIL costante- siamo fashion!

Lo dico sempre agli Italiani, in genere ragazzi a rischio dispersione (anzi, dispersi recuperati) che non hanno conseguito il diploma nella secondaria tradizionale: dovete svezzarvi con le lingue, fate pratica, non è detto che troviate lavoro qui.

Il CPIA non è una colonia allofona nel nostro Paese, è occasione di crescita corale per un intero territorio. I motivi che mi ha spinto a insegnare in questa scuola sono stati proprio la possibilità di utilizzare lingue altre, di confrontarmi con adulti su differenti visioni di vita.

Li faccio parlare in italiano, li faccio scrivere in italiano ma letteratura, arte e storia vanno affrontati in un altro modo: non si può ridurre il programma, occorre ampliare le conoscenze!

Urge, nell’integrazione, non limitarsi ai riflessivi.

Come?

Attraverso la lingua di chi si ha di fronte, perché quelli che hanno avuto la possibilità di studiare siamo noi e non loro.

Occorre, in itinere, accettare l’errore di ortografia se dietro c’è il pensiero; e le griglie? E l’esame? E che? E che? E che?

Non accettare l’errore, condannare l’errore, scandalizzarsi verso chi non capisce non è giusto: non vale la pena attraversare il deserto e il mare per scrivere ” sogno” e “sognio”, vale la pena di avere la chiave per accedere a Leopardi.

Se non lo si riconosce, l’italiano diventa quella siepe “che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Silvia, do you remember?

Et voilà, arriva il difficile e invoco lo Spirito Santo:
O Natura, o Natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Ehm… Nature for him is…

Guardo il francofono che conosce l’inglese e dico belle-mère e lui dice “ah, oue, mais pourquoi?

Elle n’est pas bonne, elle est dangereuse; mais elle ne veut pas etre dangereuse, she doesn’t care about anyone.

L’anglofono che capisce il francese-vivono insieme- dice: stepmother! Sì, ma ora bisogna spiegare perché. Se non riesco a tradurre, devo almeno spiegare il concetto chiave!

Leopardi non credeva in Dio, he didn’t believe in God.

Oh my God! You mean like old Greeks?

No! He thinks that God is illusion. Every things for him is illusion. Dio non c’è per lui: c’è la bad Nature e c’è la mente umana, human mind. Lui è hungry con la natura.

“Oh, he was poor!” ” No, perché è povero?””Allora perché ha fame?””No, he was in rage!” “Oh, maestra, you mean angry”.

Touchée. Quella parola lì la sbaglio sempre, alla fine ci siamo capiti. E andiamo avanti, fino alla conclusione, fino a capire che per Leopardi there is Nature and there is Mind.

Only the mind is not an illusion but only the mind creates illusions perché “io nel pensier mi fingo”.

Ma questa è un’altra storia ed è la prossima lezione.

E’ difficile anche in inglese, dice uno studente, it’s not a song (e siccome è un rapper aggiunge: oh…shit! detto sht perché non vuole farsi sentire ma scoppiamo tutti a ridere).

Non è una canzone, non è una canzone; sono pensieri, philosophie!

Lo dice un francofono, uno che ha studiato e che viene a scuola quando può perché la Comunità non gli paga più l’abbonamento dell’autobus. Ha cambiato tre comunità quest’anno: una perché è diventato maggiorenne, le altre due perché questi ragazzi vengono spostati come pacchi e l’unico elemento di continuità che hanno è la Scuola.

La canzone è il povero Pascoli con il suo ritmo e con la sua siepe che invece protegge e chiude.

Come l’Italia, che chiude i suoi porti.

“La terraferma Italia è terra chiusa” scrive Erri De Luca.

Rosa Johanna Pintus