Silvia, do you remember?-politicacultura

Silvia, do you remeber…?” Mi sono trovata così, quasi per caso, a raccontare “A Silvia” ai miei allievi anglofoni e a osservare la comune radice di “rimembrare” e “to remember.”

Sono andata avanti nella lettura e nella traduzione della poesia. Perché distruggerla con una banale parafrasi in un italiano semplificato, orribile, lontano da qualsiasi poesia quando la lingua inglese le rendeva giustizia?

Silvia, do you remember when you was in life?

Il mio inglese è come il loro italiano, un po’ mi arrampico sugli specchi per tradurre e quindi dico:

Maybe: the moment in your mortal life.

Mi guardano perplessi e una ragazza afferma: she’s dead; so Liopard remember.

La traduzione diviene corale: sono tutti affaccendati e pare di trovarsi in un suk culturale in cui i nigeriani impongono il tono di voce, i francofoni sussurrano, gli ispanofoni e l’unico italiano si consultano e sono irrimediabilmente romantici:

Ma proffe, dice l’italiano, si amavano, no?

E chi lo sa! Not given! Ognuno è libero d’immaginarsi la sua storia, la sua Silvia e il suo Giacomo anzi potremmo…

Nooooo! No maestra scrivere questa storia come per Rinascimento!

Quando spiego letteratura in inglese o in francese taluni dissentono; in realtà questo metodo è utile per aiutare gli Italiani nel loro percorso di crescita: nella scuola tradizionale è di moda la CLIL, e noi-in CLIL costante- siamo fashion!

Lo dico sempre agli Italiani, in genere ragazzi a rischio dispersione (anzi, dispersi recuperati) che non hanno conseguito il diploma nella secondaria tradizionale: dovete svezzarvi con le lingue, fate pratica, non è detto che troviate lavoro qui.

Il CPIA non è una colonia allofona nel nostro Paese, è occasione di crescita corale per un intero territorio. I motivi che mi ha spinto a insegnare in questa scuola sono stati proprio la possibilità di utilizzare lingue altre, di confrontarmi con adulti su differenti visioni di vita.

Li faccio parlare in italiano, li faccio scrivere in italiano ma letteratura, arte e storia vanno affrontati in un altro modo: non si può ridurre il programma, occorre ampliare le conoscenze!

Urge, nell’integrazione, non limitarsi ai riflessivi.

Come?

Attraverso la lingua di chi si ha di fronte, perché quelli che hanno avuto la possibilità di studiare siamo noi e non loro.

Occorre, in itinere, accettare l’errore di ortografia se dietro c’è il pensiero; e le griglie? E l’esame? E che? E che? E che?

Non accettare l’errore, condannare l’errore, scandalizzarsi verso chi non capisce non è giusto: non vale la pena attraversare il deserto e il mare per scrivere ” sogno” e “sognio”, vale la pena di avere la chiave per accedere a Leopardi.

Se non lo si riconosce, l’italiano diventa quella siepe “che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Silvia, do you remember?

Et voilà, arriva il difficile e invoco lo Spirito Santo:
O Natura, o Natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Ehm… Nature for him is…

Guardo il francofono che conosce l’inglese e dico belle-mère e lui dice “ah, oue, mais pourquoi?

Elle n’est pas bonne, elle est dangereuse; mais elle ne veut pas etre dangereuse, she doesn’t care about anyone.

L’anglofono che capisce il francese-vivono insieme- dice: stepmother! Sì, ma ora bisogna spiegare perché. Se non riesco a tradurre, devo almeno spiegare il concetto chiave!

Leopardi non credeva in Dio, he didn’t believe in God.

Oh my God! You mean like old Greeks?

No! He thinks that God is illusion. Every things for him is illusion. Dio non c’è per lui: c’è la bad Nature e c’è la mente umana, human mind. Lui è hungry con la natura.

“Oh, he was poor!” ” No, perché è povero?””Allora perché ha fame?””No, he was in rage!” “Oh, maestra, you mean angry”.

Touchée. Quella parola lì la sbaglio sempre, alla fine ci siamo capiti. E andiamo avanti, fino alla conclusione, fino a capire che per Leopardi there is Nature and there is Mind.

Only the mind is not an illusion but only the mind creates illusions perché “io nel pensier mi fingo”.

Ma questa è un’altra storia ed è la prossima lezione.

E’ difficile anche in inglese, dice uno studente, it’s not a song (e siccome è un rapper aggiunge: oh…shit! detto sht perché non vuole farsi sentire ma scoppiamo tutti a ridere).

Non è una canzone, non è una canzone; sono pensieri, philosophie!

Lo dice un francofono, uno che ha studiato e che viene a scuola quando può perché la Comunità non gli paga più l’abbonamento dell’autobus. Ha cambiato tre comunità quest’anno: una perché è diventato maggiorenne, le altre due perché questi ragazzi vengono spostati come pacchi e l’unico elemento di continuità che hanno è la Scuola.

La canzone è il povero Pascoli con il suo ritmo e con la sua siepe che invece protegge e chiude.

Come l’Italia, che chiude i suoi porti.

“La terraferma Italia è terra chiusa” scrive Erri De Luca.

Rosa Johanna Pintus

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