La Liguria e l’Appennino

Silenzio, si respira silenzio oggi in alcuni paesini della Liguria, ma nessun silenzio è muto.

Guardiamo, cogliamo lembi di paesaggio dalle nostre finestre: spicchi di sole e di pietre che parlano, che si raccontano.

Ci chiediamo che  cosa fosse la Liguria in passato, prima della fitta schiera di palazzi che ora occupano le sue colline, prima dell’affollarsi di chioschi sulle spiagge o del mare rubato dal cemento per il dio acciaio, prima dei ponti che furono.

E osservando finalmente la nostra terra ci rendiamo conto di una frastornante verità: la campagna grida.

In effetti nel nostro paesaggio si impongono due linee maestre:il profilo costiero e il profilo montuoso:profili  intersecati, abbracciati, stretti, quelli che Nino Durante, scrittore praino, definisce “di verde e d’azzurro”.

E la linea dominante è quella appenninica, non quella costiera benché la costa sia la parte più conosciuta.

Non solo: l’entroterra, visto dall’alto, appare selvaggio, aspro, regredito, talvolta abbandonato.

La fascia costiera risulta solare e splendida alle estremità di Ponente e di Levante, grigia e fortemente urbanizzata nelle zone di Genova e Savona.

Ogni paesaggio, si dice in architettura, ha un proprio genius loci, intriso di storia e di natura, perché storia e natura si compenetrano e divengono una cosa unica.

E qual è il genius loci della Liguria? E’ la riviera mediterranea, quasi come se i potenti monti venissero calamitati dall’esile costa e proiettati sul mare.

Il genius loci della Liguria, pensate,  ha affascinato Vidal de la Blache (1845-1918), un geografo francese, fondatore della moderna geografia umana.

Modello mediterraneo è la zona ligure che la terminologia popolare ha distinto col caratteristico nome di riviera:

riviera di Ponente da Genova a Sanremo, riviera di Levante da Genova a La Spezia.

Ma la vera protagonista della Liguria non è la riviera, è la montagna; questa chiude la costa, la avvolge e sui versanti digradanti verso il mare si vede emergere tra piantagioni e boschi  d’ulivi il borgo principale, collegato alla spiaggia da sentieri a gradini scalati da asini.

Velva, anticamente Veleura, Liguria di Levante

Fernand Braudel, uno dei massimi storici del Novecento francese (1902-1985) ha colto proprio la natura imponente e arcigna della montagna mediterranea.

“Lo spessore della montagna ci presenta un mondo arroccato, irto di baluardi, con le sue rare case sparse e i suoi villaggi, i suoi nord verticali che contrasta col paesaggio urbanizzato che si estende lungo i margini costieri.”

Braudel dunque non percepisce l’abbraccio tra montagna e mare ma il contrasto dato da due elementi opposti, in equilibrio tensivo, costretti a convivere.

Volontari dell'”Associazione Veleura”, giovani compresi, coadiuvati dall’Associazione di Chiavari “Le pietre parlanti”, in azione su sentieri dimenticati

Naturalista francese, anche De Saussure (1740-1799) vive l’estremo contrasto tra la straordinaria bellezza della fascia costiera orlata da una successione di campagne e sedi umane armoniche che formano un’unica città mentre la montagna, senza ordine, e direzione si presenta talvolta con aspetto orrido e triste.

In realtà, nonostante la diffidenza del De Saussure, l’Appennino Ligure brulica di storia, una storia che rende evidente il contrasto tra uomo e natura, impossibilitati a vivere in armonia.

Le nostre montagne sono state abbandonate dai giovani già nel 1930: la città offriva salario fisso e orari di lavoro apparentemente meno massacranti del continuo terrazzamento dei terreni, della zappa,delle braccia stanche e della pelle arsa dal freddo e dal sole.

Fausto Figone, storico di Castiglione Chiavarese, sottolinea in E’ tempo di migrare come la crisi della civiltà contadina in Val Petronio porti a una migrazione ben più definitiva di quella verso le Americhe: l’abbandono delle campagne liguri pare irreversibile e i sentieri costruiti dagli uomini di un tempo sono stati invasi dai rovi.

Risultati immagini per fausto figone
Fausto Figone, scrittore in jeans

Con il recente lockdown qualcosa è cambiato: le persone, in particolare le famiglie, si sono rese conto del ruolo vitale e importante dei paesini liguri.

E’ il caso di Cristina Torrisi, attualmente presidente della ri-nata Associazione Veleura. Rinata, perché non è mai morta l’Associazione, curata dall’instancabile Giorgio Raggio che ha dato supporto e aiuto per l’organizzazione di festival letterari quali In Velva Litterae.

 

Cristina, la donna in cui quasi per caso cade il punto di fuga di questa foto, è rimasta bloccata a Velva con marito e figli quando il presidente Conte ha annunciato il lockdown.

“Mio Dio, ho pensato, come faccio?” A Velva non c’è neppure un emporio, l’ultimo ha chiuso alla fine degli anni Ottanta e Cristina ha poco cibo, pochi indumenti per i figli.

“Io che non so cucire mi sono trovata a rammendare, stringere, allargare persino la biancheria intima dei miei figli; Amazon non ci avrebbe portato nulla prima di un mese, era una situazione del tutto eccezionale; eppure ho scoperto che qui, il Mercoledì, arriva il camion della spesa e pian piano, ma con entusiasmo crescente, ci siamo resi conto di come qui si stesse decisamente meglio. Io venivo qui in vacanza da bambina, mio marito è originario di questo comune…abbiamo fatto il passo e abbiamo preso la residenza qui.”

Adesso Cristina sta coordinando con determinazione la cura del territorio, il ripristino dei sentieri, ed è la voce più decisa nella piccola agorà del paese.

“Abbiamo intenzione di creare percorsi bike e riprendere i festival letterari ma la prima esigenza è salvare il patrimonio di un territorio così ricco, complesso e abbandonato. I vecchi ci stanno lasciando, tocca a noi adesso e il nostro intervento è determinante per il rilancio del paese: non abbiamo più tempo.”

Un paese abbandonato che sembra voler rinascere, lo dimostra l’apertura della Locanda Veleura.

Dopo aver lavorato per parecchi anni in Ruanda, un uomo decide di…

Ma questa è un’ altra storia e ve la racconterò dopo una buona colazione in locanda!

Rosa Johanna Pintus




I Promessi Sposi da Don Rodrigo all’Innominato

I Promessi Sposi non è un romanzo d’amore, è un romanzo storico; in tutto il romanzo non vi è neppure un bacio, non un momento di passione eppure Manzoni ci tiene inchiodati alle sue pagine. Il periodo in cui colloca l’intera vicenda la storia del XVI e del XVII secolo, un periodo molto importante per la formazione dell’Europa.Vediamo insieme la linea del tempo per capire dove ci troviamo perché, ormai lo sapete, quando affrontiamo il passato è come se facessimo un piccolo viaggio nel tempo.

Questa linea del tempo vi mostra alcuni fatti importanti del 1500, quella che vi propongo adesso è “artigianale” ma riguarda direttamente noi.

La foto è un po’…lunga. Poco male, immagina di fare un tuffo nel tempo…

Chiaramente, perché il discorso non sia noioso e tedioso, dovete trattenere per un attimo il respiro, chiudere gli occhi e immaginare di essere dei giornalisti in missione nei tempi antichi.

Dunque il vostro atteggiamento non deve essere, come si dice in Italia, “che barba, che noia” ma piuttosto “che bello! Viaggiamo nel passato!”. E il viaggio nel passato è privo di rischi perché, se le cose si mettono male, si può interrompere il video e tornare al presente.

Il 1517 è un anno cruciale per l’Europa, cruciale significa che è molto importante.

Siamo in un periodo che si chiama Rinascimento, in Italia ci sono artisti famosi e l’uomo si sente al centro dell’universo.

Nelle scorse unità didattiche che vedete in FAD, abbiamo visto Dante. All’epoca di Dante c’era Dio al centro dell’ universo.

Nel Rinascimento l’uomo è molto importante ma per poco tempo perché nel 1517 un monaco, Martin Lutero, capisce che la Chiesa pensa solo ai soldi e si ribella.

Accanto agli artisti, sempre bravissimi, si apre un periodo molto buio in cui ci si ammazza in nome della religione e della verità: sangue e arte.

La Chiesa decide di rinnovarsi, di essere più seria, ma non vuole più essere messa in discussione e fa una riforma durissima, decide inoltre di punire tutti i sapienti e gli scienziati che mettono in discussione la Bibbia.

La situazione si fa serissima quando comincia pure la guerra! Tra il 1618 e il 1648 scoppia la guerra dei Trent’anni. Pensate che vuol dire:30 anni di guerra! Aiuto!

La guerra dei 30 anni

Genova, in questo periodo così difficile, avendo perso il suo ruolo sul Mediterraneo che era in mano ai Turchi e al terribile Dragut, un pirata .

La nostra città riuscì a trasformare i suoi uomini da marinai e commercianti a banchieri! Si parla infatti de El siglo de los Genoveses poiché i Genovesi prestavano i soldi agli Spagnoli, potenti ma spendaccioni.

Il secolo d’oro dei Genovesi

Questo periodo è molto interessante ed è piaciuto a uno scrittore del 1800, uno scrittore molto religioso ma molto critico nei confronti della società del Seicento. Egli denuncia soprattutto il fatto che per il popolo era molto difficile ottenere giustizia perché il mondo era in mano ai prepotenti!

Manzoni è importantissimo perché, se Dante ha inventato la lingua della poesia, lui ha inventato la lingua dei romanzi. Prima di Manzoni, i romanzi erano scitti soprattutto dagli Inglesi e dalle scrittrici inglesi (che se poi decidevano di sposarsi smettevano di scrivere romanzi poiché pentole e arte non vanno molto d’accordo!). In Italia non c’era nessuno che scrivesse romanzi così appassionanti, noi eravamo soprattutto pittori, scultori e poeti.

Manzoni, che parlava meglio il francese dell’italiano, ci riesce.

La lingua del Manzoni 

E di che cosa ci parla? Guardate il video.

Ora io qui vi lascio una lettura guidata di alcuni passi così vi esercitate a leggere e ad ascoltare la lingua italiana. All’interno degli epub ci sono anche alcuni esercizietti che vi aiutano a capire se avete capito.

It’ a long long novel, good if you can’t go out.

Don Abbondio e i bravi

Don Abbondio e Perpetua

Così il giorno dopo Renzo ha un’amara sorpresa.

Perpetua però non può sopportare che ci vada di mezzo il suo padrone

E a questo punto cosa pensa il nostro Renzo? Perché Lucia non gli ha detto nulla? E Don Abbondio? Ma come si permette? E chi è mai quel prepotente?

E’ davvero il caso di sapere la verità, qualunque essa sia!

L’ora della verità

Però che Lucia si sia rivolta a Padre Cristoforo e non a Renzo e a sua madre è strano. Chi è Padre Cristoforo? E’ il confessore di Lucia e a quei tempi, in cui la psicologia non esisteva, il confessore ti aiutava a capire i tuoi pensieri e, a volte, a trovare la soluzione. E se non la trovavi tu, ti aiutava lui.

A differenza di Don Abbondio, Padre Cristoforo rappresenta la parte buona della Chiesa; be’, non si tratta di un tipo qualunque: ha un passato con delle ombre ma riesce, nel buio, a trovare la sua luce, a differenza di altri o altre che vedremo dopo…

Dicevamo, si tratta di un uomo coraggioso e decide di affrontare Don Rodrigo, seguitemi così conosciamo il cattivo della storia!

Padre Cristoforo contro Don Rodrigo

Dunque la spedizione non ha l’esito sperato e Renzo e Agnese che, con grande fatica, convincono Lucia a tentare un matrimonio segreto, portandosi come testimoni due ragazzi che sono in debito con Don Abbondio!

Ora, se hai capito bene, prova a guardare questo video; qui, Alberto Sordi, uno dei più famosi attori comici italiani, interpreta Don Abbondio nella notte degli imbrogli.

Senza saperlo, Agnese e Renzo, pur combinando un pasticcio, salvano Lucia che, se fosse rimasta a casa, sarebbe caduta nella bocca del lupo…

Don Rodrigo infatti cerca di rapire Lucia ma la casa delle due donne è vuota. Così quei birbanti non trovano Lucia ma Menico, un ragazzino che era stato inviato da Padre Cristoforo a Lucia per avvertirla del pericolo.

Dunque i nostri tre amici (perché ormai li conosciamo un po’) sono costretti, proprio come voi, a lasciare il loro paese.

Oltrepassato il lago, Renzo e Lucia si dividono. Noi seguiamo Lucia.

Dove va? Cosa le succede? 

Gertrude era stata costretta dal padre a diventare monaca…

Quindi, a differenza di Padre Cristoforo, la povera Gertrude non ha trovato pace perché nel Seicento era meglio, se donne, nascere tra le braccia del popolo come Lucia: meglio la fame che un destino odioso!

Qualcuna riusciva a ribellarsi, non mancavano donne determinate, ma quanta sofferenza!

E Don Rodrigo che fine fa? Rinuncia a Lucia? I potenti non sono mai soli e qui entra in gioco un nuovo personaggio: l’Innominato.

E qui concludo questa prima parte, rimandandovi alla seconda per la conclusione del romanzo.

Rosa Johanna Pintus

Oltre che ignoranti, li vogliamo segaioli!

Oltre che ignoranti, li vogliamo segaioli! E’ questo, in sintesi, il messaggio de”Il fu Ministero dell’Istruzione”. Attenzione però: non segaioli di seghe mentali come quelle di un Nanni Moretti che ironizza fingendo di decidere se sia meglio partecipare alla festa standosene in disparte o non andarci proprio.

No: segaioli alla maniera di Benigni quando racconta come il prete del catechismo leggesse gli umori e le vergogne di cui i cresimandi si macchiavano nella notte.

E’ la fase 2: dopo la fase 1, in cui è stata sdoganata l’ignoranza facendo chiaramente credere che la nazione può fare a meno della Scuola e delle scuole, ora si apre la fase 2.

Tale fase consente ai bambini di materne, elementari e medie (o, se preferite, di infanzia e primaria e secondaria di primo grado) di frequentare le lezioni, onore che non sarà concesso agli allievi delle superiori.

Perché?

I motivi sono molteplici:

-a quattordici anni un ragazzino può stare in casa da solo e autogestirsi nella Dad ( se motivato, determinato, responsabile e impegnato);

-la scuola è un grande baby parking, non è necessario imparare le tabelline, l’importante è stare lì e non farsi troppo male sennò mamma e papà non possono lavorare… ma a quattordici anni sei autonomo.

Ma, udite udite qual è l’obiettivo ultimo e la causa prima di questo sfacelo: privati del contesto sociale, dei genitori in casa, degli insegnanti che in presenza li renderebbero uomini e donne pensanti, i ragazzi passeranno le mattinate a masturbarsi e diventeranno ciechi.

Ed eccola qui il fine della fase 3: la cecità! Così i ragazzi non solo non capiranno ma neppure vedranno la casta politica che li tiene in pugno.

E il delitto perfetto è servito: sapevatelo!

Ah…siccome ho parlato di sesso e non sta bene che una donna lo faccia, mi firmo…

Roso Johanno Pintus

Di chi è un libro?Diritto di paternità e di maternità

Di chi è un libro? Di chi lo scrive o di chi racconta una storia senza averne le parole? E’ un fatto che gli autori siano destinati a prendersela nel lato B, talvolta in maniera dolorosa.

Capita, quando decidete di raccontare la storia di qualcuno, di non servire più e di essere gettati come uno straccio vecchio in una conca sporca e maleodorante. Ma non vi sentite sporchi, vi sentite stuprati, che è peggio.

Perché non c’è differenza tra essere stuprati nel corpo e nell’anima: io li ho provati entrambi gli stupri, e per quello fisico bastano una doccia e un esame, seppur angosciante, dell’HIV.

Perché noi autori siamo creature di anima, il corpo è un accessorio che spesso non ci rendiamo neppure conto di avere.

Stasera una casa editrice mi ha consigliato “di fare la brava”:

Signora, 

da più d’una voce — e una di queste è … stesso — non risulta che lei sia coautrice né dell’una né dall’altro.

Posto questo, e posto anche il fatto che sarebbero gradite delle informazioni omogenee da parte di due persone che, evidentemente, hanno collaborato per lungo tempo ma che, altrettanto evidentemente, non si trovano concordi sulla natura della collaborazione — il che mi farebbe riflettere, se posso dirle in tutta onestà —, è evidente che da parte del nostro sito, che è l’unica cosa della quale rispondiamo, lei non è stata citata perché mai prima d’ora il suo nome ci era stato citato come autore di alcunché.Se il suo intento fosse stato quello di aiutarci per  evitarci problemi (da parte di chi non si sa, visto che gli autori sareste, nella sua versione dei fatti, voi due: chi debba porre altre questione è cosa che mi sfugge), la ringraziamo; del resto, mai e poi mai abbiamo parlato o pubblicato contenuti del libro, ma solo e soltanto della poesia, in quanto risultata selezionata al nostro Concorso.

Mi auguro che ora abbia compreso perfettamente cosa noi abbiamo condiviso — la poesia, solo e solamente quella —, come l’abbiamo fatto — con le informazioni che ci sono state fornite —, e perché lei non sia stata citata: perché, a detta di … stesso, lei non è co-autrice di libro e poesia, ma esclusivamente collaboratrice degli stessi.

Augurandole un più sereno proseguimento,porgiamo cordiali saluti”.

Come? E tutte le metafore ?E il gatto a cui hanno tagliato i baffi? E i brandelli?

Sento l’impulso di ribellarmi.

Ma poi mi rendo conto che chi mi risponde questo, è stato raggirato esattamente come me.

E mi rendo conto finalmente di quanto sia importante avere dietro una casa editrice, evitare il self publishing, foriero di ambiguità.

Perché le personalità narcisistiche hanno un tale forte ego che ti manipolano in qualsiasi lingua.

Scrivo al mio avvocato, alla mia amica, alla fine a me stessa.

La casa suddetta mi risponde:

Fossi in lei, non userei le parole con così tanta libertà. Qui nessuno la prende in giro — le assicuro piuttosto che la sensazione è reciproca, ma non mi tratterrò su questo. A noi ha detto di essere l’unico autore, quindi non c’è bisogno che lei ceda alcunché — lo ha già fatto lui, con un documento ufficiale inviato dalla associazione di cui fa parte, alla nostra mail. Peraltro, non c’è nessun “resto”: noi mai abbiamo pubblicato altro rispetto alla poesia, di cui si dichiara — se così non è, ne parli lei con lui, noi non centriamo nulla — unico autore, quindi non ci è chiaro perché lei ci scriva di “resto” o di cose altre dalla poesia. Ripetiamo in conclusione: a noi è stato lui a dirci di essere unico autore. Se secondo lei così non è, chiarisca con lui, non coinvolgendo noi che abbiamo solo pubblicato il suo testo. Infine, ma questa è solo una valutazione morale che non c’entra con il contenuto, credo che di questa spiacevole vicenda — che certo non ci fa piacere, ma che ha prima iniziato e poi protratto lei — la cosa più importante sia l’unica che lei ha citato solo sporadicamente, quasi fosse un dettaglio: merita questo spazio, questa visibilità, e questa contentezza. Per noi il discorso termina qui. 

La mia amica mi fa sorridere, mi manda un video: il plagio

Metterei in croce il mio essere stupendamente imbecille ma non imbelle.

Rileggo la lettera ricevuta: quel centriamo scritto da un editore mi lascia di stucco. Centriamo anziché c’entriamo? Lapsus, non errore: centriamo!

Che mi vogliano sparare? Forse è davvero il caso di fare la brava: che mi vogliano sparare?

E di che libro si parla?

Questo lo lascio scoprire a voi, fatevi un giro su Amazon.

Un fatto mi fa riflettere: noi scrittori siamo ladri di storie quanto i protagonisti delle storie sono ladri di parole.

E se uno dei ladri di parole ha ottime capacità relazionali (cosa di cui uno scrittore è totalmente privo perché appunto scrive ma non sa parlare) lo scrittore rimane fottuto.

Per una volta.

Una volta soltanto:

“Eh…scusa …ho spedito 11 poesie ma è proprio piaciuta quella”

Casualmente l’unica che abbiamo scritto insieme con le sue emozioni e le mie parole: mia o sua?

A metà: madre e padre.

E il padre, in quanto maschio, vince.

In quanto personaggio vince.

E la cosa più buffa è che se la avessi spedita io a mio nome non avrebbe vinto.

Ma passi la poesia: la posso pur cedere una poesia.

Resto incredula quando mi si dice che neppure il romanzo è mio.

E’ lì che mi spezzo, che mi frantumo.

Per tutte le notti passate a scrivere.

Imbecille, non imbelle.

Lo si sappia.

La città deserta-racconto distopico

7 novembre 2028

Il giorno in cui tutto è cambiato, siamo rimasti attoniti attorno al tavolo della sala, mio nonno, col cucchiaio a mezz’aria, si limitò a dire un bah.

Mia nonna commentò: <<Mi pare un’esagerazione, hanno spiegato e rispiegato che si tratta solo di un’influenza: viviamo nell’era dell’allarmismo>> e continuammo a mangiare cibi prelibati.

<<Se chiudono le scuole, ci sarà un motivo serio.>>

La voce era di mia madre che, per quanto facesse la dirigente scolastica, in famiglia era percepita come un essere un po’ naif e quindi non del tutto degno di credibilità. Il torto di mia madre era quello di dipingere ovunque potesse: dipingeva su vecchie lenzuola, su tele di poco prezzo, sui muri di casa e scriveva quaderni fitti fitti di parole, secondo me scriveva anche quando presiedeva il collegio docenti e, nel contempo, spiegava grafici incomprensibili per lei ma che qualche collaboratore le aveva preparato interpretando le sue intuizioni e i suoi desideri.

Era di sicuro così poiché lei parlava tutti i linguaggi tranne quello matematico e, pur essendo di origine argentina, danzava divinamente ma…senza musica! Della musica sentiva la melodia, non il ritmo, e questo la portava a sbagliare tutti i tempi.

Era naif, l’ho detto, eppure era un genio e a scuola riusciva ad essere rigida, ferma, decisa perché il caos che aveva dentro era nascosto dalla riga di eye-liner e dal tailleur dal taglio perfetto.

<<La circolare è precisa: dice che le scuole si devono dotare di dispenser e gel disinfettante, altrimenti non possono riaprire.>>

Lo disse e tacque.

Continuammo a mangiare, era il compleanno di mia nonna Mirella, la madre di mio padre.

Mio fratello Chegue gioiva: aveva scoperto due ore prima dell’inaspettata notizia che sarebbe stato interrogato di letteratura latina e che non gli sarebbe bastato usare come fonte la Papereneide poiché la sua professoressa faceva sul serio e voleva sapere tutto sul verso sunt lacrimae rerum.

Mio fratello e il latino non si amavano; in realtà mio fratello non amava neppure la matematica, nonostante i voti altissimi: sognava di aprirsi un marchio di moda, un suo marchio, e vendere magliette.

La chiusura della scuola, in quel momento, pioveva come manna dal cielo e lo vidi sorridere sotto il cappuccio.

Io invece amavo la scuola: vivevo per la danza; stavo preparando un solo su Evita Peron per le gare di danza sportiva. La danza mi dava sicurezza, sapevo di essere brava ed ero riuscita a entrare, al liceo coreutico.

Tuttavia, in quel preciso momento, per l’emergenza virus, venivano chiuse le scuole e bisognava accettarlo. Una misura precauzionale che mi preoccupava ma non più di tanto: almeno gli allenamenti in palestra non erano stati sospesi.

Tutto il resto, e mi riferisco ai ragazzi, era per me un dovere, una finestra sulla vita sociale e a quindici anni ero ancora vergine, a differenza di alcune mie compagne che frequentavano altre scuole.

Vivemmo due settimane in una sorta di vacanza che non potevamo comprendere: alcuni sostenevano che la malattia fosse gravissima mentre altri continuavano a sostenere che si trattasse di una banale influenza.

Ricordo che addirittura deridevamo chi usciva con la mascherina: i politici dicevano che non serviva a nulla, che tutto sommato morivano solo le persone anziane, che entro una settimana saremmo ritornati a scuola.

Mia mamma però aveva altre notizie e si stava organizzando, insieme ai colleghi per la didattica a distanza e il fatto che la Scuola, così pesantemente ancorata alla lavagna e al cancellino, cambiasse, era la chiara finestra di un cambiamento epocale perché la Scuola era come la Curia: immobile.

Dopo una settimana ci dissero che non saremmo tornati a scuola fino al 3 aprile poi che non saremmo più tornati a scuola e neppure a danza.

Mi sentivo morta dentro.

I contagi aumentavano in maniera esponenziale, specie al Nord, nel cuore dell’economia italiana.

Cominciarono ad ammalarsi i primi politici, i primi medici, i primi infermieri, mia zia.

Panico.

Furono vietate anche le passeggiate.

Si poteva uscire solo per fare la spesa, andare al lavoro (in ospedale e nei supermercati, tutte le altre attività si dovevano svolgere in smartworking).

Mia cugina, Sefi Safian, appassionata di tessuti aerei, circense per natura, mi telefonava disperata e mi diceva che almeno io, essendo una ballerina, mi potevo allenare in casa mentre lei non poteva fare neppure quello!

<<Non essere infantile! Posso fare solo sbarra a terra! Tutte le mie acrobazie me le scordo, sto esattamente come te!>>

<<Qui è un continuo passaggio di ambulanze, io non ne posso più. Chegue che fa?>>

Da sempre aveva una mal celata cotta per mio fratello, un amore impossibile dato il legame di sangue ma Sefi Safian era particolare e per lei queste cose non contavano nulla, contavano solo l’amore e i tessuti aerei. Ci mettemmo d’accordo per allenarci insieme via Skype e, in queste occasioni, mi diceva che le davano parecchi compiti, peggio che a scuola; lei frequentava il liceo classico e non stentavo a crederlo.

La prima settimana di prigionia fu insopportabile, poi venne la pioggia e parve più accettabile, tornò il sole: caldo, primaverile, beffardo.

Lezioni on line, messe on line, spesa on line: tutto.

Mio fratello Chegue, nei suoi sedici anni, era in piena crisi ormonale; non poteva vedere la sua ragazza, facevano l’amore su whatsapp.

Gli chiedevo se non temessero di essere visti, lui faceva spallucce e si chiudeva in camera. I miei lo immaginavano ma non dicevano nulla, bisognava far finta di niente e avere pazienza, poi tutto sarebbe tornato come prima.

Solo due anni prima mio fratello sarebbe stato ingestibile e, se quanto accadde nell’anno 2020 fosse avvenuto prima, non so come ne saremmo usciti.

Due anni prima, al tempo del ponte Morandi, una vita fa…

Quella vita ora è stata cancellata, con un colpo di spugna, dal Covid-19.

Il Covid -19, una realtà che pareva lontana dal nostro Paese.

Ci sbagliavamo: il mondo, all’epoca, era globalizzato e i virus viaggiavano con gli stessi mezzi di trasporto dell’uomo.

Cerco di ricostruire da alcuni giornali conservati in casa, da alcuni libri, da alcuni vecchi diari scritti da noi durante quell’eterna quarantena, i fatti del periodo.

Diari che mia madre ci aveva costretto a scrivere, pena la disconnessione, perché potessimo elaborare l’angoscia che sentivamo.

Noi la odiavamo per questo, in particolare Chegue, che era un genio matematico senza alcuna attitudine umanistica, ma adesso la ringrazio perché da questa enorme massa di carta ingiallita e che voglio copiare, in modo organico, prima che si deteriori.

Internet non mi aiuta, tutto è stato cancellato in nome della pace, della tranquillità indotta attraverso droghe e terrore. E la mia narrazione vuole essere una testimonianza del prima, nella convinzione che il sole brillerà di nuovo.

Eravamo in un periodo politico molto caotico nel quale si stavano affermando i peggiori nazionalismi: il Centro Africa distrutto dalla guerra, da Ebola, dall’Hiv, cercava di raggiungere l’Europa, terra di speranze; i Cinesi e gli Americani erano nel pieno di una guerra tecnologica per il predominio economico del globo, in Siria e in tutto il Medio Oriente piovevano bombe, le foreste australiane bruciavano e Greta, una quindicenne molto particolare, gridava al mondo che l’uomo e la terra si sarebbero estinti a causa dell’inquinamento.

Greta: una profetessa bambina che vedeva oltre il muro dell’individualismo. O la amavi o la odiavi perché era intelligente e l’intelligenza contava meno della furbizia.

Insomma, per dire…questo virus aveva pure le sue ragioni: stavamo distruggendo un pianeta…

Le restrizioni però aumentavano e quando mia sorella, la piccola Simonetta, annunciò che aveva sognato il buio, tutti ci guardammo spaventati.

Rosa Johanna Pintus

Padre Cristoforo e Don Rodrigo

Prima di leggere il colloquio tra Padre Cristoforo e Don Rodrigo, vorrei che prestaste attenzione alla grammatica.

DUE REGOLETTE DI GRAMMATICA

Prima di leggere il testo, presta attenzione ai colori:

i colori non li vedete su questo testo ma sull’epub che potete aprire dal link.

Il rosso indica le parole che forse non conosci (lessico);

il giallo indica un verbo: di che modo si tratta ? Ve lo chiedo negli esercizi!

Cosa e come, in azzurro, sono due parole invariabili che si usano per introdurre la domanda.

Ora vi mostro in che modo si usano.

Quando andavo a scuola io, non si poteva utilizzare la parola “cosa” (thing/chose) per introdurre una domanda.

Cosa, nel significato thing/chose, è un nome femminile e variabile: la cosa/le cose.

Ma utilizzata in una domanda significa semplicemente What/Quoi.

Ai miei tempi (a long time ago!) occorreva scrivere sempre CHE COSA per introdurre la domanda.

Che cosa è diverso dalla parola “cosa”:

Che cosa fai?

Che cosa vuoi?

Che cosa è un pronome interrogativo e ha quattro fratellini: chi, che, quale, quanto.

Se questi pronomi sono seguiti dal punto di domanda, sono pronomi interrogativi;

se questi pronomi sono seguiti dal punto esclamativo, sono pronomi esclamativi.

Guarda gli esempi:

Che fai? >pronome interrogativo.

Che stress!> pronome esclamativo.

Quanti anni hai?>pronome interrogativo.

Quanta fame!>pronome esclamativo.

Oggi nessun professore segnerebbe errore l’utilizzo di cosa senza il che, lo potete fare.

Che cosa vuoi?> formale.

Cosa vuoi?> non formale ma colloquiale.

Posso anche dire:

che vuoi?>diretto nella lingua parlata.

La parola COME è più difficile, come può essere:

  • un avverbio interrogativo;
  • un avverbio esclamativo;
  • una congiunzione!

Esempi:

Come stai?>avverbio interrogativo;

Come mi mancate!>avverbio esclamativo;

Dimmi come stai>congiunzione subordinante;

Ti parlo come farei con mio figlio= nel modo in cui farei con mio figlio>congiunzione modale;

Come finisce il Coronavirus, facciamo una grande festa.>congiunzione temporale, in questo caso significa quando.

Esercizio

Padre Cristoforo, il confessore di Lucia, ascolta le ultime tristi vicende di cui la ragazza è stata vittima.

Che Don Rodrigo arrivasse fino a quel punto non se lo aspettava neppure lui.

Cosa fare?

Come aiutare i tre sventurati che gli chiedevano aiuto?

Come calmare Renzo, pronto ad affrontare il terribile Don Rodrigo?

Padre Cristoforo non è come Don Abbondio, ha un carattere completamente diverso:

Don Abbondio è un vigliacco, Padre Cristoforo è un coraggioso.

Qui state attenti ai nomi alterati!

Il palazzotto di Don Rodrigo si trovava in cima a un colle e dominava tutto il villaggio. Le casupole dei contadini che lavoravano per Don Rodrigo erano in basso, vicino al lago.

I personaggi che si incontravano vicino al palazzotto, erano dei brutti ceffi, degli omacci sempre pronti a litigare.

Don Rodrigo stava mangiando nel suo salone, con lui c’erano gli uomini più conosciuti di quel villaggio: mangiavano, bevevano, ridevano e prendevano un po’ in giro il padre Cristoforo, invitandolo a mangiare e bere con lui.

Finalmente Don Rodrigo accetta di parlare con Padre Cristoforo.

Ora vi scrivo che cosa si sono detti!

“Che cosa posso fare per lei?„ disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui erano proferite (dette),voleva dire chiaramente: bada a chi stai davanti, pesa le tue parole, e sbrigati.

Per far coraggio a padre Cristoforo non v’era mezzo più sicuro e più spedito che apostrofarlo con piglio arrogante (parlare con lui in modo poco rispettoso).

“Vengo a proporle un atto di giustizia, a supplicarla (pregarla)d’una carità. Certi uomini di mal affare hanno usato il suo nome per far paura ad un povero prete e lo hanno convinto a non celebrare (fare)il matrimonio di due innocenti. Lei, Don Rodrigo, può con una parola rimettere tutto nell’ordine, e sollevare quelli a cui è fatto così gran torto. Lo può; e potendolo ….. la coscienza, l’onore ….. „

“Ella mi parlerà della mia coscienza, quand’io crederò di chiedergliene consiglio. Quanto al mio onore ella ha da sapere che il custode ne sono io, ed io solo; e che chiunque ardisce ingerirsi a divider con me questa cura, io lo riguardo come il temerario che l’offende.„

“Se ho detto cosa che le dispiaccia(cosa che non le fa piacere),certo, ciò è accaduto contra ogni mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio al cui cospetto(davanti a cui) tutti dobbiamo comparire …..„

“Non si ostini a negare una giustizia così facile, e così dovuta a dei poverelli. Pensi che Dio ha gli occhi sempre sopra di loro, e che le loro imprecazioni (preghiere che chiedono giustizia)sono ascoltate lassù. L’innocenza è potente al suo …..„

“Eh padre!„ interruppe bruscamente (in modo violento) don Rodrigo: “il rispetto che io porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso ad uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa.„

Questa parola fece salire una fiamma sulle guance del frate: ma col sembiante di chi inghiotte un’amarissima medicina, egli riprese:

Mi ascolti, signor don Rodrigo; e faccia il cielo, che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia ripor la sua gloria …. qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Ella può molto quaggiù: ma …..„

“sa ella che quando mi viene il ghiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh!„ e continuò con un sorriso forzato di scherno: “ella mi tratta per da più ch’io non sono. Il predicatore in casa! Non l’hanno che i principi.„

“E quel Dio che domanda conto ai principi della parola che fa loro intendere nelle loro reggie, quel Dio che le fa ora un tratto di misericordia mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregare per una innocente …..„

“In somma, padre,„ disse don Rodrigo, facendo atto di partire, “io non so quello, ch’ella si voglia dire: non capisco altro se non che vi debb’essere qualche fanciulla che le preme assai. Vada a fare le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la sicurtà d’infastidire più a lungo un gentiluomo.„

Al muoversi di don Rodrigo, il frate s’era mosso, gli si era posto riverentemente dinanzi, e levate le mani come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: “Lucia mi interessa, è vero, ma non più di lei; siete due anime che entrambe mi premono più del mio sangue. Don Rodrigo! Io non posso fare altro per lei che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tenere nell’angoscia e nel terrore una poverella innocente. Una parola di lei può far tutto.„

“E bene, le consigli di venirsi a mettere sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà inquietarla, o ch’io non son cavaliere.„

A questa proposta , l’indignazione del frate trattenuta a fatica fino allora, traboccò. Tutti quei bei propositi di prudenza e di pazienza svanirono: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e in quei casi fra Cristoforo valeva veramente per due.(significa: Padre Cristoforo è di nuovo Lodovico) “La vostra protezione!„ esclamò egli, dando indietro due passi, appoggiandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, levando la sinistra coll’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: “la vostra protezione! Bene sta che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colma la misura; e non vi temo più.„

ATTENZIONE: esce il vero animo di Don Rodrigo che comincia a dare del tu a Padre Cristoforo.

“Come parli, frate?„

“Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Io sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora con tanta certezza che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome colla fronte alta, e cogli occhi immobili.„

“Come! in questa casa …..?„

“Ho compassione di questa casa: la maledizione le è sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà rispetto a quattro pietre e a quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine per darvi il diletto di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! voi avete sprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurato quanto il vostro, e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e quanto a voi, sentite bene quello che io vi prometto. Verrà un giorno ….„

Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia attonito, non trovando parole; ma quando sentì intonare una predizione, un lontano e misterioso spavento s’aggiunse alla stizza. Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e levando la voce per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: “levamiti dinanzi, villano temerario, poltrone incappucciato.„

Queste parole così precise, acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania era nella sua mente così bene e da tanto tempo associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che a quel complimento gli cadde ogni spirito d’ira e di entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che di udire tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse di aggiungere.

“Villan rifatto!„ proseguì don Rodrigo: “tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio (vestito da prete) che ti copre codeste spalle di paltoniere, e ti salva dalle carezze che si fanno ai pari tuoi, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta: e la vedremo.„

Così dicendo, additò con impero sprezzante una porta opposta a quella per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, ed uscì, lasciando don Rodrigo a misurare a passi concitati il campo di battaglia.

Comprensione del testo

Linguaggi non solo verbali-didattica a distanza

LINGUAGGI NON SOLO VERBALI

UDA DI ITALIANO

Oggi voglio approfondire con voi il discorso sui linguaggi, non solo quelli verbali (tecnico, poetico, etc.) ma soprattutto quelli non verbali.

Sotto vedete un’immagine particolare però, prima di arrivarci, bisogna faticare un poco e dividerò la lezione in tre parti:

  • Che cos’è il linguaggio;
  • breve storia dei linguaggi;
  • da un manga a un film: Alita, angelo della battaglia.

Preciso che questo ciclo di lezioni va studiato da tutti, anche dal corso A ove insegno storia e non italiano.

Anzi, per par condicio (espressione latina, traducetela così: per giustizia), vi inserisco anche una scheda del film Pompei che abbiamo visto insieme.

Ci sono molti modi per raccontare una storia: la si può scrivere, disegnare, recitare, danzare, suonare, cantare.

Vi sono dunque tanti LINGUAGGI a disposizione di un artista per narrare una storia e ognuno sceglie quello più adatto al proprio talento cioè alle proprie capacità.

Ma che cos’è un linguaggio?

Il linguaggio è un codice utilizzato da un gruppo.

Noi, in classe, ammettiamolo, abbiamo il nostro codice che è molto vicino al leggendario esperanto:senza rendercene conto, parliamo utilizzando le caratteristiche di diverse lingue e ne creiamo una lingua nuova, semplificata ma comprensibile: per imparare l’italiano usiamo, di fatto, una sorta di INTERLINGUA che unisce sguardi, gesti, parole inglesi, parole francesi, parole spagnole, parole albanesi ma… ci capiamo.

Tante volte ricorriamo ai disegni o alle immagini, questo avveniva soprattutto all’inizio perché non conoscevate la lingua: il livello A2 è un livello che garantisce la sopravvivenza e non altro; insieme abbiamo capito che, se scriviamo le parole alla lavagna, è più facile comprenderle perché le parole scritte si somigliano, è la loro pronuncia che crea confusione.

Insieme ci siamo accorti, e qui ci ha aiutati il caso, che la lingua albanese ha le declinazioni come la lingua greca e latina.

Noi ci comprendiamo perché, inconsapevolmente, ci siamo adattati a un linguaggio, a un codice.

Un codice che in casa mia, per esempio, non funziona: quando esco da scuola e sono particolarmente stanca, ho bisogno di un po’ di tempo per tornare alla lingua madre.

Noi utilizziamo il nostro codice per imparare l’italiano, la storia, la geografia.

Io uso un codice per trasmettervi delle informazioni, voi usate un codice per trasmetterle a me.

Potrei esagerare e dirvi che anche la matematica è un codice, si parla infatti di linguaggio matematico.

Il linguaggio non è solo verbale (cioè fatto di parole).

Attenzione: rientrano nel linguaggio non verbale anche il trucco, l’abbigliamento, i tatuaggi, i gioielli.

Ve lo dico perché un datore di lavoro guarda tutto!

Torniamo a bomba! Si tratta di un modo di dire e significa: torniamo al punto da cui siamo partiti.

Il linguaggio può essere:

GESTUALE

linguaggio gestuale

non vi ho messo il terzo dito ma lo conoscete bene!

CORPOREO

Ne sono un esempio danza e teatro

Roberto Bolle in un remake della coreografia di Bejart

ESPRESSIVO

L’attore/regista Dario Fo


SIMBOLICO

Segnali stradali

FIGURATIVO-ICONICO

Alita, manga di Yukito Kishiro

Esiste anche il linguaggio della musica, utilizzato in diverse occasioni, utilissimo per accompagnare la suspance nei thriller.


Non vi inserisco il trailer perché vi potrebbe spaventare! Vi basti la musica!

Esercizio

La danza sportiva, quel campionato di cui non si parla azzerato dal Coronavirus

Ci sono alcuni sport, come la danza sportiva, di cui non si parla: i giornali ci raccontano del dramma delle imprese, dell’incubo delle scuole chiuse (che costringono i genitori a fare i genitori), della crisi del turismo, della perdita d’immagine dell’ Italia (avevamo un’immagine?).

L’economia, di gran lunga più importante delle persone, è in forte sofferenza e il Governo emana decreti talora contraddittori, pressato sia dagli avversari politici sia da un virus che desta comprensibile panico.

Gli imprenditori accusano, additano e incombono come giudici severi su una politica asservita alla finanza; uno dei problemi di scottante attualità è il calcio: potranno i tifosi andare allo stadio? Potrà giocare la Roma? Potrà la Juventus festeggiare?

Il calcio, il “panem et circenses” che seda i coatti, non è l’unico sport che si pratica in Italia. Tuttavia il calcio, a porte aperte o a porte chiuse, sopravviverà perché ha le sue risorse, le sue vacche grasse. In questo momento distopico il mio pensiero va a quelle attività meno conosciute che muovono esse pure l’economia del Paese ma che sono ignorate dalla massa, in particolare penso alla danza sportiva le cui competizioni sono state azzerate dal Coronavirus.

Ma che cos’è la danza sportiva?

Vanessa Galaverna-Imponente Danza

La danza sportiva è, in primis, danza e cioè una racconto artistico-coreografico; a differenza della danza che praticavo io, nella danza sportiva vi sono regole ben precise sui tempi, sui costumi, sulle scenografie, sull’esecuzione.

Non è stato facile per me accostarmi a questo mondo poiché, per conto mio, la danza ha la sua ragion d’essere in teatro; eppure, seguendo le mie figlie, mi sono resa conto di come il racconto coreografico riesca ad essere completo anche in un qualsiasi palazzetto dello sport e senza l’ausilio di luci e gelatine.

La narrazione deve dunque essere perfetta, pulita, avvincente. Mia figlia, la più grande, per arrivare a questo si allena tutti i giorni e passa dalle due alle quattro ore in palestra.

Oggi avrei dovuto accompagnare le mie figlie a Calenzano e, probabilmente, ci saremmo andate in pullman perché, trasportare una squadra e le relative scenografie è tutt’altro che semplice: noi, tifosi della danza sportiva, dobbiamo essere in grado di montare, smontare, truccare i danzatori-atleti, siamo coinvolti e immersi in quest’attività sconosciuta ai più.

In tempi di Coronavirus questo settore, come gli altri, è in evidente sofferenza economica: le gare sono ferme, le palestre sono chiuse (per cui gli insegnanti non lavorano), i pullman non partono, i palazzetti non aprono.

Il comunicato della FIDS è chiaro e logico:

In merito alle ordinanze proclamate dal Governo attraverso il Ministero della Salute d’intesa con i Presidenti delle Regioni Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna e Liguria, che prevedono lo stop alle “manifestazioni ed eventi e di ogni forma di aggregazione in luogo pubblico o privato anche di natura sportiva” per i casi sanitari di CoronaVirus registrati in questi giorni, la FIDS comunica a tutti i tesserati che i prossimi eventi federali in programma sono sospesi e rinviati a data da destinarsi. Convocata a breve una taskforce per analizzare la situazione e fornire informazioni specifiche.

Sono sospesi con effetto immediato:

  • Corso di formazione per tecnici federali (recupero) che si sarebbe dovuto tenere nei giorni 28-29 febbraio e 1 marzo a Bentivoglio (BO);
  • Corso di formazione ed allineamento qualifiche tecniche (ex FAD) che si sarebbe dovuto tenere nei giorni 29 febbraio e 1 marzo a Bentivoglio (BO);
  • Congresso di aggiornamento ed esame danze filuzziane che si sarebbe dovuto svolgere a Budrio (BO) il 1 marzo;
  • Campionato Regionale Marche, Toscana e Veneto Danze Folk Romagnole e il Campionato Regionale Emilia Romagna Danze di Coppia che si sarebbe dovuto svolgere dal 29 febbraio al 1 marzo a Burdio (BO)
  • Campionato Regionale Piemonte e Valle d’Aosta Danza di Coppia in programma dal 29 febbraio al 1 marzo a Biella (BI).

Tra le mille ordinanze emanate in questo periodo, ve n’è una che cozza con le altre: scuole chiuse ma palestre private aperte.

La FIDS Liguria ha dunque consigliato alle società sportive che ne fanno parte di sospendere anche gli allenamenti poiché il contagio non avviene necessariamente solo a scuola.

Mi chiedevo dunque questo: quali misure adotterà il governo perché le piccole società non falliscano?

Chi cadrà in piedi dopo questa crisi?

Rosa Johanna Pintus

La Tunisia, geostoria-didattica ai tempi del Coronavirus

cartina Tunisia

Buongiorno cari, oggi vi propongo, nell’ambito della geostoria, la Tunisia. Potete visualizzare la lezione su Edmodo, su Epub editor o qui ma, se il blog è più pratico per usufruire dei link, su Epub editor la lezione è semplificata grazie all’utilizzo dei colori (che qui non restano).

Ti conviene intanto ripassare questa lezione su Roma.

Abbiamo già affrontato l’argomento in classe, dunque considerate questo un ripasso.

Vi ricordate Didone ed Enea? Ne parlammo in relazione ai destini dei Troiani.

All’ epoca vi raccontai la relazione tra Didone ed Enea. Abbiamo visto che, secondo il mito, i rapporti tra Roma e la Tunisia, in particolare con Cartagine,non sono nati sotto una buona stella. Come abbiamo ricordato, secondo gli antichi, causa di tanto strazio fu proprio quella storia d’amore, tra la regina Didone, pia vedova, e il profugo Enea, un “mascalzone” che fuggiva da Troia, città incendiata dai Greci.

Evidentemente la rotta Turchia (ove si trovava Troia)-Tunisia (ove si trovava Cartagine) e Italia (ove si trovava Roma) era già praticata; forse non si attraversava il Sahel, perché l’Africa da cui molti di voi provengono non era conosciuta (hic sunt leones, dicevano i Romani).

Didone era, dicevamo, vedova e regina: una donna con tanto potere, troppo per l’epoca. Aveva capito che, l’unico modo per mantenere il regno, era quello di non sposarsi di nuovo.

Che poi amasse o no il defunto e compianto marito, tale Sicheo, poco ci importa.

Di fatto, quando vede Enea scendere dalla nave, è amore a prima vista.

Enea piaceva a tutte, la scrittrice Christa Wolf pensa che avesse addirittura una relazione con la sacerdotessa Cassandra (le sacerdotesse erano delle bellissime suore dell’epoca, non potevano avere fidanzati).

ATTENZIONE: sto usando il congiuntivo perché esprimo OPINIONI, non certezze.

Anche Enea rimane turbato da Didone: si guardano, si cercano, restano soli, scoppia un temporale, c’è una grotta e…lo fanno! “Lo fanno”, sapete meglio di me che cosa intendo.

Ma poi arriva Venere, dea della bellezza e madre di Enea, la suocera che nessuna donna vorrebbe mai avere.

Ed Enea ascolta la madre, non Didone. Parte perché il destino ha in serbo grandi cose per lui ma Didone, abbandonata, si uccide.

Molti anni dopo i nodi tornano al pettine: i discendenti di Enea, in particolare Romolo, ha già fondato Roma da tempo.

Tra i discendenti di Enea e i discendenti di Didone scoppiano le famose guerre puniche.

Se avete guardato il video che vi ho proposto e che ho scelto perché la docente Lorena è molto brava e chiara, ora potete leggere una delle pagine più toccanti della storia.

Vi ho già presentato Tucidide, Plinio il Giovane, Tacito e adesso ecco Polibio. Lo leggiamo perché scrive bene e perché voi dovete imparare a scrivere e a riconoscere la grammatica italiana (in realtà lui scriveva in greco, questa è una traduzione!).

In questo dialogo i protagonisti sono Annibale Barca, generale cartaginese, e Scipione l’Africano che era un generale romano detto Africano per le sue imprese in Africa.

ATTENZIONE: è un brano da livello B2/C1

Devi conoscere:

il periodo ipotetico

l’uso del gerundio

l’uso del participio passato

Polibio. Per la lettura semplificata e colorata vai qui.

L’indomani entrambi i comandanti uscirono dal loro accampamento con un gruppo di soldati; quindi, lasciati anche questi (guarda: il participio passato da solo!! Senza ausiliare!)si incontrarono a mezza strada, ciascuno con un interprete. Annibale, porgendo (mentre porge, porgere>dare) per primo la destra a Scipione, iniziò a parlare dicendo (e dice)che la cosa migliore sarebbe stata (condizionale passato che indica l’ impossibilità di tornare indietro, è UN PERIODO IPOTETICO) che i Romani non avessero mai aspirato (congiuntivo trapassato) ai territori fuori d’Italia, né i Cartaginesi a quelli fuori dell’Africa: i domini di entrambi sarebbero infatti stati ad ogni modo abbastanza vasti e circoscritti dalla natura stessa. «Ma poiché invece venimmo a contesa prima per il possesso della Sicilia, poi per quello della Spagna e infine, non sufficientemente provati dalla fortuna, siamo arrivati a tal punto che voi in passato e noi proprio ora corriamo pericolo per la salvezza stessa della patria, per salvarci dobbiamo smettere di combattere. Io sono pronto, perché ho imparato per esperienza personale come la fortuna sia mutevole e favorisca ora l’uno ora l’altro, trattando gli uomini come bambini. Temo però che tu (è un periodo lungo e rischi di perderti, segui le parole in verde), o Scipione, sia perché sei ancora troppo giovane, sia perché ogni cosa ti è andata secondo i tuoi piani, tanto in Spagna quanto in Africa, e non hai ancora subito alcun rovescio della fortuna, non ti lascerai convincere dalle mie parole, per quanto degno di fede. Considera (2 persona modo imperativo)pertanto, in base a quanto io ora ti dirò, quale sia il corso delle vicende umane: non ricorrerò a esempi del passato ma a fatti dei nostri giorni; ora mi trovo in Africa, ridotto a trattare con te che sei Romano, della salvezza mia e dei Cartaginesi. Ti esorto dunque a considerare tutto questo e a non insuperbire, ma a provvedere da uomo nelle presenti circostanze: cioè a scegliere sempre fra i beni il maggiore, fra i mali il minore. Chi, essendo avveduto, vorrebbe affrontare un pericolo quale quello che ora ti sovrasta? Se sarai vincitore in questa battaglia non potrai accrescere di molto la tua fama, né quella della tua patria; se sarai vinto distruggerai il frutto di tutte le tue nobili e splendide imprese compiute. >> Scipione rispose: «Come tu, o Annibale, sai benissimo, non furono i Romani a dar inizio alla guerra per la Sicilia e la Spagna ma i Cartaginesi! Anche gli dèi lo attestano, avendo concesso la vittoria non a coloro che hanno dato inizio alle ostilità, ma a chi ha combattuto per difendersi. Io considero più di ogni altro il mutare della fortuna e tengo conto per quanto è possibile della condizione umana. Se prima che i Romani passassero (congiuntivo imperfetto PROTASI PERIODO IPOTETICO)in Africa tu ti fossi spontaneamente allontanato (PROTASI PERIODO IPOTETICO) dall’Italia avendo offerto queste condizioni di pace, le tue richieste sarebbero state senz’altro soddisfatte!(APODOSI PERIODO IPOTETICO ).Ma tu te ne sei andato dall’Italia contro tua volontà, mentre noi, passati in Africa, siamo vincitori sul campo (cioè, le cose sono davvero mutate!).

Esercizio sul congiuntivo

Esercizio sul condizionale

Soprattutto poi eravamo già scesi (e NON eravamo scesi già/già eravamo scesi)a patti: i tuoi concittadini ce ne (ci avevano supplicati di questi)avevano supplicati dopo essere stati sconfitti e noi avanzammo proposte nelle quali(pronome relativo declinabile), oltre a ciò (pronome dimostrativo) che tu offri ora, era scritto che i Cartaginesi restituissero i prigionieri senza riscatto, rinunciassero alle navi da guerra, pagassero cinquemila talenti d’indennizzo e consegnassero (il congiuntivo in questo caso riporta una sorta di discorso indiretto)degli ostaggi a garanzia dei patti. Dopo aver stipulato questi accordi, inviammo ambasciatori al Senato e al popolo, noi per dichiarare il nostro assenso alle condizioni siglate, i Cartaginesi per implorare che esse fossero ratificate. Il Senato acconsentì, il popolo accettò le condizioni; i Cartaginesi dopo aver ottenuto (può diventare un gerundio?)quanto avevano richiesto, violarono i patti e ci tradirono. Che cosa ci resta da fare? Mettiti nei miei panni e parla: dobbiamo togliere le più gravi condizioni imposte, affinché i Cartaginesi, premiati per la loro empietà, insegnino ai posteri a tradire sempre i benefattori o, avendo conseguito quanto ci chiedono, ce ne siano grati? Avendo ottenuto attraverso le suppliche ciò che domandavano, non appena poterono contare un poco su di te, subito ci hanno trattati da nemici. Stando così le cose, potremmo proporre al popolo una nuova tregua se aggiungeremo alle precedenti qualche clausola aggravante, ma se dobbiamo rendere più lievi i patti già stabiliti, non è neppure il caso di avanzar proposte. Dove voglio arrivare dunque? Dovete consegnarci a discrezione voi stessi e la vostra città, oppure dovrete vincerci sul campo!».

In questo brano ho evidenziato diverse parole, osservale bene per svolgere correttamente gli esercizi.

Quiz sui verbi

Indovina il modo

Questo celebre brano di Polibio dovrebbe ricordarti un altro brano famoso letto in classe, quello dei Meli e degli Ateniesi.

Metti in ordine i fatti

In un political show i due avversari avrebbero la possibilità di esporre così chiaramente le proprie idee o litigherebbero?

Bandiera della Tunisia

Ora vediamo da vicino la Tunisia: guarda qui la Tunisia.

La Tunisia si trova nel Maghreb. Il suo territorio si estende per circa 2/3 al di sotto dei 400 m s.l.m. anche se a nord vi sono alcuni rilievi che appartengono alla catena dell’Atlante.

A est e a sud i rilievi dell’Atlante si abbassano e formano quella regione collinare denominata Sahel .

A sud c’è un’ampia depressione occupata da bacini lacustri salmastri, i chot.

La costa settentrionale è compatta quindi non ci sono porti.

A est c’è la profonda insenatura del Golfo di Tunisi .

La costa orientale si sviluppa da nord a sud, davanti a questa ci sono piccole isole: Gerba e le isole dell’arcipelago Kerkenna.

Il clima della Tunisia settentrionale e centrale è subtropicale, di tipo mediterraneo: l’estate è calda e asciutta, l’inverno è mite fuorché nelle aree più elevate dell’Atlante; le precipitazioni, in prevalenza autunnoinvernali, non sono abbondanti, con forti differenze da un anno all’altro.

A sud il clima è tropicale, con temperature più elevate, soprattutto d’inverno, e piovosità scarsa e irregolare, fino a divenire, nell’estremità meridionale, un vero e proprio clima desertico, con precipitazioni pressoché nulle.

Una vera rete idrografica (fiumi e laghi) esiste solo nella Tunisia settentrionale perché lì ci piove. L’unico fiume importante è la Medjerda, che ha origine in Algeria .

Vi sono poi alcuni laghi costieri della costa settentrionale, e soprattutto gli stagni salmastri, di cui il maggiore è il Gerid.

La vegetazione non è abbondante e verso l’interno sfuma nella steppa e nel deserto.

Nel Tell settentrionale vi sono querce e alberi da sughero (in Italia li abbiamo solo in Sardegna).

Sulla costa sono comuni la palma nana e il lentisco.

La fauna tunisina è quella tipica nordafricana.

Per quanto riguarda la speranza di vita, alla nascita è di 75,7 anni, questo dato è misurato dall’ONU attraverso gli indicatori del reddito, della salute e dell’istruzione per cui la Tunisia si colloca al 95° posto della classifica mondiale (2008).

La situazione della donna è pessima: in base a un altro indice dell’ONU, quello relativo alla condizione femminile (GDI), la Tunisia si piazza al 122° posto peròla Tunisia, tra i paesi arabi, è quello che maggiormente ha investito risorse nella promozione dello status sociale delle donne, fin dagli anni 1950. Tra l’altro, è stato il primo paese arabo che ha messo fuorilegge la poligamia.

La Tunisia è una repubblica presidenziale.

Le città principali sono Tunisi, che è la capitale, Sfax, Nabeul , Ben Arous, Monastir e Sousse.

Le parole della Tunisia, gioco didattico.

La didattica ai tempi del Coronavirus: Dante per il Cpia

Ragazzi, occorre reinventarsi un modo per portare avanti la didattica in questi tempi di Coronavirus, ripassiamo insieme e noi del CPIA Centro Ponente siamo sul pezzo. Del resto voi avete attraversato prove ben più dure e forse questo poeta vi è più vicino di quanto non crediate.

Alcuni di voi hanno già questa lezione su Edmodo, qui vi aggiungo un breve ripasso. Buono studio!

DANTE ALIGHIERI vive tra il 1265 e il 1321, è un poeta ma è anche un uomo che fa politica; quando il suo partito (Dante era un guelfo bianco) viene sconfitto e lui viene accusato dagli avversari politici di corruzione, si trova a scegliere tra la pena di morte e l’esilio. Sceglie l’esilio, si ritiene accusato ingiustamente, ed è costretto a chiedere asilo politico nelle altre città d’Italia.

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Gossip letterario: Dante è innamorato di Beatrice ma non è sposato con lei, sua moglie si chiama Gemma Donati e doveva avere molta pazienza con un marito così!

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Beatrice
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Gemma

Durante l’esilio scrive un poema molto famoso: La divina commedia.

La divina commedia è un poema diviso in tre libri, detti cantiche, ed è il primo poema scritto in lingua italiana.

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Stiamo parlando di un poema scritto più di 700 anni fa, eppure i suoi contenuti e la lingua attraverso la quale vengono raccontati, piacciono ancor oggi.

In effetti sono tre i veri grandi poemi della storia della letteratura, quelli che davvero parlano a tutti: l’Iliade, l’Odissea e La divina commedia.

E perché non ci lasciano indifferenti?

Perché trattano le grandi domande dell’uomo: la lotta, l’amore, l’amicizia, la morte, la speranza.

E Dante come affronta questi argomenti?

Attraverso la poesia. Attraverso la poesia Dante immagina di fare un viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso che sono i tre mondi dell’aldilà cristiano.

Nel momento in cui comincia il suo viaggio Dante è stanco, confuso. La narrazione è bellissima ma io devo richiamare qui la tua attenzione su alcuni elementi della frase, in particolare sull’utilizzo dei tempi verbali. Lo so, significa massacrare Dante, chiedo venia (chiedo scusa). Però, siccome sono brava e non sempre cattiva o severa, ecco a te due link per goderti il racconto.

Dante rap anglofoni

Non ho trovato valide traduzioni per le altre lingue…

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Cosa ci dice Dante?

Avevo circa 35 anni quando, poiché avevo perso la strada giusta, mi ritrovai in una foresta buia.

Nel mezzo del cammin di nostra vita: a 35 anni

ritrovai: passato remoto di ritrovare, indica un’azione conclusa e lontana

selva oscura: foresta buia

smarrire: “perdere”, avevo perso la strada giusta; Dante si trovava in un periodo difficile in cui gli era difficile scegliere tra il Bene e il Male. Smarrirsi: perdersi.

Ahi, quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura

Mi è difficile raccontarvi come era codesto bosco, terribile e spaventoso e, se provo a ricordarmi quest’esperienza, ho di nuovo paura.

selva selvaggia: figura etimologica, nome e aggettivo provengono dalla stessa radice

rinova: rinnova, noi lo scriviamo con due N. Rinnovare in questo caso significa. ” al solo pensarci ho di nuovo paura!”.

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del Ben ch’i’ vi trovai

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte

Io non so ben ridir com’i intrai

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Il ricordo è così spaventoso da essere simile alla morte ma in questo viaggio ho capito che cos’è il Bene e, per farlo capire anche a te, ti parlerò del Male, quello che per noi cristiani è Lucifero o Satana e per voi musulmani è Haràm. Io non ricordo perché mi trovavo lì, ero davvero molto confuso e così triste che avevo perso il senso della vita.

Come vedi tu stesso, continua l’utilizzo del passato remoto per cui, ormai, dovresti aver memorizzato la desinenza della prima persona singolare.

Guarda le parole evidenziate, si tratta di verbi: sono tutti indicativi ma cambia il tempo e, dunque, cambia il messaggio.

Trovai, intrai, abbandonai: passato remoto, azione lontana

Ma quali sono le altre persone? Esistono? Qui a Genova si usano?

Be’, tu intanto imparale.

ENTRARESCORGERESMARRIRE
Io entraiIo scorsiIo smarrii
Tu entrastiTu scorgestiTu smarristi
Egli entròEgli scorseEgli smarrì
Noi entrammoNoi scorgemmoNoi smarrimmo
Voi entrasteVoi scorgesteVoi smarriste
Essi entraronoEssi scorseroEssi smarrirono
   

I più…buffi…sono questi:

ESSEREAVEREFARE
Io fuiIo ebbiIo feci
Tu fostiTu avestiTu facesti
Egli fuEgli ebbeEgli fece
Noi fummoNoi avemmoNoi facemmo
Voi fosteVoi avesteVoi faceste
Essi furonoEssi ebberoEssi fecero

Gli altri verbi che vedi nelle terzine sono questi:

dirò: azione futura

era: imperfetto, azione continuata nel passato.

L’imperfetto, questo sconosciuto

L’imperfetto è semplice da coniugare ma quando si usa?

Mi piacerebbe semplificare e dirti che corrisponde all’inglese I used to ma, purtroppo, non è così.

L’imperfetto è un tempo verbale dei modi indicativo e congiuntivo. E’ una delle due forme di passato più usata nella lingua italiana, insieme al passato prossimo.

L’imperfetto è un tempo verbale del modo indicativo che serve ad esprimere un’azione continuata e prolungata del passato.

Se tu guardi sul sito della grammatica italiana trovi questo, te lo riporto così studi più agevolmente:

  • I verbi in –ARE hanno una A nella parte del verbo che cambia Es: io parl + A + vo
  • I verbi in –ERE hanno una E nella parte del verbo che cambia Es: io prend +E + vo
  • I verbi in –IRE hanno una I nella parte del verbo che cambia Es: io part+ I + vo

Usiamo l’imperfetto per:

  • descrivere una situazione continuativa
    • Il tempo era caldo e umido
  • Fare una descrizione psicologica, parlare di sentimenti ed emozioni
    • Non è venuta alla festa perché era triste
  • Parlare di un’abitudine, di qualcosa che avveniva con regolarità
    • L’estate, da bambino, andavo sempre al mare
  • Dopo la parola “mentre”
    • Mentre camminavo per strada ho incontrato Nicola
  • Parlare di azioni continuate, non limitate nel tempo o non concluse
    • Il mio cane era nella sua cuccia e dormiva tranquillamente
  • Raccontare un sogno
    • Ero in mezzo alla strada, incontravo persone che conoscevo ma che non ricordavo…

Molto spesso in italiano utilizziamo l’imperfetto al posto di altri verbi considerati esatti dall’italiano più formale. Vediamo qualche esempio:

  • Usiamo l’imperfetto al posto del presente indicativo o del condizionale per rendere meno forte una richiesta:
    • Volevo prenotare una camera per due notti ANCHE SE è meglio VORREI prenotare
  • Scegliamo l’imperfetto dell’indicativo al posto del congiuntivo trapassato e del condizionale passato per esprimere un’ipotesi irrealizzabile
    • Se mi chiamavi, ti aspettavo per mangiare (frase corretta: se mi avessi chiamato, ti avrei aspettato per mangiare).

E ora a te!

Esercizio

Esercizio 2

Stasera ti mando le fiere e Virgilio…