Noi col CEP non abbiamo nulla a che fare!

“Noi col CEP non abbiamo nulla a che fare” oppure “Visto? Era un marocchino!”. Un atteggiamento simile è offensivo e inaccettabile! Dell’eroe però non si parla, e l’eroe era un cepparo! E’ così scomodo ammetterlo? Già, perché nessun altro avrebbe reagito; la gente, in un altro quartiere, avrebbe atteso la polizia o, ancor peggio, sarebbe stata zitta.

Il CEP è un quartiere di pancia, è un quartiere di schiaffi ed amore, è – a pieno titolo- un quartiere di Pra’. E anche adesso che vivo in Via Sapello, il mio cuore è rimasto su.

Io non sono nata al CEP, ci sono capitata e lì ho insegnato per undici anni. Undici anni in cui ho avuto una splendida bambina figlia di un uomo del CEP. Ho lasciato quella scuola perché stavano entrando alle medie gli amici dei miei figli, quelli che talvolta dormono a casa mia, e non volevo conflitti di ruolo.

Per cui, quando sento parlar male di quel quartiere in cui io ho ritrovato me stessa, mi si annodano le budella e mi viene voglia di gridare o di scrivere.

Eccezion fatta per i “Praini”, unici autoctoni di Pra’, non si può negare che il 45% dei Praesi sia del CEP o si sia sposato con gente del CEP; vi è poi una piccolissima componente di Pegliesi e un fornito gruppo di Albanesi e Rumeni che vive a Pra’.

Una Pra’ davvero così esclusiva?

Se penso a com’era Piazza Sciesa alla fine degli anni Ottanta, la situazione non era molto diversa da quella del CEP; se penso a Via Villini Negroni, i palazzi non sono diversi da quelli di Via Martiri del Turchino o da quelli di Via Cravasco: una serie di palazzoni anni Sessanta ricavati da lotti edificati a poco prezzo. Persino le piastrelle sono uguali: ceramica beige in tutti i vani.

Mi chiedo dunque se, chi sostiene che il CEP e Pra’ sono entità distinte, separi da Pra’ anche via Villini Negroni, Via Taggia, Via Zuccarello (edificate in maniera un po’ migliore ma sempre secondo la stessa ottica), il Branega, Palmaro e Via Stassano. Perché, secondo quest’ottica, Pra’ si ridurrebbe a un’entità geografica che va da Via Sapello a Piazza Sciesa.

Eppure, se guardiamo la mappatura della zona, il CEP appartiene a pieno diritto a Pra’, e sono Praesi anche gli abitanti del CEP nonostante i continui tentativi attuati dalle varie per ghettizzare questa parte di mondo.

Vi lascio dunque con la descrizione della città del GENOA WESTERN ORESTEIA.

Più ti dirigi a est della città più trovi appartamenti sul mare e villette fiorite su alture con vista mozzafiato; i ragazzi fanno surf o subacquea o sono inseriti in squadre di pallanuoto, licei scientifici a indirizzo sportivo e tutti sono belli e ben tenuti. A Ovest, arrivandoci con l’autobus numero Uno (il Due, il Tre, il Quattro e il Cinque sono stati via via eliminati a causa della crisi economica) pieno di umanità variegata, s’incontrano delegazioni quali Sampierdarena e Cornigliano, un tempo aree industriali inquinanti ma che davano lavoro ma ora abbandonate, trasformate in centri commerciali vuoti perché il denaro non circola più. Qui gozzovigliano le bande sudamericane, composte da figli di badanti che -poverette- stanno per pochi soldi tutto il giorno a seguire i vecchietti e sono costrette a delegare alla strada la crescita della prole; Sestri Ponente, zona commerciale e abitata prevalentemente da insegnanti e operai, è vivibile. Pegli si ritiene ancora una stazione climatica e marittima nonostante abbia il mare inquinato e il depuratore poco funzionante; Pra’ e Voltri invece vanno vissute per essere comprese: sono come quei rami resi robusti e nodosi dalle sferzate del vento, ed è proprio sopra Pra’ e Voltri che si trova il luogo della nostra storia: basta girare di lì, dal chioschetto , e percorrere tutte le curve recandosi in alto. Lì i casermoni nutriti d’amianto sono stati costruiti col preciso scopo di ghettizzare i meridionali. Tali quartieri servono per evitare che certa gentaglia circoli in città e che si mescoli con gli autoctoni. Questi quartieri, se pure hanno un nome, sono indicati con delle sigle il cui suono fa tremar le vene ai polsi: il nome del luogo rimane poi appiccicato all’indole dell’individuo che da un lato lo accetta come protezione ma dall’altro ne è schiacciato e deve dimostrare che, pur provenendo da lì, è un onest’uomo. Nell’immaginario comune il Cep è un luogo in cui si fronteggiano animi criminali brutti e cattivi a prescindere; invece è uno dei pochi luoghi autentici in cui imparare valori quali l’amicizia e l’amore. Il Cep è autentico perché i ragazzini giocano ancora per strada e le madri li guardano dalle finestre, perché le donne continuano ad avere figli senza pensare troppo, perché la vita scorre lenta come al Sud tra mare e sole, perché gli uomini sono uomini e le donne sono donne senza alcuna confusione di ruoli.

Come in tutti i luoghi autentici, ove mancano filtri relazionali, ciò che fa male ti sfonda, ti distrugge, ti annienta ma se ne esci diventi davvero qualcuno.

Alessandra Giordano, Genoa Western Oresteia

 

Per cui noi “ceppari”, di nascita e di acquisto, pretendiamo scuse formali e precisiamo che non siamo brutti, sporchi e cattivi; facciamo inoltre presente che le stesse attività illegali che avvengono su, si praticano  tranquillamente anche qui o in qualsiasi altra parte d’Italia.

Rosa Johanna Pintus  

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